Cinque edifici e le persone che li abitano nel documentario visto da Veloria alla Festa del Cinema di Roma
Chi progetta un edificio interviene sul tempo degli altri. Dà una forma all’attesa, stabilisce quanta luce accompagnerà una giornata di lavoro, disegna la distanza fra un’istituzione e la strada. Altre persone vivranno per anni con quelle scelte, spesso senza conoscere il nome di chi le ha compiute. Renzo Piano affronta questa responsabilità immaginando gli edifici già abitati, quando le scelte del progetto diventano parte della vita quotidiana.
Questa prospettiva ci ha accompagnati durante la proiezione di Five Living Buildings (by Renzo Piano), il documentario di Jonathan Goodman Levitt visto da Veloria alla XXI Festa del Cinema di Roma, nel 2026. Presentato nella sezione Special Screenings, il film attraversa cinque opere in quattro continenti e le avvicina attraverso chi le utilizza, ci lavora e se ne prende cura. Medici, pazienti, studenti, giardinieri, custodi e visitatori introducono un tempo che la fotografia di architettura riesce appena a suggerire: quello delle abitudini, delle necessità, degli incontri.
Guardare un’opera attraverso queste presenze significa sottoporre la sua bellezza a una verifica esigente. Un edificio può essere ammirato da lontano; viverlo richiede che sappia accogliere anche la stanchezza, l’incertezza, la ripetizione. Il documentario porta il pensiero di Piano dentro questa quotidianità, dove l’ambizione del progetto incontra l’imprevedibilità delle persone.
Renzo Piano e il mestiere di creare rifugi

L’idea di rifugio attraversa gli appunti che abbiamo raccolto in sala. Contiene un bisogno elementare, essere protetti, e apre una questione più complessa: quanto mondo lascia entrare il luogo che ci protegge? Una finestra, una corte, una piazza coperta possono mettere in rapporto sicurezza e apertura. Il riparo acquista una qualità umana quando permette di mantenere una relazione con ciò che esiste fuori.
Piano ha raccontato un insegnamento ricevuto da Roberto Rossellini all’epoca del Centre Pompidou. Il regista gli suggerì di cercare il riflesso degli edifici negli occhi delle persone. Nell’aneddoto, cinema e architettura condividono un metodo di conoscenza: osservare una reazione, accorgersi di come una presenza modifica uno spazio. La soddisfazione dell’autore deve confrontarsi con un’esperienza che appartiene ad altri.
Nato a Genova nel 1937 in una famiglia di costruttori, Piano conserva anche nel nome dello studio, Renzo Piano Building Workshop, fondato nel 1981, un riferimento al lavoro di bottega. Disegni, modelli, prove e competenze differenti concorrono alla costruzione. A Punta Nave, presso Vesima, la sede genovese dello studio scende lungo i terrazzamenti sotto una copertura vetrata, con la luce regolata da lamelle esterne. Il luogo nel quale si immaginano altri edifici mette già alla prova il rapporto fra lavoro e paesaggio.
Anche il modo di conoscere un’architettura richiede questa disponibilità all’esperienza. La temperatura, il rumore, il cambiamento della luce durante il giorno sfuggono alla sola immagine. È una questione che Veloria ha affrontato nella conversazione con Quiet Ensemble sulla percezione dello spazio: imparare ad accorgersi di ciò che un ambiente ci fa vivere amplia i criteri con cui possiamo giudicarlo.
Atene e il paesaggio restituito alla città

A Kallithea, nell’area metropolitana di Atene, lo Stavros Niarchos Foundation Cultural Center riunisce la Biblioteca Nazionale di Grecia, l’Opera Nazionale Greca e un parco di circa diciassette ettari. Il progetto del Renzo Piano Building Workshop, sviluppato con lo studio ateniese Betaplan e completato nel 2016, lavora su una relazione interrotta: la vicinanza geografica del mare aveva perso una corrispondenza nell’esperienza del quartiere.
Una collina artificiale permette al terreno di salire e di integrare gli edifici nel paesaggio. Percorrendola, il visitatore ritrova la vista del mare e della città. La copertura diventa terreno praticabile; la costruzione partecipa a una passeggiata. La complessità tecnica necessaria a sostenere questo gesto rende possibile un’esperienza immediata, comprensibile attraverso il corpo.
Il valore dell’intervento si coglie nella libertà di avvicinarsi alla cultura attraverso interessi diversi. Si può frequentare un parco prima ancora di scegliere uno spettacolo o cercare un libro. La presenza di un’istituzione entra nella giornata attraverso una consuetudine informale. L’interesse può nascere durante la frequentazione, quando si entra senza dover già sapere che cosa cercare.
L’Agorà collega biblioteca e teatro; il paesaggio introduce una continuità fra attività che spesso vengono separate. Studiare, camminare e assistere a uno spettacolo condividono un medesimo territorio. Il progetto attribuisce un valore pubblico anche al paesaggio e al tempo libero: rende il panorama raggiungibile, concede spazio alla sosta, permette di dedicare tempo a qualcosa che eccede l’obbligo. Una città si definisce anche attraverso le esperienze alle quali consente di accedere con naturalezza.
Entebbe e la bellezza come rispetto

