18 Settembre 2026

Dopo Pitti Fragranze 2026. Che cosa sta cambiando nella profumeria artistica

18 Settembre 2026

Dopo Pitti Fragranze 2026. Che cosa sta cambiando nella profumeria artistica

Alla Stazione Leopolda, Veloria ha incontrato un settore che sta imparando a riconoscersi come cultura. Negli archivi d’impresa e nelle memorie olfattive collettive si decide anche quali emozioni, gesti e paesaggi potranno continuare a parlarci.

Alla fine di una fiera restano i nomi scoperti e le materie annusate. Restano soprattutto le persone: le strette di mano, i pensieri affidati a uno sconosciuto, l’intesa che nasce quando due persone riconoscono nella stessa fragranza qualcosa di familiare. L’olfatto, in fondo, ha questa forza: rende condivisibile un’impressione profondamente privata. A Pitti Immagine Fragranze 2026, Veloria l’ha vista prendere forma in una platea raccolta intorno allo stesso argomento, attenta a un sapere che per molto tempo ha avuto pochi luoghi pubblici di confronto. Profumieri, fondatori di maison, buyer, giornalisti, studiosi e appassionati portavano competenze diverse e una domanda comune: quale valore attribuiamo oggi al profumo e quale parte della sua storia desideriamo consegnare al futuro?

La partecipazione dà la misura della ventiquattresima edizione. Realizzata in collaborazione con Agenzia ICE e UniCredit, la manifestazione si è svolta dall’11 al 13 settembre alla Stazione Leopolda di Firenze. I numeri misurano la crescita: 290 espositori, oltre 2.200 presenze tra operatori e compratori italiani e internazionali, quasi 600 buyer esteri provenienti da più di cinquanta Paesi e circa 460 presenze tra stampa e media. L’atmosfera raccontava il resto. Per Veloria, il dato decisivo stava nel tempo che le persone si concedevano per ascoltare, fare domande, confrontare esperienze e cercare parole capaci di dare forma a ciò che avevano sentito.

Pitti Fragranze 2026: una comunità prima del mercato

Fragranze conserva la funzione concreta di una fiera professionale: mette in relazione marchi, distribuzione e stampa, apre opportunità commerciali e permette alle realtà indipendenti di misurarsi con una scena internazionale. Il formato curato da Pitti rende leggibile un’offerta ampia attraverso sezioni come Spring, dedicata ai nuovi nomi, e Soul and Skin, rivolta allo skincare indipendente. L’esordio di Code Korea ha inoltre portato in Leopolda pratiche e modelli d’innovazione provenienti dalla cultura beauty coreana.

Accanto all’attività commerciale, l’edizione 2026 ha costruito uno spazio culturale. L’UniCredit Fragranze Arena ha ospitato conversazioni sulla materia prima, sul processo creativo, sul retail esperienziale, sul rapporto tra odore e spazio e sulle nuove geografie della profumeria. Cura, rappresentata nella campagna visiva dalla corolla di un iris, era la parola guida dell’edizione. Nei tre giorni il suo significato si è allargato dal corpo alla memoria, dalla formulazione alla trasmissione del sapere. La cura del profumo comprendeva le conoscenze e le relazioni che gli permettono di durare.

Il profumo entrava in dialogo con fotografia, musica e arti visive, accompagnava l’esplorazione interiore, si avvicinava al benessere e ampliava il proprio atlante attraverso sensibilità asiatiche e africane. A Firenze affiorava una domanda di senso: che cosa ci fa sentire una fragranza, quale esperienza rende nominabile, quale relazione apre con gli altri? La profumeria artistica cerca un valore più ampio dell’esclusività. La qualità della composizione resta centrale e acquista profondità quando aiuta a leggere una parte di noi e del tempo che abitiamo.

La bellezza ha bisogno di archivi

Il talk la Bellezza non si archivia: Conservare per Creare ha portato al centro la memoria come strumento di creazione. L’incontro ha riunito Stefania Bellinazzo, giornalista, Maria Canella, docente universitaria e archivista di Stato, e Isella Marzocchi, esperta di comunicazione, ideatrici nel 2026 del progetto Beauty Heritage. Con loro sono intervenuti Renato Ancorotti, Senatore della Repubblica Italiana, e Antonio Calabrò, presidente di Museimpresa e direttore della Fondazione Pirelli. La moderazione di Valentina Debernardi, Head of Beauty di Harper’s Bazaar ed Esquire, ha messo in relazione prospettive giornalistiche, accademiche, istituzionali e d’impresa.

