24 Agosto 2026

Rabarama a Roma: la pelle cromatica dell’identità illumina Via Veneto

11 Giugno 2026

Rabarama a Roma: la pelle cromatica dell’identità illumina Via Veneto

La mostra Armonie del Corpo di Rabarama trasforma Via Veneto, a Roma, in un percorso d’arte contemporanea a cielo aperto. Dal 1 Maggio al 30 giugno 2026, undici sculture dell’artista, nome d’arte di Paola Epifani, abitano la strada simbolo della Dolce Vita con corpi attraversati da segni, pattern, alfabeti e campiture cromatiche. La mostra è curata da Mario Mazzoleni, figura di riferimento nel dialogo tra arte contemporanea, progettazione culturale e valorizzazione dello spazio urbano, nonché titolare di Art Events Mazzoleni e AM Arte Gallery di Roma.

Il cuore della mostra è la figura umana come territorio dell’identità, dove il colore diventa linguaggio, traccia emotiva e codice visivo. Nelle opere di Rabarama la pelle si apre ad una dimensione simbolica: diventa mappa interiore, superficie narrante, luogo in cui memoria, trasformazione, energia e destino prendono forma.

In questo incontro tra scultura, colore e spazio urbano, Via Veneto cambia ritmo. Da palcoscenico dell’apparire si trasforma in luogo di interpretazione: la strada del mito mondano romano diventa una galleria diffusa, dove il corpo umano emerge come materia viva, segnata, scritta e continuamente attraversata dalla metamorfosi.

Rabarama a Roma: dove vedere le sculture

La collocazione delle opere lungo Via Veneto possiede un valore decisivo. La strada conserva ancora l’eco della Roma cinematografica, dei flash, del divismo e della Dolce Vita. Inserire qui le sculture di Rabarama genera un cortocircuito raffinato: laddove la città ha celebrato per decenni il fascino della superficie, l’artista introduce corpi da decifrare.

Le figure, raccolte, distese o introspettive, non cercano una monumentalità celebrativa. La loro forza nasce dall’incontro tra presenza fisica e profondità simbolica. Sono corpi visibili, ma mai immediati; apparizioni contemporanee che invitano lo sguardo a fermarsi, a specchiarsi nella materia per riconoscere qualcosa di sé.

Uscite dalla neutralità dello spazio museale, le sculture entrano nel movimento della città. Dialogano con il traffico, le vetrine, la luce romana, i palazzi e la memoria urbana. Il corpo scultoreo incontra il corpo della città, mentre la pelle colorata delle figure si sovrappone alla pelle storica di Roma.

Il significato delle sculture di Rabarama

Nelle opere di Rabarama la pelle smette di essere un limite e diventa territorio. Simboli, lettere, segni, moduli geometrici e pattern costruiscono una seconda anatomia: un corpo scritto, inciso, codificato. È qui che la scultura supera la pura rappresentazione del corpo e diventa un paesaggio interno dell’identità, dove segni, colori e posture portano in superficie ciò che appartiene alla vita psichica più profonda.

La ricerca dell’artista ruota intorno a una domanda essenziale: che cosa abita davvero il corpo? Le sue figure sembrano custodire questa interrogazione nella postura, nella tensione muscolare e nella trama che le avvolge. Sono corpi silenziosi, ma non muti; immobili, ma attraversati da un ’intensa vita riflessiva.

Il colore assume una funzione strutturale, lontana dalla decorazione. Il rosso suggerisce energia, impulso e materia vitale. L’oro introduce una dimensione sacrale e luminosa. L’azzurro introduce una dimensione di apertura, respiro e sospensione, come se il corpo cercasse uno spazio più ampio in cui pensarsi e trasformarsi. Il bianco sospende la figura in uno spazio di purezza e possibile rinascita. Ogni tonalità diventa una qualità dell’essere.

Colore, simboli e metamorfosi del corpo

Nelle sculture di Rabarama il corpo resta aperto ad una continua trasformazione. Sembra colto nel momento esatto in cui sta diventando altro: materia pensante, involucro simbolico, punto d’incontro tra ciò che appartiene alla carne e ciò che prende forma nella coscienza. La pelle si trasforma in una superficie attiva, percorsa da pattern che sembrano alfabeti interiori, costellazioni psichiche, sistemi di orientamento dell’identità.