Al Centro di chirurgia pediatrica di EMERGENCY a Entebbe, in Uganda, la questione diventa più urgente. Aperto nell’aprile 2021, l’ospedale offre cure chirurgiche gratuite ai bambini. Il progetto nasce dall’incontro fra Gino Strada e Renzo Piano ed è stato sviluppato dal Renzo Piano Building Workshop con TAMassociati e la Building Division di EMERGENCY.
Strada chiedeva un ospedale «scandalosamente bello». L’avverbio rende esplicito il conflitto con una gerarchia abituale delle aspettative: per alcune persone si considera dovuta l’eccellenza, per altre si ritiene già sufficiente un aiuto. Dare la stessa importanza alla qualità dei luoghi significa prendere sul serio l’uguaglianza anche nelle condizioni materiali dell’assistenza.
I muri portanti utilizzano la terra di scavo, compattata con la tecnica del pisé. Le superfici conservano la presenza del terreno locale; la copertura ospita pannelli fotovoltaici. Grandi finestre, colori e un giardino accompagnano gli spazi dedicati ai piccoli pazienti. Il rapporto con il contesto si costruisce attraverso risorse e soluzioni precise, valutate insieme alle esigenze di un ospedale contemporaneo.
La bellezza assume un significato concreto quando si considera chi trascorre le proprie ore in questi ambienti. Un bambino vi arriva con bisogni che superano la procedura clinica; un familiare affronta l’attesa; il personale deve poter lavorare nelle condizioni adeguate. L’efficacia delle cure dipende dalla competenza sanitaria, mentre l’architettura partecipa al modo in cui quelle cure vengono ricevute e prestate.
La cura riservata alla luce di una stanza rende visibile l’attenzione per chi vi trascorre le proprie ore. Un giardino conserva, dentro il tempo dell’ospedale, la possibilità del gioco e di un cambiamento di scena. In questa attenzione si riconosce un’idea esigente di dignità: continuare a vedere la persona anche quando la malattia concentra tutto lo sguardo su una parte del suo corpo.
Il Whitney Museum fra arte e vita urbana

A New York, il Whitney Museum of American Art, nella sede progettata dal Renzo Piano Building Workshop con Cooper, Robertson & Partners e aperta nel 2015, affronta un’altra distanza: quella che può separare un museo dalla città che lo circonda. Fra la High Line e il fiume Hudson, l’edificio accoglie il carattere industriale del Meatpacking District e costruisce diversi rapporti con l’esterno.
L’ingresso arretrato sotto il volume a sbalzo crea uno spazio pubblico riparato. Le terrazze ospitano opere e aprono lo sguardo sul quartiere; le scale esterne mettono in relazione i diversi livelli. La visita acquista un ritmo nel quale l’incontro con l’arte si alterna alla percezione della città. Uscire all’aperto permette di misurare di nuovo le distanze, guardare i corpi in movimento, riconoscere l’orizzonte.
Questo rapporto interessa anche l’autorevolezza del museo. Un’istituzione decide quanto desidera mostrarsi accessibile attraverso il modo in cui organizza l’arrivo, il tempo concesso all’orientamento, i punti nei quali permette di sostare. Al Whitney, la piazza coperta e la galleria del piano d’ingresso, accessibile gratuitamente, danno una forma concreta a una parte di questa apertura.
L’espressione sentirsi a casa, applicata a un museo, può allora indicare la legittimità della propria presenza. Avere il tempo di capire, potersi fermare, avvicinare un’opera anche con una conoscenza incompleta: sono condizioni che aiutano una visita a diventare un rapporto. L’architettura può predisporle; l’accoglienza quotidiana deve continuare a sostenerle. Un museo prende parte alla vita urbana anche attraverso il modo in cui tratta chi sta imparando a frequentarlo.
Hangzhou e la qualità del tempo di lavoro

