Dalla lava di Pantelleria ai calanchi del Piceno, quattro esperienze in cui luce, spazio e paesaggio cambiano il modo di conoscere il vino.
Le vigne acquistano profondità, la pietra restituisce il calore accumulato durante il giorno e il vetro raccoglie gli ultimi riflessi. Nel bicchiere, anche il vino sembra cambiare presenza: il colore appare più denso, i profumi emergono con maggiore calma, il sorso trova un ritmo lontano dalla fretta.
Le degustazioni di vino al tramonto mettono il calice in relazione con il luogo che lo ha generato. Aria, temperatura, materiali e orizzonte entrano nell’esperienza insieme al lavoro agricolo; il paesaggio diventa una componente dell’assaggio.
Veloria attraversa Sicilia, Sardegna, Toscana e Marche facendo tappa in quattro cantine di riferimento: Donnafugata a Khamma, Su’Entu, Lamole di Lamole e Tenuta Cocci Grifoni. Ciascuna interpreta un gesto diverso — proteggere, raccogliere, sovrapporre, orientare — e mostra come il progetto possa guidare l’incontro fra vino e territorio.
Prima del sorso, il luogo
Degustare richiede un doppio movimento: avvicinarsi con precisione e lasciare, subito dopo, che le informazioni si ricompongano in un’impressione unitaria. Arrivare qualche minuto prima aiuta a osservare ciò che una scheda tecnica può soltanto nominare: la distanza fra i filari, l’inclinazione del terreno, la vegetazione spontanea, i materiali dei muri, la direzione dell’aria. Nel bicchiere, parole come freschezza, maturità del frutto o sapidità incontrano finalmente un contesto.
Anche l’ambiente partecipa alla percezione. Uno studio condotto su quasi tremila persone ha mostrato che illuminazione e musica possono influire sul giudizio espresso durante l’assaggio. La luce serale intensifica i toni caldi e rende meno affidabile la lettura cromatica: osservare per qualche secondo il calice contro una superficie chiara consente di distinguere il piacere dell’atmosfera dalla valutazione del colore. Poi il vino può tornare al mondo che lo circonda.
Nel precedente approfondimento di Veloria, Cantine di design in Italia: tre luoghi dove il vino diventa architettura, il progetto veniva osservato soprattutto attraverso gli edifici. Questo viaggio sposta l’attenzione sul modo in cui uno spazio prepara l’ascolto: stabilisce il ritmo della visita, decide ciò che appare per primo e conduce dalla produzione al paesaggio. La domanda cambia prospettiva: che cosa comprendiamo del vino quando il luogo diventa il suo primo strumento di lettura?
Sicilia: Donnafugata a Khamma, quando il vento prende forma

A Pantelleria ogni forma nasce da un confronto con gli elementi. La luce è intensa, l’acqua preziosa, la pietra vulcanica attraversa campi e costruzioni. In contrada Khamma, la cantina Donnafugata appartiene a questo sistema di adattamenti. L’alberello pantesco cresce basso, raccolto in conche che lo difendono dalle raffiche e aiutano a conservare l’umidità; la pratica, riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale, mostra quanto il carattere di una vite possa dipendere dalla forma che assume per resistere.
Gli edifici proseguono lo stesso ragionamento. L’unità di vinificazione utilizza pietra lavica lavorata a mano; gli spazi dell’ospitalità riprendono le volte dei dammusi. Poco distante, il Giardino Pantesco Donnafugata affidato al FAI custodisce un arancio secolare entro un alto muro circolare. La vigna si abbassa, il giardino si raccoglie, l’edificio cerca riparo: tre risposte alla medesima isola, trasformate in cultura materiale.
Aspettare che Pantelleria entri nel bicchiere

Verso sera la pietra perde lentamente calore ed il contrasto fra il verde delle viti e il terreno vulcanico si fa più netto. L’esperienza #Donnafugatatime Pantelleria attraversa la cantina e conduce all’assaggio all’aperto di tre vini con specialità dell’isola, fino a Ben Ryé fra gli alberelli. Il passaggio dall’interno all’esterno possiede un valore narrativo preciso: prima si osserva dove il vino viene trasformato, poi si ritorna alle condizioni che lo hanno reso possibile.
Il Passito di Pantelleria DOC nasce dallo Zibibbo e da una lavorazione paziente. Una parte delle uve viene appassita naturalmente; gli acini disidratati vengono aggiunti più volte al mosto durante la fermentazione. Albicocca essiccata, uva passa, scorza d’arancia candita, miele, erbe mediterranee e accenti balsamici compongono un profilo ampio. Subito dopo la dolcezza, acidità e sapidità imprimono movimento al sorso e impediscono alla concentrazione di chiudersi su se stessa.

