La collezione Chanel primavera estate 2027 di Matthieu Blazy intreccia tweed, trasparenze e storie di donne. Dalla passerella del Grand Palais a Virginia Woolf, una riflessione sul diritto di trasformare la propria immagine e continuare a riconoscersi.
Una borsa appartenuta a Gabrielle Chanel attraversa una sfilata del 2026. Intorno a quell’oggetto passano completi sartoriali, abiti fluidi, trasparenze e un tweed che acquista una nuova elasticità. Un accessorio custodito negli archivi torna a essere portato, accostato a vestiti nuovi, esposto allo sguardo. Il passato incontra qualcuno che può usarlo a modo proprio.
Presentata il 5 ottobre al Grand Palais di Parigi, la collezione Chanel primavera estate 2027 prosegue il dialogo di Matthieu Blazy con la fondatrice della maison. Al centro ci sono le diverse figure che Gabrielle ha incarnato attraverso il proprio modo di vestire: gli inizi nel jersey, la sartoria, gli abiti da sera, il tailleur: «different faces of the same coin», come recita il tema del racconto: facce differenti della stessa moneta.
Da questa pluralità emerge una domanda che riguarda anche chi osserva la moda da lontano: quanta libertà ci concediamo di cambiare, continuando a sentirci noi stesse? Un vestito può rendere visibile una trasformazione già avvenuta, accompagnarne una ancora incerta o restituirci una parte di noi lasciata in disparte. Il guardaroba mette queste possibilità a portata di mano.
La passerella: una luna, gli uccelli e un altro cielo

Sotto la volta del Grand Palais, una grande luna sospesa e uno stormo di uccelli luminosi costruiscono un cielo immaginato. Il pavimento in resina riflettente, attraversato da arancio e verde, dà alla scena un carattere quasi extraterrestre: sono i dettagli documentati dal resoconto di Reuters. La superficie lucida, le presenze sospese e la scala dell’allestimento cambiano la percezione dello spazio. Le figure che lo attraversano sembrano appartenere per un momento a un altro cielo.
La maison indica nell’uccello una figura di libertà. Anche nel racconto di Vogue World Milano 2026 la scenografia dava una dimensione culturale agli abiti. Al Grand Palais, il cielo costruito da Chanel suggerisce una lettura più intima: la possibilità di vedersi diversamente, dentro forme che conservano qualcosa di familiare.
Chanel primavera estate 2027: il tweed segue il corpo

Il dettaglio più significativo è nella costruzione dei capi. Blazy introduce lo smocked tweed, lavorato a smock per ottenere elasticità e accompagnare il movimento.
Questa ricerca riprende un principio presente nella storia di Chanel. Il Victoria and Albert Museum ricorda come Gabrielle abbia portato nel guardaroba femminile la fluidità del jersey, allora impiegato soprattutto nell’intimo e nell’abbigliamento sportivo maschile. Anche il tailleur che definisce la sua produzione dopo il ritorno del 1954 privilegiava tessuti morbidi e giacche dal taglio vicino al cardigan, capaci di assecondare i gesti.
Alzare un braccio, sederci, camminare, raggiungere un oggetto: una parte dell’eleganza dipende dall’agio con cui questi gesti avvengono.
Quando un capo richiede continue correzioni, una quota della nostra attenzione resta impegnata a sorvegliarlo. Un abito che accompagna il movimento può lasciarci più disponibili a ciò che stiamo vivendo. La libertà evocata dalla collezione trova un significato concreto in questa relazione fra progetto e corpo: quanto spazio concede il vestito alla persona che lo indossa?
Maschile, femminile e la scelta di come apparire

La sartoria di ascendenza maschile convive con l’intimo, i completi trasparenti e gli abiti da sera. Il tweed compare anche in una versione tigrata rossa e bianca; alcune gonne si aprono in pannelli mobili, mentre orli sfrangiati o decorati interrompono la finitura più composta. Le stratificazioni di seta stampata evocano il mutare delle nuvole e scandiscono il passaggio dalla mattina all’ora dorata e alla notte. Registri differenti abitano lo stesso guardaroba.
Blazy lascia riaffiorare anche tracce della corsetteria edoardiana: costruzioni, linee e dettagli che richiamano abiti indossati e poi abbandonati da Gabrielle. Il riferimento rende più complessa l’idea di emancipazione. Le forme del passato possono essere smontate, alleggerite e riprese da una posizione diversa. Il loro significato dipende anche dall’uso che se ne fa nel presente.
Per chi indossa questi capi, il maschile e il femminile possono diventare registri da combinare. La severità di un gilet e la delicatezza di una trasparenza acquistano senso nella relazione con una persona, con i suoi gesti e con la circostanza. Le associazioni fra una giacca e l’autorevolezza, fra un tessuto leggero e la sensualità appartengono a codici culturali che ciascuna può interpretare a modo proprio.
La libertà comprende anche la scelta di quanta parte di sé rendere visibile. Una donna può cercare una linea netta, un’altra preferire una superficie che lascia intravedere la pelle; la stessa persona può desiderare entrambe in momenti diversi. Il valore di questa varietà emerge quando permette di scegliere il proprio grado di esposizione e il proprio modo di stare fra gli altri.
Virginia Woolf e le vite che continuano dentro di noi
Un riferimento letterario rende esplicito questo tema. La sfilata include una lettura di Orlando di Virginia Woolf affidata alla voce di Nicole Kidman, come documenta Wallpaper. Il romanzo, pubblicato nel 1928, segue un personaggio che attraversa secoli e cambia sesso, conservando una storia che continua a svilupparsi.
Nel testo di Woolf, il vestire partecipa a questa esperienza. Quando Orlando assume un abbigliamento femminile, cambiano i comportamenti degli altri nei suoi confronti e diventano percepibili privilegi e limitazioni legati alla nuova posizione sociale. Gli abiti intervengono nel modo in cui una persona viene letta, anche quando la sua memoria conserva esperienze precedenti.
Una fotografia di anni fa rende questa riflessione personale. Rivedendo il nostro modo di vestire, possiamo riconoscere ciò che cercavamo: essere prese sul serio, piacere a qualcuno, distinguerci o sentirci parte di un gruppo. La distanza da quell’immagine aiuta a comprendere quale bisogno accompagnasse la scelta e se ci appartenga ancora.
Le molte donne che abitiamo e i nostri Sé possibili

