18 Settembre 2026

Max Mara Le Parfum: può un profumo avere la forma di un cappotto?

4 Settembre 2026

Max Mara Le Parfum: può un profumo avere la forma di un cappotto?

Nel suo settantacinquesimo anniversario, Max Mara affida a Marie Salamagne e Fabrice Pellegrin la traduzione olfattiva del proprio gesto più riconoscibile. Tra tuberosa, vaniglia e legni, il cappotto lascia il tessuto e si traduce in una sensazione da portare sulla pelle.

Lo specchio restituisce un’immagine; il corpo riconosce quanto quella figura corrisponda al modo in cui ci si sente dentro di sé. Il tessuto trova la propria caduta, la cintura raccoglie il volume, una fragranza si posa sulla pelle e raggiunge la parte di noi che l’abito può soltanto evocare. Vestirsi assume allora il valore di un accordo interiore: scegliere come entrare nel giorno prima che gli altri attribuiscano un significato alla nostra presenza. Max Mara Le Parfum prende forma in questo incontro fra materia e percezione. La maison lo presenta come un «cappotto invisibile»: un ultimo strato capace di tradurre in aria il calore, la misura e l’autorevolezza affidati al tessuto.

Presentato nell’agosto 2026 e distribuito su scala globale dal 1° settembre, Le Parfum è la prima creazione sviluppata nella partnership con Shiseido, annunciata nel 2024. Marie Salamagne e Fabrice Pellegrin firmano la composizione; Florence Pugh interpreta la campagna fotografata da Mario Sorrenti. Shiseido chiarisce il perimetro del debutto e lo lega ai settantacinque anni della casa fondata nel 1951.

I dati spiegano il lancio. La domanda capace di farlo durare riguarda invece la traduzione: una maison costruita sulla qualità delle superfici può lasciare la stoffa e restare riconoscibile attraverso l’odore? E che cosa può fare un abito invisibile alla persona che lo indossa, prima ancora che gli altri ne avvertano la scia?

Il 101801: una forma che lascia spazio a chi la indossa

La risposta comincia dal 101801, disegnato da Anne-Marie Beretta nel 1981 e indicato dalla casa come il proprio capo più conosciuto al mondo. Il beaver di lana e cachemire costruisce una linea ampia; le maniche a kimono accompagnano il movimento; le proporzioni conservano fedeltà al disegno originario. Il codice numerico, nato per l’archivio, ha assunto il valore di un nome, poi quello di una memoria condivisa.

Beretta riconduceva il cappotto alla ricerca di un equilibrio fra tessuto, forma, colore e lavorazione. La frase rivela un’idea di eleganza fondata sulla relazione: la superficie chiede di essere sentita, il volume accoglie il corpo, il taglio concede libertà mantenendo definizione. Max Mara propone il 101801 tanto con un completo maschile quanto con un abito iperfemminile; la sua longevità dipende anche da questa disponibilità a ricevere vite diverse.

Un capo simile agisce sullo stato interiore attraverso elementi concreti. Il peso si posa sulle spalle, la cintura raccoglie il busto, il volume crea uno spazio nel quale muoversi. Ci si sente contenuti, anziché costretti; definiti, pur conservando margine. Il lusso emozionale comincia spesso da questo passaggio: il valore dell’oggetto coincide con la qualità della relazione che riesce a instaurare con chi lo sceglie.

Le Parfum eredita dal 101801 soprattutto questa funzione. La profumeria offre alla maison un mezzo privo di cuciture, capace però di modificare la percezione del corpo con calore, diffusione e permanenza. Il patrimonio acquista credibilità quando supera la citazione visiva e raggiunge il modo in cui una persona desidera stare dentro i propri abiti.

Max Mara Le Parfum: il 2026 riapre una storia olfattiva

La formula del 2026 inaugura la collaborazione con Shiseido; l’archivio Max Mara, però, possiede già un capitolo dedicato alle fragranze: un’eau de parfum eponima nel 2004, Silk Touch e Gold Touch nel 2007, Kashmina Touch e una precedente Le Parfum nel 2008, seguite da Le Parfum Zeste & Musc nel 2009. Definire con precisione questa genealogia evita di confondere un nuovo corso industriale con un’origine assoluta.

