9 Ottobre 2026

Vogue World Milano 2026: il mondo entra in Galleria e l’Italia gli dà forma

23 Settembre 2026

Vogue World Milano 2026: il mondo entra in Galleria e l’Italia gli dà forma

Cinque atti attraversano il Rinascimento, l’industria, la Dolce Vita e il futuro. Restano negli occhi un globo celeste portato a mano, l’eleganza delle prime tre scene, i capelli monumentali del Made in Italy, Cardi B e un finale che sembra far piovere l’immaginazione.

Prima degli abiti arriva una sfera celeste. Attraversa la Galleria Vittorio Emanuele II sorretto da mani umane, mentre sotto la cupola di ferro e vetro prende forma una domanda immensa: che cosa sappiamo ancora costruire insieme? Da lontano sembra un mappamondo, un pianeta offerto agli occhi di tutti. Avvicinandosi, si scopre un cielo: un globo celeste realizzato a mano, con 88 costellazioni e stelle dorate una per una. È l’immagine che più mi è rimasta addosso di Vogue World: Milano 2026. Il mondo, prima di diventare uno spettacolo, viene affidato alla cura di qualcuno.

Accanto al cielo compaiono un modello del Duomo e un telaio. Il primo ha richiesto 4.500 ore di lavoro; il secondo racconta quanto la storia della moda debba al dialogo antico fra la mano e la macchina. Sono tre oggetti, e bastano a dare la misura della serata. Nel luogo in cui Milano incontra il mondo, Vogue ha scelto di iniziare da chi fabbrica le cose. La quinta edizione dell’evento, andata in scena il 22 settembre nel primo giorno della settimana della moda e oggi visibile nella registrazione integrale di Vogue Italia, attraversa poi cinque atti: The Artisanal Revolution, The Industrial Revolution, Made in Italy, The Age of Intelligence e The Imagination Revolution. La regia del racconto celebra il lavoro italiano e prova a immaginare che cosa ne sarà nell’era tecnologica.

Atto primo. Il cielo, la mano, il Rinascimento

La prima scena ha la forza di una cerimonia. La luce delle candele, i broccati, i pizzi, i ricami, le superfici che trattengono ogni ora di lavoro: il Rinascimento ritorna come un modo di guardare alle cose, di concedere valore al tempo che serve per farle. L’ingresso del globo cambia la proporzione di tutto. Sotto la cupola della Galleria, quella sfera rende visibile una specie di paradosso commovente: l’universo può essere immaginato in grande e custodito in un oggetto fatto a mano. Vogue, apertura e globo celeste

Foto: Antonio de Masi / Courtesy of Vogue

Poi arrivano le figure. Gigi Hadid apre la passerella con un Valentino Haute Couture disegnato da Alessandro Michele: un patchwork costruito anche con trapunte veneziane recuperate, che ha richiesto 1.680 ore di lavoro manuale. Vittoria Ceretti porta un Valentino Haute Couture del 2018 firmato da Pierpaolo Piccioli, in broccato di garza di lana blu notte, perle e ricami. Bianca Balti attraversa lo stesso capitolo con una creazione Giambattista Valli e gioielli Bulgari. Tre presenze internazionali; dietro ciascuna, molte altre persone, spesso senza volto nella fotografia di una sfilata. È questo che l’atto riesce a far vedere: la bellezza come risultato di gesti tramandati e continuamente reinventati.

Nell’intervista di Veloria a Marina Spadafora, riconoscere le mani che realizzano gli abiti significa restituire valore e responsabilità al lavoro che precede la passerella. Lo sguardo si allarga allora a chi rende possibile ogni uscita, pur restando spesso fuori dall’inquadratura.

Atto secondo. L’eleganza prende il ritmo dell’industria

Nel secondo atto il passo cambia. Torino, con la sua storia manifatturiera e automobilistica, entra idealmente nella Galleria milanese. Le linee si fanno nette, i tessuti monocromi, i completi precisi. Cinquanta tute da lavoro Diesel, progettate per la scena da Glenn Martens, mettono la divisa accanto alla sartoria. I capi Giorgio Armani d’archivio ricordano quanto una giacca possa modificare la postura e perfino l’idea di sé. È una delle parti più eleganti dell’intero show proprio per la chiarezza con cui ogni silhouette occupa lo spazio.

