Fabio Di Salvo e Bernardo Vercelli raccontano a Veloria una ricerca fra natura, tecnologia e percezione. Da The Enlightenment a MAGEÍA, una conversazione sulla luce come materia artistica e sul suo rapporto con il progetto dello spazio.
Il ronzio di una lampada accesa diventa musica. In The Enlightenment, Quiet Ensemble porta in primo piano la componente sonora degli apparecchi luminosi, generalmente trattata come disturbo. È uno spostamento di attenzione che attraversa la ricerca dello studio: fermarsi davanti a un fenomeno e costruire le condizioni per percepirlo. Che cosa ci sfugge quando guardiamo il mondo convinti di conoscerlo già?
Fondato nel 2009 da Fabio Di Salvo e Bernardo Vercelli, Quiet Ensemble sviluppa installazioni e performance audiovisive nel rapporto fra elementi naturali e sistemi artificiali. Il volo di un insetto, il movimento dell’acqua o il comportamento di una sorgente luminosa possono diventare il principio di un’opera.
È una ricerca che ha attraversato contesti e dimensioni differenti: The Enlightenment era già nel programma di Romaeuropa nel 2015; Solar dust è stato presentato alla Fête des Lumières di Lione nel 2024. Dall’orchestra di sorgenti luminose al paesaggio di luce e suono, cambiano la scala e le condizioni dell’incontro con il pubblico.
A Roma, dal 17 al 19 settembre 2026, lo studio ha firmato l’Art Takeover di MAGEÍA a Palazzo Esposizioni, il progetto ideato, prodotto e realizzato da Lux Entertainment. L’occasione offre il punto di partenza per una conversazione sul loro metodo e sul modo in cui le opere coinvolgono i sensi e incontrano l’architettura.
Per Veloria, questa ricerca apre un dialogo con il light design e con una questione centrale del progetto: come prende forma l’esperienza di uno spazio? La luce orienta lo sguardo, definisce rapporti fra superfici e volumi, modifica la lettura dell’architettura. Di Salvo e Vercelli estendono questa riflessione attraverso l’arte, interrogando ciò che una sorgente luminosa può farci vedere, ascoltare e sentire.
Quiet Ensemble e una ricerca che continua a trasformarsi

Dopo oltre quindici anni di lavoro insieme, che cosa definisce oggi la vostra identità artistica? Qual è la domanda che continua ad accompagnare il vostro lavoro?
“Dopo oltre quindici anni di lavoro insieme, continuiamo a essere mossi dalla stessa curiosità: osservare il mondo e cercare modi diversi di raccontarlo. Il nostro lavoro nasce dall’incontro tra due sensibilità e da una ricerca che attraversa continuamente natura e tecnologia, caos e controllo, luce e buio. Ci interessa soprattutto quello che accade quando questi elementi entrano in relazione, quando un fenomeno naturale incontra un sistema artificiale e produce qualcosa che non appartiene più completamente né all’uno né all’altro.
Negli anni sono cambiati gli strumenti, le dimensioni delle opere e il nostro modo di affrontare lo spazio, ma è rimasto costante il desiderio di mettere in relazione elementi apparentemente distanti, lasciando che da questo incontro emergano comportamenti e linguaggi inattesi.
Forse la domanda che continua ad accompagnarci è proprio questa: cosa accade quando smettiamo di considerare natura e tecnologia come due mondi separati?“
L’identità che emerge dalle loro parole ha la continuità di un metodo, mentre strumenti e forme restano aperti al cambiamento. Il ruolo dell’autore consiste nel predisporre le condizioni dell’incontro fra elementi diversi e nell’accettare che il risultato possa sorprenderlo. L’imprevisto diventa parte del lavoro: richiede scelte, osservazione e la disponibilità a rivedere ciò che si era immaginato.
Il teatro delle piccole cose e il valore della meraviglia

