Dal robot Mugler di Dune alle ragnatele di Spider-Man, dal tennis di Challengers ai codici nuziali di The Drama e alla figura di Atena in The Odyssey: gli abiti indossati da Zendaya durante le première hanno trasformato la promozione cinematografica in un progetto visivo. Insieme a Law Roach, l’attrice mette in relazione moda, archivio e personaggio, costruendo immagini capaci di anticipare il film senza ridursi alla sua illustrazione.
A Londra, nel febbraio 2024, Zendaya arriva alla première mondiale di Dune: Part Two dentro una creatura di metallo e plexiglass nata quasi trent’anni prima.

È il celebre cyborg suit di Thierry Mugler, proveniente dalla collezione Haute Couture autunno-inverno 1995 Cirque d’hiver: placche cromate seguono le articolazioni, inserti trasparenti lasciano affiorare il corpo, la figura oscilla fra organismo, macchina e armatura. L’Associated Press, nel racconto della première londinese, ricorda che il pezzo arrivava direttamente dall’archivio Mugler e che la maison attribuì espressamente a Law Roach un ruolo centrale nella scelta.
L’apparizione diventa immediatamente globale. Ma la sua forza non risiede soltanto nell’eccezionalità del capo.
Zendaya evita di replicare Chani o un costume cinematografico. Un oggetto appartenente alla storia della couture viene collocato dentro l’immaginario di Dune e comincia a significare qualcosa di nuovo.
Il metallo evoca futuro e protezione; il corpo visibile fra le placche conserva vulnerabilità; la struttura meccanica modifica l’andatura dell’attrice e la trasforma in un’apparizione che sembra provenire dal film pur non essendone mai uscita.
In questo scarto si riconosce il lavoro sviluppato negli anni da Zendaya e Law Roach: costruire corrispondenze, anziché limitarsi alla pertinenza estetica.
Law Roach: prima dell’abito viene l’idea
Law Roach preferisce definirsi image architect. La denominazione racconta bene un mestiere che, nel suo caso, ha progressivamente superato la selezione del guardaroba per coinvolgere la continuità dell’immagine pubblica, la ricerca negli archivi, il rapporto con i designer e la sequenza delle apparizioni.
Il riconoscimento istituzionale è arrivato anche dal Council of Fashion Designers of America, che nel 2022 gli ha assegnato il primo Stylist Award della propria storia. L’anno precedente la stessa CFDA aveva nominato Zendaya Fashion Icon, richiamando esplicitamente la collaborazione con Roach fra gli elementi decisivi della sua presenza nella moda contemporanea.
I due lavorano insieme dal 2011. Un ampio profilo del New Yorker ricostruisce una collaborazione cresciuta parallelamente alle loro carriere. Roach ricerca negli archivi, collega epoche, interpreta il progetto da promuovere e individua la forma capace di renderlo memorabile.
Fin dall’inizio, la coppia ha evitato di fissare Zendaya dentro un’identità estetica unica. In una conversazione con TIME, Roach ha raccontato che uno dei principi stabiliti nei primi anni era permetterle di attraversare registri differenti, senza trasformare una formula di successo in uniforme.
La loro riconoscibilità nasce quindi dalla coerenza del pensiero, più che dalla ripetizione di una silhouette.
Il method dressing funziona quando smette di sembrare un costume
Per descrivere queste operazioni viene utilizzata l’espressione method dressing: l’abbigliamento promozionale riprende temi, colori, ambientazioni o simboli del progetto cinematografico.
Zendaya e Roach hanno contribuito in modo decisivo alla sua diffusione contemporanea, riconoscendone anche i precedenti. In un’intervista al Los Angeles Times dedicata a Challengers, Roach ricordava Geena Davis alla première di A League of Their Own e Glenn Close nei riferimenti sartoriali a Crudelia De Mon.
Il contributo distintivo della coppia sta nella traduzione: il riferimento cinematografico viene trasformato in materia, colore, proporzione, dettaglio, archivio o principio narrativo.
Questa distanza dal costume lascia all’abito una propria autonomia. Il pubblico riconosce l’universo del film e, nello stesso momento, continua a osservare moda.
L’equilibrio resta delicato. Un riferimento troppo esplicito può ridurre il red carpet a esercizio illustrativo e prolungare il personaggio oltre il film. La qualità del lavoro emerge proprio dalla capacità di scegliere quanto dire.
Dune: il paesaggio diventa materia
Un’altra immagine di Dune chiarisce bene questo principio.
Alla Mostra del Cinema di Venezia del 2021 Zendaya indossa un abito Balmain color sabbia modellato sul proprio corpo. Il New Yorker ricostruisce la genesi del progetto: durante le riprese l’attrice aveva inviato a Roach l’immagine di un corsetto Balmain modellato sul torso di Liya Kebede chiedendo se quel principio potesse diventare un abito. Olivier Rousteing accettò; per realizzarlo venne preso un calco del corpo di Zendaya e la tonalità fu scelta per evocare le dune di Arrakis.
La scelta è particolarmente raffinata perché il deserto non compare sotto forma di stampa o citazione. Diventa superficie. La pelle aderisce alla figura attraverso increspature che ricordano sabbia modellata dal vento, roccia levigata, persino materia liquida. L’ambiente cinematografico entra nel vestito attraverso una qualità tattile.
Tre anni dopo, il Mugler porta la stessa logica verso la macchina: alla morbidezza del Balmain risponde la rigidità articolata del metallo. Due abiti lontanissimi parlano dello stesso universo attraverso linguaggi opposti, mostrando che la coerenza può nascere dalla relazione fra immagini differenti.
L’archivio non serve a guardare indietro
Il robot Mugler rende evidente un’altra costante del lavoro di Roach: l’archivio.
Il rapporto con il vintage precede la celebrità. Roach aveva aperto a Chicago il negozio Deliciously Vintage e, nei primi anni della collaborazione con Zendaya, la riluttanza di molte maison a prestare abiti a un’attrice giovanissima lo spinse verso capi già esistenti. A Time ha raccontato come quei rifiuti lo costrinsero a trovare strade più inventive.
Con il tempo, quella necessità è diventata metodo. Un capo storico porta con sé autore, anno, passerella e immagini precedenti; quando Zendaya lo indossa in un nuovo contesto, questa biografia resta presente e viene riscritta da un significato ulteriore.
Il principio dialoga con quanto Veloria ha approfondito in moda e memoria: perché gli abiti raccontano chi siamo: un vestito può trattenere tempi diversi e acquisire nuovi significati attraverso chi lo indossa.
Il Mugler del 1995 conserva la propria appartenenza alla storia di Thierry Mugler e, proprio per questo, rende più complessa l’immagine costruita per Dune. L’archivio diventa uno strumento per produrre presente.
Spider-Man: quando un’immagine ricorda se stessa