Il ritmo di Prisencolinensinainciusol di Adriano Celentano accompagna The Industrial Revolution e imprime ai movimenti un’energia nuova. In mezzo a quella disciplina visiva appare Ghali, con un doppiopetto grigio Gucci della collezione firmata da Demna. La sua presenza porta un volto contemporaneo dentro la storia del lavoro italiano. L’industria, del resto, ha sempre riguardato le persone prima dei numeri: chi taglia, cuce, controlla, ripete un gesto fino a renderlo esatto. L’impeccabilità di questo atto nasce dall’incontro fra precisione produttiva e intelligenza del corpo.

Atto terzo. Made in Italy, quando il colore osa diventare carattere

Poi l’Italia si concede il piacere di apparire. Il terzo atto lascia entrare la Roma cinematografica, Federico Fellini, le stampe, la sensualità e il gusto di esagerare. Cambia la temperatura della scena. I capelli si alzano, voluminosi e cotonati, come se il corpo avesse bisogno di più spazio per esprimere il proprio desiderio di essere visto. Quelle chiome diventano parte integrante dei look: ampliano il volto, accompagnano il passo, restituiscono alla diva il diritto di occupare la scena. Per Veloria è, insieme ai primi due, il vertice di eleganza della serata.

Nella sezione delle stampe entrano Amelia Gray, Ida Heiner e Imaan Hammam. Insieme a Cardi B riportano sulla passerella quattro creazioni della collezione Tribute di Versace, primavera estate 2018, nate dall’archivio di Gianni riletto da Donatella. Imaan indossa il catsuit tempestato di strass e copertine di Vogue: un’immagine che sembra conoscere già il proprio destino fotografico. Il Made in Italy mostra una delle sue facoltà più riconoscibili: trasformare un tessuto in una presenza impossibile da ignorare.

Jennifer Lopez arriva dal pubblico, invitata da Lorenzo Musetti, e si mette a danzare in un bustier nero Dolce&Gabbana. I capelli richiamano Anita Ekberg; il gesto trasforma per un momento la Galleria in un set della Dolce Vita. L’immagine funziona perché JLo conosce la differenza fra indossare un abito e dargli una vita davanti agli altri.

E poi Cardi B. Fra tante star, è lei la regina indiscussa della passerella. Avanza con una sicurezza piena, in un abito Versace della primavera 2018 attraversato dalle stampe pop delle copertine storiche di Vogue, con bracciali Tiffany & Co. Quella collezione di Donatella era un omaggio a Gianni: un archivio che torna a parlare attraverso una donna del presente. Cardi lo rende vivo con il proprio passo. Quando nell’atto risuona Ma Quale Idea di Pino D’Angiò, il verso sembra appartenerle: «Ma quale idea? Non vedi che lei non ci sta?». Anche Satan in Love dei La Bellini prolunga il clima seducente della scena. Il temperamento del rap incontra la gioia visiva del Made in Italy.

Il terzo atto racconta un tratto che il mondo riconosce nella moda italiana: la capacità di dare al colore una personalità e all’eleganza un’intensità umana. Stampe, volumi, capelli, corpi, storia del cinema: ogni elemento concorre a creare una figura che resta impressa. Il Made in Italy riempie d’orgoglio quando mostra il talento delle persone che ne hanno costruito il linguaggio, dalle mani nei laboratori alle visioni che hanno attraversato le frontiere.

Un intermezzo in cui l’abito segue il corpo

Dai balconcini della Galleria si ascolta Libiamo ne’ lieti calici, dalla Traviata di Giuseppe Verdi; fra i capitoli dello show Roberto Bolle danza con il suo corpo di ballo. I costumi Ferrari disegnati da Rocco Iannone seguono il movimento con jersey e Lycra, drappeggi e colori pensati per la scena. Il rosso e la tecnica sartoriale diventano parte della coreografia. La presenza del Coro di voci bianche dell’Accademia Teatro alla Scala dà alla parola futuro un significato concreto: qualcuno impara oggi l’arte che domani potrà trasformare.

Atto quarto. I robot entrano, le domande restano

L’atto dedicato all’intelligenza porta in scena la ricerca: tessuti capaci di reagire al movimento, alla temperatura, all’ambiente; materiali inattesi, come la fibra di vetro nelle creazioni Bottega Veneta di Louise Trotter. L’energia di L’amour toujours di Gigi D’Agostino accompagna questa età della tecnologia; Beyond The Future di Thomas Roussel introduce il passaggio verso il finale. E poi l’ingresso dei robot. La loro comparsa possiede la forza di una realtà che si sta avvicinando. Vale la pena fermarsi a guardarla, anche dopo che le luci si sono spente.