Da dove nasce il desiderio di rendere visibile o udibile ciò che normalmente sfugge alla nostra percezione?
“Nasce dalla meraviglia che proviamo osservando il mondo. Da quella curiosità infantile che ci porta a fermarci davanti a qualcosa di apparentemente insignificante e a scoprirvi un universo.
All’inizio della nostra ricerca c’era proprio questo: il teatro delle piccole cose, l’osservazione di fenomeni minimi, di movimenti e suoni che normalmente attraversiamo senza accorgercene. Da qui nasce anche il nome Quiet Ensemble: un insieme silenzioso di elementi che, se osservati con attenzione, rivelano orchestre inudibili, fenomeni straordinari che accadono indipendentemente dalla nostra capacità di percepirli.
La tecnologia ci permette di avvicinarci a questa dimensione, di amplificarla e renderla accessibile ai nostri sensi. Ma non è mai il punto di partenza: è uno strumento attraverso il quale cerchiamo di condividere la meraviglia che proviamo osservando la realtà.
Crescendo tendiamo a perdere quella capacità di stupirci che da bambini è così naturale. Ci abituiamo al mondo, smettiamo di interrogarlo. Con il nostro lavoro vorremmo provare a risvegliare proprio quella sensibilità, restituire per un momento la possibilità di guardare ciò che ci circonda come se lo vedessimo per la prima volta.
Definire qualcosa insignificante racconta spesso il posto che gli abbiamo assegnato nella nostra attenzione. Il richiamo all’infanzia suggerisce una pratica adulta: concedersi il tempo di osservare prima di decidere che cosa meriti interesse. Per Veloria, questo gesto ha un valore culturale, perché invita a rivedere i criteri con cui riconosciamo ciò che conta“.
Una questione vicina attraversa l’ approfondimento di Veloria sull’identità olfattiva dei luoghi: anche ciò che rimane fuori dall’immagine contribuisce all’esperienza di uno spazio. Quiet Ensemble rende condivisibili dettagli che potremmo avere accanto senza averli ancora considerati.
Natural Geometries e i limiti dello sguardo tecnologico

In Natural Geometries la tecnologia osserva il movimento naturale e ne fa emergere strutture geometriche. Quanto vi interessa utilizzare la tecnologia come strumento di osservazione? E che cosa scopriamo della natura quando la guardiamo attraverso un sistema artificiale?
“In Natural Geometries partiamo da immagini reali della natura: il movimento dell’acqua, il cielo, il volo degli uccelli e degli insetti. Attraverso un sistema di tracking, la tecnologia segue questi movimenti e genera geometrie che si sovrappongono alle immagini originali. È come se costruissimo un secondo livello di lettura della realtà.
La cosa interessante è che il sistema artificiale cerca continuamente di individuare una struttura, una logica, un ordine. Ma la natura non si comporta mai esattamente come ci aspettiamo.
Le geometrie si trasformano, si deformano, perdono e ritrovano i propri riferimenti. È proprio in questa relazione tra il tentativo di controllo della macchina e l’imprevedibilità del movimento naturale che nasce l’opera.
Non vogliamo dimostrare che la natura sia geometrica o che la tecnologia possa comprenderla completamente. Ci interessa piuttosto osservare cosa succede quando due linguaggi così diversi cercano di interpretarsi a vicenda“.
Il tracking, cioè il tracciamento dei movimenti nelle immagini, aggiunge una lettura costruita secondo i criteri del dispositivo. In Natural Geometries possiamo osservare anche lo scarto fra il fenomeno e il modello che cerca di seguirlo. L’opera solleva un interrogativo che riguarda il nostro rapporto con le immagini: quanto siamo inclini ad attribuire a una rappresentazione tecnologica l’autorità di una spiegazione completa? La precisione del tracciato diventa uno strumento di indagine, e il suo limite resta visibile.
The Enlightenment e la materia sonora della luce