Assaggiato sull’isola, Ben Ryé rivela una corrispondenza più profonda della semplice suggestione. Pantelleria conosce l’abbondanza aromatica e la scarsità materiale, il sole generoso e l’acqua custodita, la maturità del frutto e la disciplina necessaria a ottenerlo. Il nome, “figghiu dû ventu”, davanti alle viti piegate vicino al terreno acquista la concretezza della propria origine.
Sardegna: Su’Entu, una corte per dare misura all’orizzonte

Nella Marmilla lo sguardo incontra una campagna aperta, fatta di distanze e campi agricoli. Anche Su’Entu prende il nome dal vento, ma lo affronta mediante un gesto differente: una corte centrale. Il complesso, progettato da Mario Casciu e Francesca Rango e realizzato fra il 2013 e il 2015, è documentato dal Ministero della Cultura. Pietra scistosa locale, intonaco bianco, legno e calcestruzzo compongono un insieme misurato, capace di ordinare il rapporto fra interno ed esterno.
La corte protegge mantenendo il cielo visibile, riunisce le persone e conserva la campagna ai bordi dello sguardo. Il panorama viene percepito per continuità, anziché concentrarsi in un solo punto spettacolare. Produzione e ospitalità occupano aree distinte, ma partecipano allo stesso ordine; quando il vino arriva al tavolo, l’occhio ha già attraversato la terra da cui proviene.
Il Bovale quando il giorno si ritira

Le degustazioni di Su’Entu percorrono bianchi, rosati e rossi con ampiezze diverse; chi desidera avvicinarsi alla sera può verificare gli appuntamenti stagionali, fra cui gli Aperitivi sulla vigna.
Con Su’Nico, Bovale Marmilla Rosso IGT, il rapporto con il territorio emerge attraverso la materia del vino. Le uve provengono da una parcella esposta a nord-est, intorno ai 250 metri, su terreni sabbiosi a matrice arenacea; vengono raccolte di notte e affinate fra acciaio, rovere di Slavonia e cemento.
Frutti rossi maturi e spezie anticipano un sorso caldo, morbido, sostenuto da un tannino levigato. Nella corte, mentre le superfici chiare perdono contrasto, il Bovale e lo spazio sembrano procedere in direzioni opposte: il primo concentra, il secondo apre; il vino possiede un carattere pieno e terrestre, il luogo offre aria e distanza. Proprio questa differenza rende l’esperienza memorabile. Su’Entu interpreta l’origine attraverso una relazione, lasciando che solidità e apertura si definiscano a vicenda.
Toscana: Lamole di Lamole, il tempo coltivato in altezza

A Lamole, il paesaggio si costruisce in altezza. La strada sale, i boschi si insinuano tra le vigne e i terrazzamenti seguono i pendii, disegnando una successione di livelli che accompagna lo sguardo verso l’alto. Nel territorio di Greve in Chianti, Lamole di Lamole coltiva Sangiovese in una delle aree più elevate del Chianti Classico, su terreni di macigno poveri e drenanti. I muri a secco trattengono la terra, limitano l’erosione e costruiscono piani successivi: la coltivazione appare come un lavoro paziente di misura applicato alla pendenza.
Il Vigneto Storico, piantato nel 1945, conserva 110 ceppi e più di trenta cloni di Sangiovese allevati ad alberello. La sua importanza supera il valore testimoniale: quelle piante continuano a produrre e custodiscono una diversità genetica ancora studiata e utilizzata. Il passato partecipa al presente come risorsa vivente; a Lamole, la storia possiede radici, frutti e vendemmie future.
Quando il vigneto incontra il cielo
Il 22 agosto 2026, Astronomitaly a Lamole di Lamole costruisce il percorso intorno al passaggio fra giorno e buio. La visita comincia alle 19 fra vigneto storico e sperimentale, cantina di vinificazione e ambienti antichi; seguono tre Chianti Classico con prodotti toscani e, intorno alle 21:20, l’osservazione astronomica guidata. Durante la stagione, anche il Pic-Nic in Vigna offre alcune ore fra filari e assaggio. In entrambi i casi, il valore risiede nel tempo concesso: si cammina, si beve, si attende che il vino cambi nel bicchiere.
Il Sangiovese dopo il colore
Il Sangiovese di Lamole tende alla finezza più che alla concentrazione. Frutto rosso luminoso, acidità viva, tannino sottile e un finale sapido formano vini nei quali freschezza e dettaglio restano centrali; altitudine ed escursioni termiche accompagnano una maturazione lenta, mentre il macigno contribuisce alla tessitura del luogo. Una sequenza dall’annata alla Riserva permette di percepire l’aumento di profondità senza perdere il filo comune.
Quando il sole scompare dietro le colline, il colore diviene progressivamente meno leggibile. L’occhio perde informazioni e gli altri sensi acquistano spazio: ciliegia, erbe, terra asciutta, acidità e tannino contano più della tonalità visibile. Il paesaggio si semplifica, mentre il sorso si articola. Lamole suggerisce allora una forma meno consueta di conoscenza: comprendere ciò che resta anche quando una parte dell’immagine si ritira.
Marche: Tenuta Cocci Grifoni, il Pecorino davanti ai calanchi