Con Spider-Man il metodo acquista continuità nel tempo.
Alla première di Spider-Man: No Way Home del 2021 Zendaya indossa un Valentino custom color nude attraversato da una ragnatela nera di perline, completato da una maschera coordinata. WWD documentò il look e il lavoro di Roach dietro l’apparizione. Il riferimento al film era esplicito, quasi grafico: il simbolo dell’eroe veniva trasferito direttamente sulla couture.

Nel 2026, con Spider-Man: Brand New Day, quel repertorio può contare su una memoria precedente. A Roma compare un Giorgio Armani primavera 1990 con ricami simili a una ragnatela; nello stesso tour viene recuperato anche un Versace autunno 1997. A Parigi, Roach riduce invece il gesto all’essenziale: una T-shirt vintage di Spider-Man comprata su eBay per 34,99 dollari, abbinata a décolleté bianche Christian Louboutin. Variety racconta l’acquisto e riporta il messaggio dello stylist: lo stile prescinde dal prezzo.
La T-shirt dimostra che la logica non consiste nell’accumulare lusso, ma nel governare il segno. Dopo anni di ragnatele ricamate, archivi e abiti custom, il gesto più sorprendente può consistere proprio nell’abbassare improvvisamente il volume.
Zendaya e Roach iniziano allora a citare anche se stessi. Il guardaroba promozionale acquista memoria interna.
Challengers: il piacere di arrivare quasi troppo vicino

Con Challengers la strategia cambia. Il film di Luca Guadagnino offre un repertorio visivo immediatamente accessibile: tennis, rete, campo verde, bianco, polo, pieghe, racchette, palline.
Roach decide di sfruttarne deliberatamente la leggibilità. Nel colloquio con il Los Angeles Times ha spiegato di voler essere molto letterale e di riportare il tenniscore all’attenzione del pubblico, trasformando lo styling in un ulteriore elemento d’interesse intorno al film.
Alla première australiana un Loewe custom verde brillante porta sulla superficie la figura nera di un tennista in battuta. A Roma, un miniabito scintillante viene accompagnato dalle ormai celebri scarpe con palline da tennis attraversate dal tacco. A Londra Thom Browne dissemina minuscole racchette su un abito bianco che rielabora l’uniforme da campo.
Challengers mette in luce anche il limite del procedimento. Il tennis dispone di un repertorio ristretto di segni immediatamente leggibili; verde, bianco, pieghe e racchette rischiano quindi di diventare formula.
Il valore del tour sta allora nell’alternanza: un’immagine volutamente esplicita viene seguita da una citazione storica, un capo sportivo da una costruzione couture, l’ironia da una scelta più trattenuta. Un tema diventa interessante quando permette variazioni, non quando viene semplicemente ripetuto.
The Drama: il film diventa una regola del gioco