È in questa scrittura del corpo che il lavoro dell’artista rivela la propria forza contemporanea. Rabarama restituisce profondità ad una figura umana che il presente tende spesso a consumare in fretta: immagine da scorrere, profilo da esporre, presenza convertita in superficie digitale. Le sue opere chiedono invece una diversa postura dello sguardo. Invitano a fermarsi, a decifrare, a entrare nella complessità dei segni. Ogni figura trattiene un pensiero; ogni colore apre una possibilità di lettura.

L’armonia evocata dal titolo della mostra diventa equilibrio vivo tra spinte diverse: materia e spirito, controllo e abbandono, pelle e profondità, apparizione e mistero. La forma custodisce, il colore porta alla luce. E proprio in questo passaggio, tra ciò che il corpo trattiene e ciò che la superficie rivela, l’identità appare come una materia mobile, sempre attraversata da metamorfosi.

Madama Butterfly: la rinuncia come trasformazione

Tra le opere più rappresentative spicca Madama Butterfly, scultura ispirata all’universo poetico di Giacomo Puccini e alla figura di Cio-Cio-San. Rabarama traduce il nucleo tragico dell’opera lirica in una dimensione universale: la rinuncia diventa passaggio, il dolore si trasforma in possibilità di elevazione.

La figura sembra abitare l’istante esatto in cui qualcosa viene lasciato andare. Dal palmo della mano si leva un volo di farfalle, immagine fragile e potente di una parte di sé consegnata all’aria. Il gesto contiene insieme distacco e liberazione.

In questa scultura il colore assume una funzione emotiva e spirituale. La superficie del corpo, attraversata da segni e campiture, diventa il luogo di una trasformazione interiore. Ciò che ferisce viene trasfigurato; ciò che si perde apre una nuova postura dell’identità.

Via Veneto come teatro dell’apparire e della profondità

Il dialogo tra Armonie del Corpo e Via Veneto è uno degli elementi più interessanti della mostra. La strada della Dolce Vita incontra una forma umana che non si concede subito. Dove tutto era immagine, subentra l’enigma.

Questo contrasto produce una lettura nuova dello spazio urbano. Le sculture non decorano semplicemente la strada: la interrogano. Portano nel cuore di Roma una riflessione sul corpo, sull’identità e sulla necessità di guardare oltre la superficie.

Una geografia cromatica dell’essere contemporaneo

Accanto a Madama Butterfly, le altre figure compongono una trama corale dell’identità contemporanea. Ognuna sembra custodire una diversa postura dell’essere: il corpo raccolto che trattiene, quello assorto che pensa, quello che si espande nello spazio, quello che oppone resistenza, quello che prepara una trasformazione.


Il bronzo abbandona la sua vocazione monumentale e acquista una qualità quasi organica, come se la materia respirasse attraverso i segni. Il colore diventa struttura emotiva: definisce la figura, ne orienta la lettura, apre varchi verso una profondità più introspettiva. Toni, contrasti e pattern affiorano come segnali della vita interiore, ordinano frammenti dell’identità, richiamano memorie, portano in superficie movimenti psichici difficili da nominare.


Nelle opere di Rabarama, il corpo oltrepassa la semplice apparenza e diventa matrice di pensiero, linguaggio sensibile, materia viva in continuo mutamento. Le sculture attraggono attraverso l’intensità cromatica, poi accompagnano lo sguardo oltre la seduzione della superficie: verso uno spazio più intimo, dove l’immagine smette di essere soltanto visione e diventa domanda.

Il colore come rivelazione dell’identità

Armonie del Corpo mostra il colore come materia viva dell’identità. Nelle sculture di Rabarama, la cromia diventa pelle, codice, memoria, impulso spirituale e linguaggio interiore. Ogni figura ricorda che il corpo custodisce molto più della propria immagine: trattiene esperienze, attraversa mutamenti, trasforma ciò che è stato in nuova possibilità di forma.


Un’idea di colore come esperienza interiore che attraversa anche L’infinito verticale di Gerhard Richter, dove la luce cromatica diventa spazio, tempo e profondità dello sguardo.


A Via Veneto, per qualche settimana, Roma apre una parentesi diversa dentro il proprio mito. La strada dell’apparire si converte in spazio di ascolto, in luogo dove lo sguardo incontra il corpo e, attraverso il corpo, torna verso sé stesso. La forma protegge la materia, il colore porta alla luce l’identità, e la scultura diventa un paesaggio simbolico dell’essere contemporaneo: visibile, stratificato, vulnerabile, in continua metamorfosi.

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