La pluralità evocata da Blazy incontra un’esperienza quotidiana: alcuni aspetti di noi diventano più presenti a seconda delle relazioni e delle situazioni. Possiamo essere precise nel lavoro, giocose con un’amica, esitanti in un incontro importante. Una stessa giornata chiede di abitare queste differenze e di riconoscerle come parti della propria vita.
Nella loro ricerca sui sé possibili, le psicologhe Hazel Markus e Paula Nurius hanno descritto le rappresentazioni di ciò che potremmo diventare, desideriamo diventare o temiamo di diventare. Queste immagini mettono in relazione la conoscenza di sé con aspettative, motivazioni e direzioni future.
Nel vestire, questa prospettiva suggerisce un’interpretazione: provare un abito può dare una forma provvisoria a un cambiamento desiderato. Una giacca dalle spalle segnate, un colore a cui di solito rinunciamo o una linea meno aderente diventano occasioni per osservare come ci sentiamo dentro un’immagine diversa.
Il tema emerge anche nel lavoro di Zendaya e Law Roach sul method dressing, dove immagini molto diverse mantengono una riconoscibilità attraverso il pensiero che le collega. Nella vita quotidiana, quella continuità può risiedere in una preferenza, in un gesto o nel modo in cui ci sentiamo presenti dentro ciò che indossiamo.
Sulla passerella Chanel debutta anche Rachel Ojuromi, cresciuta a Lagos. Nei video realizzati con la stylist Debby Fasingha, strade, mercati e traffico diventano parte della scena: look ispirati agli anni Duemila, riferimenti a Nollywood, un passo che attraversa la vita della città. Al Grand Palais arriva una donna che ha già scelto come raccontarsi e porta quell’esperienza dentro un nuovo contesto.
Le storie che una passerella lascia fuori campo trovano spazio anche in Couture, raccontato da Veloria. Nel film di Alice Winocour, Ada porta con sé una stoffa cucita insieme alla madre. Quel frammento la lega a casa mentre cerca il proprio posto nella moda.
La difficoltà arriva quando le persone intorno a noi si aspettano che restiamo fedeli a una versione già conosciuta. Un cambiamento può sorprenderle e richiedere tempo per essere compreso. Concederci di esplorarlo significa accettare anche questa fase di negoziazione: la nostra immagine viene condivisa con gli altri, mentre la possibilità di modificarla ha bisogno di restare nelle nostre mani.
La 2.55 e la memoria che accompagna il cambiamento

La borsa d’archivio introduce nella sfilata una continuità materiale. Come ricostruisce Vogue, la 2.55 personale di Gabrielle Chanel compare sia nel look di apertura sia in quello conclusivo. Il nome del modello rimanda al febbraio 1955, mese e anno del suo lancio. In una collezione attraversata da trasformazioni, quell’oggetto mantiene un’origine precisa.
Il legame fra moda e memoria prende forma anche negli abiti ricevuti da un’altra persona. Una giacca ereditata porta il ricordo di chi l’ha indossata, ma trova un uso diverso nei nostri abbinamenti e nella nostra postura. Il rapporto con quell’oggetto cambia insieme a noi.
Blazy compie un gesto analogo per la maison: tweed, borsa e sartoria diventano materiali con cui progettare. Il loro significato si amplia nell’incontro con altri corpi e desideri.
La libertà di cambiare comprende il diritto di restare

Il discorso sulla trasformazione richiede infine una distinzione concreta. La moda trae vantaggio dal desiderio di novità; chi si veste può invece cercare continuità, sollievo e familiarità. Una collezione di lusso propone un immaginario al quale l’accesso economico resta limitato. Il suo interesse culturale sta anche nelle domande che rende disponibili a chi continuerà a usare il proprio guardaroba.
Esplorare un’immagine diversa può cominciare da una modifica sartoriale, da un abbinamento, da un capo ripreso dopo anni. Può anche consistere nel continuare a indossare ciò in cui ci riconosciamo, mentre cambiano altre parti della nostra vita. La libertà richiede che ciascuna conservi la scelta del proprio ritmo.
Restano decisive le condizioni in cui questa scelta avviene: le regole del lavoro, le risorse disponibili, il giudizio sociale, il rapporto con il proprio corpo. Il vestito interviene in un’esperienza più ampia. Per questo la promessa di libertà diventa interessante quando lascia spazio a bisogni diversi, compreso quello di sentirsi protette e quello di farsi vedere.
Alla fine della sfilata, la 2.55 di Gabrielle riappare in una nuova combinazione. Quel ritorno lascia una domanda da portare davanti al nostro armadio: quale parte della nostra storia desideriamo avere ancora con noi, e a quale parte vorremmo concedere un’altra possibilità? In Le onde, Virginia Woolf affida a Jinny un’immagine che tiene insieme appartenenza e movimento: «Ho radici, ma scorro.» Le onde (1931).
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