Con The Drama, nel 2026, il film smette di offrire soprattutto segni visivi e diventa una regola narrativa.
Il film A24 diretto da Kristoffer Borgli ruota intorno a una coppia prossima alle nozze la cui relazione viene sconvolta da una rivelazione. Roach organizza il tour attorno alla tradizione anglosassone something old, something new, something borrowed, something blue, trasformando il matrimonio da repertorio estetico a struttura del racconto promozionale.
In un’intervista a People, Roach ha spiegato che il principio nasceva dalla storia del film e dalla volontà di costruire storytelling attraverso il guardaroba.
Il “vecchio” è un Vivienne Westwood bianco già indossato da Zendaya agli Oscar del 2015. Il “nuovo” prende forma in un Louis Vuitton custom di Nicolas Ghesquière. Per il “preso in prestito” Zendaya indossa un Giorgio Armani Privé precedentemente portato da Cate Blanchett alla Mostra di Venezia. Il percorso si conclude con lo Schiaparelli couture scelto come “qualcosa di blu”.
In questo caso il film non fornisce un motivo da stampare sull’abito. Fornisce una struttura narrativa. Ogni apparizione acquista senso individualmente, ma diventa più interessante quando viene letta accanto alle altre. Il pubblico comprende la regola e può aspettare il tassello successivo. È quasi una serialità sartoriale.
E il finale dimostra quanto la moda possa investire materialmente in pochi minuti di apparizione: secondo la scheda ufficiale di Schiaparelli, il bustier e la gonna del look newyorkese erano ricamati con 65.000 elementi in seta grezza blu e nera distribuiti in 27 tonalità e richiesero circa ottomila ore di lavorazione. L’istantaneità del red carpet poggia spesso su un tempo di lavoro enorme.
The Odyssey: evocare Atena senza trasformarla in costume

Con The Odyssey la difficoltà aumenta. Zendaya interpreta Atena e il repertorio iconografico legato alla dea e alla Grecia antica è tanto sedimentato da rendere immediata la scorciatoia di bianco, oro, drappeggi, sandali, elmi e alloro.
Zendaya e Roach trattano questi indizi attraverso couture, archivio e ricerca contemporanea.
Uno dei momenti più forti arriva a New York con il candido abito Matières Fécales dotato di grandi ali, che porta il personaggio verso una dimensione quasi sovrumana senza tentare una ricostruzione archeologica. Anche un dettaglio può richiedere una ricerca estrema: nell’agosto 2026 la designer Sophia Webster ha raccontato a People come il team di Roach abbia rintracciato un modello di scarpa vecchio di dodici anni, ormai fuori produzione, fino a trovare un paio appartenente a una cliente privata.
La ricerca rivela la precisione del metodo: mesi di preparazione, memoria delle collezioni, accesso agli archivi e reperti conservati fuori dai circuiti istituzionali. Il mito viene interpretato attraverso indizi scelti, evitando la replica scenografica.
Questo passaggio dialoga con l’approfondimento di Veloria sull’Odissea di Christopher Nolan, dove Atena, Ulisse e il ritorno vengono letti oltre l’iconografia immediata, attraverso identità, memoria e trasformazione.
La domanda diventa quindi quanto mito occorra perché il pubblico riconosca Atena senza trovarsi davanti a una semplice illustrazione.
Il red carpet come paratesto del cinema
La trasformazione più interessante riguarda il ruolo stesso della première. Un film contemporaneo comincia a circolare molto prima della sala: trailer, interviste, fotografie, social network e red carpet formano un sistema nel quale l’opera viene anticipata, interpretata e resa desiderabile.
L’abito possiede un’immediatezza particolarmente adatta all’ecosistema digitale. Il robot Mugler comunica prima di aver visto Dune; le palline da tennis di Challengers anticipano Tashi Duncan; il blu Schiaparelli di The Drama acquista un significato ulteriore quando il pubblico comprende la sequenza old, new, borrowed, blue.
Il guardaroba promozionale diventa quindi una forma di paratesto visivo: vive fuori dal film, ma interviene sul modo in cui lo aspettiamo. Zendaya e Law Roach hanno compreso quanto questo spazio possa essere progettato.
Nei risultati migliori convivono tre tempi: la storia della moda da cui proviene un abito, il film che Zendaya presenta e la memoria futura dell’immagine online. Per questo un capo d’archivio può dialogare con una T-shirt da 34,99 dollari e con ottomila ore di couture: il valore sta nella precisione del collegamento.
Quando un abito anticipa una storia
Guardare i look di Zendaya soltanto per stabilire quale sia il più bello significa perdere la parte più interessante del loro lavoro.
Ridurre questi look a una classifica di eleganza significa perdere la loro funzione più interessante: interpretare il film prima che il pubblico lo incontri.
Dune trasforma paesaggio e macchina in materia; Spider-Man costruisce una memoria visiva che attraversa gli anni; Challengers porta la letteralità fino al limite della formula; The Drama usa una tradizione matrimoniale come struttura seriale; The Odyssey seleziona pochi indizi del mito per renderlo riconoscibile senza ricostruirlo.
Ogni operazione utilizza strumenti diversi. Ciò che le tiene insieme è la convinzione che vestire un’attrice per una première possa essere un atto di interpretazione.
La qualità più interessante della collaborazione fra Zendaya e Law Roach risiede proprio in questa capacità di fare della promozione un luogo d’incontro fra cinema e storia della moda, dove archivio, ricerca e immagine pubblica partecipano alla costruzione dell’attesa.
Prima che il pubblico conosca la storia, un abito gli ha già suggerito un modo per guardarla.