A Hangzhou, il complesso OōEli, conosciuto anche come Tianmuli, sposta l’attenzione sulla parte della giornata che dedichiamo al lavoro. Realizzato con lo studio locale GOA, ospita fra le altre funzioni le sedi del marchio di moda JNBY e di GOA, insieme a spazi per l’arte, il commercio e la ristorazione, come documenta Arup, che ha partecipato al progetto.
Gli edifici sono disposti intorno a un parco interno, raggiungibile dai passaggi fra i volumi. L’acqua introduce riflessi, i percorsi permettono di sostare, le facciate rivolte verso il verde mettono gli ambienti di lavoro in relazione con il giardino. Sulle coperture crescono piante di tè che richiamano le colline di Hangzhou. La coltivazione, trasferita sulla parte alta degli edifici, mantiene un riferimento alla geografia produttiva del luogo.
Il legame con una casa di moda rende particolarmente interessante questa scelta. Un’impresa che produce immagini, desideri e rappresentazioni lavora anche attraverso persone il cui corpo deve rimanere per ore nello stesso ambiente. Il progetto porta l’attenzione su quel tempo concreto: la possibilità di vedere il cielo, raggiungere un giardino, interrompere una sequenza di attività con un percorso diverso.
La qualità architettonica e la qualità del lavoro richiedono valutazioni distinte, che comprendono organizzazione, carichi e diritti. Un ambiente ben progettato affronta la dimensione spaziale di questa responsabilità. A OōEli, la domanda riguarda il valore attribuito alle ore ordinarie: quale cura riserviamo ai luoghi nei quali si consuma una parte tanto consistente dell’esistenza?
Il Centre Pompidou rende visibile il proprio funzionamento

Il Centre Pompidou, inaugurato a Parigi nel 1977, nasce dal progetto di Renzo Piano e Richard Rogers, con il contributo di Gianfranco Franchini e Ove Arup & Partners. La costruzione espone i propri sistemi tecnici. Il codice cromatico descritto dal Centre Pompidou assegna il blu alla circolazione dell’aria, il giallo all’elettricità, il verde all’acqua e il rosso alla circolazione delle persone, attraverso scale mobili e ascensori.
Il colore rende leggibili funzioni generalmente nascoste. L’edificio offre indizi sul proprio funzionamento e trasforma una necessità impiantistica in un’esperienza visiva condivisa. Spostare all’esterno impianti e collegamenti libera inoltre grandi superfici interne, organizzabili secondo esigenze differenti. La flessibilità riconosce che un’istituzione culturale dovrà cambiare insieme ai contenuti e ai pubblici che accoglie.
La piazza prolunga il rapporto con la città e la scala mobile esterna accompagna lo sguardo verso i tetti di Parigi. Anche il percorso per raggiungere l’arte acquista un proprio interesse. Il visitatore può orientarsi attraverso ciò che vede, riconoscere dove si muovono gli altri, comprendere una parte della costruzione mentre la attraversa.
Oggi il tempo aggiunge una lettura necessaria. Il complesso storico è chiuso per un programma di ristrutturazione con riapertura prevista nel 2030. Sicurezza, accessibilità e prestazioni energetiche richiedono interventi profondi. Un edificio concepito per accogliere il cambiamento deve a sua volta essere aggiornato. La sua vitalità comprende anche la fatica tecnica ed economica del conservarlo capace di servire il pubblico.
La responsabilità continua dopo il progetto
Questo tempo lungo riporta al significato civile dell’architettura. La ricerca di Piano sulle periferie, portata avanti anche attraverso il gruppo G124, estende l’attenzione ai quartieri esistenti e alle possibilità di trasformarli attraverso interventi legati alla vita degli abitanti. Lavorare su ciò che una città ha già costruito comporta ascoltare usi, desideri e conflitti che precedono l’arrivo del progettista.
È un tema che prosegue nella riflessione di Veloria sul diritto all’abitare: la qualità degli spazi incontra inevitabilmente le condizioni che ne regolano l’accesso. Una facciata trasparente e una piazza generosa vanno osservate insieme agli orari, ai costi, alle regole e alle possibilità effettive di utilizzo. La comunità richiede un lavoro che continua attraverso la gestione e le relazioni.
La scelta di Levitt di includere chi mantiene gli edifici introduce perciò una prospettiva decisiva. Accanto al nome dell’architetto emergono lavori spesso poco riconosciuti, dai quali dipende la continuità dei luoghi. Curare il verde, tenere in funzione un impianto, accogliere un visitatore sono attività che consentono al progetto di incontrare ogni giorno la realtà.
Guardando il documentario, la bellezza finisce per riguardare anche questa distribuzione delle responsabilità. L’autore immagina condizioni che altre persone dovranno rendere abitabili, correggere, talvolta reinventare. Il valore di un’opera rimane aperto alla verifica del tempo e all’iniziativa di chi la frequenta.
Forse il riconoscimento più profondo arriva quando un edificio entra nella biografia di qualcuno: diventa la biblioteca nella quale ha preparato un esame, il museo in cui ha cominciato a comprendere un’opera, il luogo che ricorda insieme a una persona. L’architettura acquista allora una durata ulteriore, legata a ciò che ha permesso di vivere. Renzo Piano consegna al progetto questa ambizione: fare spazio a storie delle quali potrà conoscere soltanto una piccola parte.
Per continuare la lettura, il rapporto fra paesaggio, lavoro e progetto riappare nelle cantine di design raccontate da Veloria, fra le quali Rocca di Frassinello, firmata da Renzo Piano: un’altra prospettiva su come una funzione produttiva possa diventare esperienza di un territorio.