I nomi di quelle edizioni raccontano un’intuizione precoce: seta, cashmere e tatto potevano offrire un lessico alla profumeria della casa. Kashmina Touch, composta da Olivier Cresp, collocava cashmere wood, cedro e muschio nel fondo, cercando una parentela fra morbidezza e calore. Il progetto attuale rende quel legame più organico: il tessile smette di essere un riferimento nel titolo e assume il ruolo di principio che ordina formula, flacone, campagna e racconto.

La distinzione possiede anche un valore culturale. Riprendere un nome significa confrontarsi con ciò che esso ha già rappresentato, come Veloria ha osservato nel caso di L’Heure Bleue e della memoria affidata a una fragranza. Il nuovo Le Parfum acquista spessore quando dichiara il proprio posto nella storia: è un ritorno progettato con strumenti, interlocutori e ambizioni differenti.

Dalla fibra alla formula: la morbidezza ha un odore?

Max Mara definisce la fragranza floreale-legnosa e ne presenta il cuore attraverso un duo di tuberose: assoluta del Guatemala e fiore fresco di Grasse. La prima porta densità cremosa, sfumature lattiginose e una sensualità quasi carnale; la seconda apre il fiore verso un profilo più luminoso. L’accordo di vaniglia distribuisce calore, mentre cedro e sandalo danno continuità al fondo. E’ presente anche un’essenza di limone primo fiore, usata per imprimere chiarezza all’apertura, insieme al benzoino che arrotonda la parte balsamica.

La costruzione olfattiva evita di trattare la vaniglia come una semplice promessa gourmand. La sua dolcezza viene assorbita dai legni; il cedro traccia un profilo più asciutto, il sandalo leviga gli spigoli, la tuberosa occupa il centro con un volume riconoscibile. Salamagne e Pellegrin costruiscono una morbidezza sostenuta, simile a un tessuto che conserva caduta e struttura. L’avvolgenza nasce dalla proporzione fra parti cremose, fiorite e legnose, più che dall’accumulo di note calde.

La profumeria usa da sempre parole prese in prestito dal tatto: secco, vellutato, ruvido, polveroso, trasparente. Sono coordinate progettuali, utili a descrivere densità, diffusione e durata quando l’odore sfugge alla forma. Nell’intervista di Veloria a Luca Maffei sul momento che precede la formula, texture e colore emergono proprio come strumenti con cui il profumiere rende condivisibile un’intuizione.

Anche la ricerca sulla percezione sostiene la plausibilità di questo lessico. In uno studio pubblicato su Chemical Senses nel 2006, M. Luisa Demattè, Daniel Sanabria, Rachel Sugarman e Charles Spence chiesero ai partecipanti di valutare la morbidezza di alcuni tessuti in presenza di odori differenti. Gli stessi campioni furono giudicati più soffici con un odore di limone rispetto a uno di carattere animale. Lo studio offre una misura della cooperazione fra i sensi: ciò che il naso incontra può orientare ciò che la mano crede di sentire.

Le Parfum sceglie dunque una via più sofisticata dell’imitazione del cachemire. Invita il corpo a leggere l’odore come una superficie: il fiore ne costituisce il volume, la vaniglia la temperatura, i legni la tenuta. Il tessuto evocato nasce nella percezione di chi indossa, dove la formula incontra pelle, ricordi e aspettative.

Che cosa protegge un cappotto invisibile?

Un cappotto regola più del clima. Decide quanta parte del corpo mostrare, costruisce una distanza dall’ambiente e accompagna il passaggio dallo spazio domestico a quello condiviso. La protezione nasce dalla possibilità di sentirsi raccolti prima di entrare in relazione. Il profumo compie un gesto affine su una scala più intima: tocca la pelle, resta nei capelli, aderisce alla fodera e viaggia appena oltre il corpo.

La sua frontiera è permeabile. Un capospalla si vede da lontano; una fragranza chiede vicinanza e trasforma la distanza sociale in esperienza sensoriale. Chi la porta la incontra per primo, poi il naso si abitua gradualmente, mentre la scia continua a raggiungere gli altri. L’ultimo strato si trasforma in una forma di intimità condivisa, capace di decidere chi può accedere a una parte del nostro racconto.