Il titolo accoglie una contraddizione fertile. La bellezza cambia con i corpi, le epoche e le forme del desiderio; proprio per questo le sue tracce acquistano valore. Un flacone può custodire il gesto con cui qualcuno si preparava a uscire, una formula racconta anni di ricerca, una campagna conserva il modo in cui un’epoca ha immaginato se stessa. L’archivio vivo riunisce questi indizi e ricostruisce le condizioni che li hanno generati attraverso carteggi, quaderni di laboratorio, brevetti, testimonianze professionali, gesti produttivi e modi di vendita. Ogni elemento restituisce una parte dell’opera e delle vite che l’hanno resa possibile.

La materia olfattiva rende questo compito particolarmente fragile. Un abito, una fotografia o un manifesto attraversano il tempo mantenendo una forma visibile, pur con inevitabili alterazioni. Il contenuto di un flacone invecchia; alcune materie prime diventano indisponibili; norme e conoscenze scientifiche conducono a nuove formulazioni. Il nome può restare identico mentre l’esperienza sensoriale cambia. Quando un odore scompare, può svanire anche un accesso immediato a una persona, una casa, una stagione della vita. Conservare la storia del profumo richiede perciò competenze archivistiche, chimiche e creative, insieme a una documentazione capace di distinguere l’originale dalle interpretazioni successive.

Esperienze come l’Osmothèque di Versailles mostrano da anni quanto la conservazione olfattiva dipenda dall’incontro fra raccolta, ricerca, ricostruzione e divulgazione. Beauty Heritage amplia la riflessione all’intero sistema della bellezza e riconosce agli archivi d’impresa una responsabilità culturale. Il patrimonio aziendale diventa materia critica e generativa: aiuta a comprendere l’evoluzione del gusto, il lavoro spesso invisibile dietro un prodotto e il modo in cui l’industria ha interpretato i cambiamenti sociali. Da questa conoscenza può nascere innovazione, perché il passato offre domande, tecniche e possibilità da trasformare nel presente.

Il rigore dell’archivio protegge anche la dimensione umana del fare. In una fase in cui i brand investono molto nello storytelling, date, autori e passaggi produttivi restituiscono un nome al lavoro. Una storia documentata evita che la memoria diventi scenografia commerciale e offre a chi crea una base reale da interrogare, continuare o superare.

Istituto dell’Odore e il profumiere archivista

Il giorno successivo, il talk dedicato all’Istituto dell’Odore ha spostato la riflessione dai documenti a ciò che rimane nel corpo. Meo Fusciuni e Federica Castellani, con la moderazione di Isella Marzocchi, hanno presentato un progetto pensato come archivio in divenire delle memorie olfattive collettive. Il manifesto immagina un luogo capace di accogliere gli odori perduti, quelli che tornano a visitarci all’improvviso e quelli che rischiano di scomparire insieme ai paesaggi, ai mestieri e alle abitudini che li producevano.

Un odore può far riemergere una presenza prima che la mente riesca a collocarla nel tempo. Il corpo riconosce prima di saper spiegare, e le parole arrivano dopo. In questo territorio il profumiere assume il ruolo di archivista di esperienze prive di un supporto materiale stabile. La creazione trattiene il passato traducendolo in una forma percepibile nel presente e accessibile a chi possiede ricordi diversi. Il carattere futurista dell’Istituto risiede proprio in questo passaggio: la memoria diventa materia progettuale e genera opere ancora inesistenti.

Fra Beauty Heritage e Istituto dell’Odore si disegna una complementarità preziosa. Il primo tutela le fonti che permettono di ricostruire la storia della bellezza; il secondo ascolta ciò che sopravvive nei corpi e nelle associazioni personali. Le carte fissano date, attribuzioni e processi. La memoria sensoriale conserva invece l’intensità con cui un profumo ha attraversato una vita.