In The Enlightenment la luce produce frequenze che vengono trasformate in suono. Possiamo immaginare la luce come qualcosa che si ascolta e il suono come qualcosa che modifica il modo in cui vediamo e attraversiamo uno spazio?
“In The Enlightenment siamo partiti dall’idea di un’orchestra, immaginando una composizione musicale eseguita interamente da sorgenti luminose. Attraverso microfoni e sistemi di amplificazione rendiamo udibili i ronzii, le vibrazioni e i disturbi elettrici di neon, fari e strobo, suoni che normalmente consideriamo rumori indesiderati.
È un’opera che utilizza l’errore come strumento musicale. Quello che generalmente cerchiamo di eliminare — il rumore di fondo, il disturbo, l’imperfezione — diventa la materia stessa della composizione. Non associamo arbitrariamente un suono a una luce: sono gli oggetti luminosi a produrre il proprio suono.
La luce smette così di essere soltanto uno strumento per illuminare e diventa protagonista di una composizione che possiamo contemporaneamente vedere e ascoltare. La sua presenza è anche fisica: il calore dei fari raggiunge il corpo del pubblico, aggiungendo un’ulteriore dimensione all’esperienza.
Ci piace pensare a The Enlightenment come a uno spettacolo che può essere visto anche a occhi chiusi. Il suono rivela una dimensione nascosta della luce, permettendoci di percepire questi oggetti in un modo completamente diverso da quello a cui siamo abituati“.
La loro risposta precisa che cosa ascoltiamo: i fenomeni sonori ed elettrici degli apparecchi luminosi. È un passaggio decisivo anche sul piano del progetto: la sorgente possiede una materialità, fatta di circuiti, vibrazioni e calore, che accompagna l’effetto visivo.
Il rumore possiede una storia come materiale artistico: nel 1913 Luigi Russolo pubblicava L’arte dei rumori e sviluppava gli intonarumori. Questo precedente offre un contesto culturale per la scelta di Quiet Ensemble di ricavare la composizione dai dispositivi destinati a illuminare.
Il dialogo con il light design passa allora dalla luce come materiale di progetto. Intensità, direzione e distribuzione dei fasci costruiscono gerarchie visive; il rapporto fra zone illuminate e zone in ombra modifica la lettura dei volumi. Una parete illuminata rende evidente il confine di una stanza; un accento su un oggetto concentra l’attenzione. Nella lettura di Veloria, The Enlightenment estende questa capacità di organizzare l’esperienza all’ascolto, introducendo il tempo della composizione nel rapporto fra sorgente e spazio.
Unshaped e LOURD attraverso il corpo

In opere come Unshaped e Lourd – Critical Matter, aria e gravità modellano forme che cambiano continuamente. Quanto è importante per voi che l’opera venga vissuta anche attraverso il corpo? Che cosa può comprendere il corpo prima ancora che intervenga il pensiero?
“Ci interessa che un’opera possa essere percepita prima ancora di essere compresa. In LOURD – Critical Matter (dal francese lourd, pesante) lavoriamo con una grande massa d’aria racchiusa in una membrana sottilissima. La forma sale, si deforma, vibra, perde il proprio equilibrio e ricade sotto l’azione della gravità.
L’aria, che normalmente associamo a qualcosa di leggero e impalpabile, acquista una presenza fisica quasi minacciosa. Il suono accompagna questo movimento fino a diventare una vibrazione profonda, capace di attraversare il pavimento e il corpo dello spettatore.
In Unshaped, invece, una materia in continua trasformazione può ricordare un paesaggio subacqueo, una nuvola, un’onda o un cielo in tempesta. Non esiste una forma definitiva e ciascuno può riconoscervi qualcosa di diverso.
In entrambi i casi ci interessa una relazione immediata con l’opera. Il corpo reagisce alla luce, alle frequenze, alla vicinanza di una massa, alla percezione di instabilità. Sono risposte istintive, che precedono qualsiasi spiegazione e che non hanno necessariamente bisogno di essere tradotte in parole“.
L’incontro descritto dagli artisti rimette al centro la posizione dello spettatore. Davanti a una massa in movimento entrano in gioco la vicinanza, l’attesa, le vibrazioni che raggiungono il pavimento. La distanza scelta e il tempo trascorso nell’installazione diventano parte dell’esperienza.
Per il design, è un richiamo alla responsabilità di immaginare il destinatario di un progetto come una persona che si muove, si avvicina, sente. Nel lavoro di Quiet Ensemble, ogni spettatore porta nell’installazione la propria memoria: una forma può richiamare un paesaggio oppure conservare l’incertezza di qualcosa che potrebbe cadere.
MAGEÍA e Palazzo Esposizioni tra luogo e autonomia