La sicurezza evocata dal «cappotto invisibile» nasce dal riconoscimento più che dalla chiusura. Ripetere una fragranza prima di uscire crea continuità fra giornate, luoghi e ruoli differenti: qualcosa cambia intorno a noi, mentre un segnale familiare riconduce il corpo alla propria misura. Ci riconosciamo prima di essere riconosciuti. Il profumo può allora diventare un gesto di autoriconoscimento, capace di accompagnare il passaggio fra ciò che sentiamo interiormente e il modo in cui scegliamo di presentarci al mondo.

Il flacone conserva il gesto del Ready Coat

Il design rende visibile la traduzione. Il 101801 rimane l’archetipo storico con cui leggere la cultura dell’outerwear Max Mara; il Ready Coat, modello contemporaneo a vestaglia in doppio puro cammello, costituisce il riferimento diretto del flacone. La distinzione evita una scorciatoia narrativa e permette a ciascun capo di svolgere la propria funzione nel progetto.

La bottiglia, interamente in vetro, viene stretta al centro da una cintura laccata. Il particolare compie più di un esercizio decorativo: conserva il movimento della mano che chiude un cappotto e lo trasforma in una forma stabile. Il vetro sembra raccogliersi, il color cammello porta nell’oggetto l’impronta della maison, il gesto quotidiano acquista valore di segno.

Max Mara dichiara una formula certificata vegan, composta per il 90 per cento da ingredienti di origine naturale, e un flacone ricaricabile. La ricarica introduce nel progetto un’idea di continuità: il contenitore resta, si lega all’esperienza di chi lo sceglie e, come un cappotto amato, attraversa il tempo acquistando familiarità e valore affettivo.

Florence Pugh: sentirsi pronte prima di essere viste

La campagna concentra il racconto nel claim «When you’re ready, you’ll know». Florence Pugh annoda la cintura, vaporizza la fragranza e conclude la preparazione. La concretezza della sua immagine pubblica, insieme a un’idea di bellezza vissuta come esperienza interiore, rende credibile il passaggio dalla vestizione alla consapevolezza di sé.

In una conversazione con ELLE, Pugh racconta che i primi ricordi olfattivi passano dagli abiti della madre e dal profumo rimasto su camicette e biancheria. Da bambina, una vaporizzazione sul polso prima di cena la faceva sentire adulta e sicura. Oggi sceglie fragranze diverse per i personaggi che interpreta; talvolta sua madre ne prepara una coerente con l’epoca del film. L’odore diventa un costume interiore, capace di rendere percepibile una vita immaginaria prima ancora dell’ingresso davanti alla macchina da presa.

Il racconto personale di Pugh amplia il significato della campagna. Prepararsi significa cercare una consonanza fra percezione interna e immagine pubblica; il profumo partecipa a questo processo facendo avvertire al corpo un ruolo, un personaggio o la versione di sé che desideriamo portare nel giorno. Applicato su pelle, abiti e punte dei capelli, l’avvolgimento evocato da Max Mara acquista una consistenza fisica e personale.

L’intuizione più significativa del claim risiede nel verbo «saprai». Essere pronte assume la forma di una conoscenza corporea che precede il giudizio esterno. Veloria ha incontrato una dinamica affine raccontando I WILL di Giorgio Armani e il profumo della volontà: l’odore può rendere sensibile una decisione, dare continuità a un’intenzione e accompagnarla nello spazio.

È anche in questo passaggio che un codice di marca acquista profondità: attraversa linguaggi diversi e continua a produrre riconoscimento. Nel profumo, il corpo diventa il materiale conclusivo del progetto; pelle, chimica cutanea ed esperienza modificano la composizione e la rendono personale. La firma della maison arriva fino al flacone, poi la fragranza entra nella biografia di chi la sceglie.

Ci vestiamo anche per ricordare al corpo come desideriamo stare nel mondo. Max Mara Le Parfum affida quel compito all’aria e conserva del cappotto la capacità di raccogliere, dare misura e accompagnare il passaggio dal privato all’incontro. Lo sguardo vede una donna; lei ha già sentito sulla pelle la forma della propria presenza.

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