Come possiamo andare avanti? Facendo dialogare queste due forme di memoria. Le fonti impediscono al ricordo di confondersi con la leggenda; l’esperienza olfattiva ricorda all’archivio perché quelle tracce continuano a toccarci.

L’espressione memoria olfattiva collettiva porta con sé una questione di rappresentazione e appartenenza. Gli odori condivisi variano tra generazioni, territori, condizioni sociali, rituali domestici e storie migratorie. Decidere che cosa conservare significa stabilire quali vite saranno riconosciute nel racconto comune. Un archivio capace di accogliere un’essenza d’autore insieme agli odori del lavoro, delle case, delle feste e dei paesaggi trasformati può restituire una storia più ampia della sensibilità umana. La sua autorevolezza dipenderà da criteri chiari e dalla pluralità delle memorie ascoltate.

Dalla novità alla durata

I due talk hanno reso visibile il cambiamento più significativo osservato a Firenze: la profumeria artistica sta maturando un pensiero sulla propria durata. Per anni il ritmo del settore si è accordato soprattutto al lancio, alla scoperta e all’inedito. Ora cresce l’esigenza di comprendere ciò che precede ogni nuova creazione e ciò che resta dopo la sua uscita dal mercato. Una fragranza rivela talvolta il proprio valore quando ha già lasciato il banco: entra nelle abitudini, accompagna un passaggio della vita, diventa inseparabile dal ricordo di una persona. Pensare alla durata significa riconoscere anche questa biografia intima.

Questa consapevolezza ridisegna i ruoli. Il profumiere assume il compito di autore, ricercatore e custode; il brand risponde delle proprie fonti. Il punto vendita diventa uno spazio di conoscenza e mediazione, dove la prova sulla pelle è accompagnata dal contesto. Al giornalismo di settore spetta dare profondità ai riferimenti culturali, distinguere una storia documentata da un racconto seducente e tradurre il vocabolario specialistico in parole che preservino i significati senza allontanare chi legge.

La dimensione internazionale di Fragranze ricorda che l’olfatto accomuna le persone senza rendere uguali i loro ricordi. Le presenze da oltre cinquanta mercati, l’attenzione verso la Corea, il Giappone e la creatività africana mostrano un sistema olfattivo sempre più policentrico. Il futuro chiede ascolto verso tradizioni e codici differenti, evitando di trasformarli in repertori esotici. La cura prende allora la forma del riconoscimento: rispettare l’origine dei saperi, attribuire le fonti e lasciare che ogni cultura partecipi al racconto con la propria voce.

Ciò che Veloria porta via da Firenze

Per Veloria, il ricordo più vivo è la qualità dell’attenzione: il modo in cui una sala intera rimaneva raccolta mentre si parlava di odori, archivi e vite. In quella concentrazione, esperienze normalmente disperse venivano confrontate, documentate e trasmesse. Il profumo assumeva davanti ai nostri occhi la consistenza di un sapere condiviso, degno di studio, istituzioni e occasioni di confronto.

Raccontare il profumo da vicino significa restituire le relazioni raccolte in ogni fragranza: la storia delle materie, l’impegno e la visione delle persone che l’hanno composta, i luoghi produttivi e le immagini attraverso cui è stata desiderata. Conoscere questi livelli modifica il modo in cui la indossiamo. L’emozione acquista contesto e la scelta diventa più personale.

Dopo Firenze, la direzione è più nitida. La profumeria artistica continuerà a innovare con formule, tecnologie, incontri e nuovi immaginari. La sua maturità culturale dipenderà da quanto saprà riconoscere l’origine delle forme olfattive e scegliere quali odori del presente consegnare al futuro.

Il senso più intimo di Fragranze affiora in una frase sentita tra gli stand: «questo profumo non riesco a togliermelo da sotto il naso». Un odore persiste; il racconto lo porta verso un’altra persona. L’emozione acquista una memoria più lunga. Da questo scambio nasce una cultura che custodisce il passato e immagina ciò che ancora non esiste.

Credits: AKAstudio-collective.

Leggi anche: Profumi contemporanei: come cambia il linguaggio olfattivo

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