A MAGEÍA le vostre installazioni entrano in relazione con l’architettura di Palazzo Esposizioni. Quando progettate per un luogo specifico, da dove comincia il dialogo con l’architettura? E che tipo di esperienza desiderate lasciare nello spettatore quando esce dallo spazio?
“Crediamo sia importante fare una distinzione. Oggi termini come site-specific o immersivo vengono utilizzati molto frequentemente, a volte perdendo il loro significato originale.
Un’opera che viene installata in un luogo e ne modifica la percezione non è necessariamente un’opera site-specific. Per noi questo termine identifica un lavoro che nasce da un luogo preciso, dalla sua architettura, dalla sua storia o dalle sue caratteristiche, e che non potrebbe esistere nello stesso modo altrove.
Nel caso di MAGEÍA non abbiamo seguito questo approccio. Le opere presentate a Palazzo Esposizioni sono lavori autonomi, con una propria identità e una propria ricerca, che esistono indipendentemente dall’architettura che le ospita.
Naturalmente, nel momento in cui entrano in uno spazio, si genera una relazione. La luce ne altera le proporzioni, il buio può cancellarne temporaneamente i confini, il suono ne modifica la percezione fisica. Ma è una conseguenza dell’incontro tra opera e architettura, non necessariamente il principio da cui l’opera è nata.
A Palazzo Esposizioni ci interessava costruire un percorso attraverso linguaggi e fenomeni differenti, lasciando che ogni installazione mantenesse la propria autonomia e allo stesso tempo contribuisse a trasformare la percezione complessiva del luogo.
Ci interessa che il pubblico possa comprendere i fenomeni che sono alla base delle opere. Sapere, per esempio, che in The Enlightenment ciò che ascoltiamo è il suono prodotto dalla corrente elettrica, o che in Firmamento il suono nasce da dati astronomici, è parte fondamentale dell’esperienza. È proprio questa consapevolezza che può trasformare qualcosa di ordinario o invisibile in una scoperta.
Allo stesso tempo, non vogliamo suggerire allo spettatore cosa debba provare o quale significato attribuire a ciò che vede. Ci piacerebbe che uscisse portando con sé una conoscenza, ma anche una sensazione, un’immagine o un suono. Che la meraviglia dell’esperienza continuasse a esistere anche fuori dallo spazio espositivo”.
La libertà di continuare a scoprire

La ricerca di Quiet Ensemble affida al pubblico una libertà che interessa anche la cultura del progetto. Gli artisti rendono leggibili i fenomeni su cui lavorano e accettano che ciascuno ne ricavi un’esperienza personale. Possiamo comprendere il funzionamento di un’opera e continuare a sentirla in modi diversi.
Il seguito comincia nella vita quotidiana. Potremmo tornare alla lampada sul tavolo e chiederci che cosa accada nei suoi circuiti, ma anche osservare come la sua luce cambi l’aspetto degli oggetti che abbiamo intorno. Il mondo ordinario acquista un’altra profondità quando gli concediamo una seconda osservazione.
La durata di un’opera comincia dopo l’ultima luce, quando il mondo che conoscevamo torna davanti ai nostri occhi da una prospettiva inattesa.
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