A Ripatransone l’esperienza comincia dall’orizzonte. Dalla Tenuta Cocci Grifoni lo sguardo attraversa vigneti, colline e calanchi, raggiungendo più lontano l’Adriatico e i Monti Sibillini. La terrazza funziona come uno strumento di orientamento: permette di comprendere la posizione dei vigneti, la distanza dal mare e la forma dei terreni. Dati che sulla carta resterebbero separati acquistano una relazione fisica.
La storia della famiglia comincia nel 1933. Negli anni Ottanta Guido Cocci Grifoni avvia il recupero del Pecorino, varietà allora quasi scomparsa, fino alla vinificazione in purezza e alla prima annata di Colle Vecchio nel 1990. Recuperare un vitigno significa restituire continuità a un patrimonio di adattamenti, pratiche agricole e caratteri sensoriali. Il vino riporta nel presente una possibilità che il territorio rischiava di perdere.
Assaggiare gli anni
L’aperitivo-degustazione in collina consente di sostare sulla terrazza con vini e prodotti locali; la Cocci Grifoni Experience attraversa cantina, barricaia e biblioteca del vino e comprende una verticale dedicata al Pecorino. Bere annate diverse della stessa etichetta introduce una seconda profondità: il vitigno e il luogo conservano continuità, mentre clima, maturazione ed evoluzione in bottiglia cambiano la voce del vino.
Colle Vecchio, Offida DOCG Pecorino in purezza, rimane otto mesi in acciaio sui propri lieviti e completa l’affinamento con tre mesi in bottiglia. Pera matura, ginestra, mughetto, citronella e salvia accompagnano un sorso pieno, sostenuto dalla freschezza. La selezione Guido Cocci Grifoni prolunga la permanenza sui lieviti e il successivo riposo in bottiglia: mela matura, melagrana, fiori gialli, erbe e anice stellato mostrano la capacità del Pecorino di evolvere senza perdere definizione.
Davanti ai calanchi, la verticale produce una sovrapposizione inattesa. La veduta appare immobile, mentre nel bicchiere passano gli anni. L’orientamento offerto dalla terrazza riguarda allora anche il tempo: aiuta a collocare ogni annata dentro una storia più ampia, nella quale il ritorno di un vitigno continua a essere verificato vendemmia dopo vendemmia.
Quando il luogo continua dentro il vino
Proteggere, raccogliere, coltivare il tempo, orientare. I quattro gesti mostrano che il design di una cantina trova la sua misura quando orienta lo sguardo, valorizza il territorio e lascia al vino il centro della scena. Un muro racconta il vento perché ne porta le conseguenze; una corte restituisce l’ampiezza della campagna; un terrazzamento conserva la fatica del coltivare; una terrazza apre il vigneto verso l’orizzonte.
Il tramonto introduce una variabile che nessun progetto governa fino in fondo. La pietra perde calore, le colline si scuriscono, alcuni profumi emergono mentre altri arretrano. Anche chi osserva cambia: il ritmo rallenta, la memoria seleziona ciò che trattenere e il vino si lega a un’immagine destinata a entrare nella propria storia.
Si arriva per assaggiare. Si riparte avendo incontrato anche una parte di sé, resa più nitida da ciò che ha vissuto. È allora che il progetto compie il suo gesto più riuscito: avvicina il vino a chi lo beve e lascia che il paesaggio continui a vivere dentro di noi.
Nel calice, il paesaggio ritrova la propria immagine.