Che cosa diventerà il lavoro creativo quando una macchina potrà partecipare sempre più alla sua realizzazione? Quali capacità aumenteranno e quali gesti rischieremo di smettere di insegnare? Lo show apre questo spazio di riflessione; per abitarlo servono tempo, confronto e attenzione a chi lavora. Il robot in passerella è un’immagine immediata. Le conseguenze della sua presenza nella vita delle persone chiedono uno sguardo più lungo. È una domanda che rende ancora più eloquente l’apertura con il globo portato a mano.

Atto quinto. Il futuro ha bisogno di immaginazione

L’ultimo capitolo si libera dalla cronologia e lascia incontrare epoche diverse. Le creazioni di Fendi, Valentino, Armani Privé, Ferragamo, Bottega Veneta, Gucci e Dolce&Gabbana mostrano che un archivio può offrire materia a possibilità ancora sconosciute. Fra le immagini che restano dell’intera serata c’è anche Deva Cassel in un abito da sposa Dior Haute Couture di Jonathan Anderson, con chiffon plissettato a mano e motivi botanici. Nel pubblico c’è sua madre Monica Bellucci: due generazioni vicine, ciascuna con la propria presenza, dentro la stessa storia della moda.

La passerella si chiude con Vittoria Ceretti in un abito Prada realizzato per l’occasione. Poi, al pianoforte, Alicia Keys canta I Feel Love di Donna Summer, accompagnata dal Coro delle voci bianche e circondata da abiti bianchi. La sua creazione Bureau of Imagination, il progetto di Francesco Risso con Alex Sossah, riunisce frammenti di raso, chiffon, georgette e crêpe de Chine già esistenti. Flaminia Veronesi ha dipinto a mano il lungo strascico. Tessuti che hanno avuto una vita precedente acquistano un’altra forma mentre Alicia dà loro movimento. Gloria di Umberto Tozzi libera infine l’energia dell’ultima scena.

Sopra questa immagine, dalla cupola della Galleria scendono oltre seimila LoveFrom libellula di carta, progettate dallo studio di Jony Ive. Ogni forma è stata piegata a mano da un foglio unico, senza colla. Prima, il gruppo aveva costruito con Codex una simulazione della Galleria per studiare l’effetto della nuvola di carta; poi aveva verificato il movimento con prove fisiche. All’inizio della serata qualcuno aveva portato un cielo fra le mani. Nel finale, migliaia di gesti manuali lo attraversano, sostenuti anche da uno strumento digitale. Lo spettacolo trova in quell’immagine una risposta concreta alle domande aperte dai robot.

Tra gli ospiti ritratti da Vogue sul red carpet compaiono Naomi Campbell, Dakota Johnson, Hunter Schafer, Pamela Anderson, Jason Momoa, Marco Mengoni, Donatella Versace e Pierpaolo Piccioli. Sono volti di mondi diversi, riuniti dall’attrazione che la moda continua a esercitare. Il loro arrivo rende la serata globale; la sua sostanza rimane nelle mani e nelle idee che hanno reso possibile ogni uscita.

La moda sa mettere allo stesso tavolo mondi diversi

Foto: Acielle / Style Du Monde / Courtesy of Vogue

La grandezza della moda si misura anche nella possibilità di avvicinare persone, epoche e visioni creative provenienti da territori lontani, riunite dalla stessa passione: creare, custodire e continuare a scrivere la storia dell’abito. Nella Galleria Vittorio Emanuele II convivono l’alta moda e l’uniforme da lavoro, il sapere artigiano e la ricerca tecnologica, Verdi e Celentano, Roberto Bolle e Cardi B, gli archivi delle maison e ciò che ancora attende di essere immaginato. Ogni presenza conserva la propria identità e proprio da questo accostamento nasce la forza dell’insieme.

Vogue World Milano restituisce una dimensione fondamentale della moda: la possibilità di diventare uno spazio condiviso in cui le differenze restano riconoscibili. Stilisti, modelle, musicisti, artigiani, performer, maison storiche e nuove tecnologie contribuiscono a una costruzione comune attraverso competenze, gesti e immaginari distinti. Ne emerge una cultura collettiva fatta di molte individualità, capace di ricevere un’eredità e di rimetterla continuamente in circolo attraverso nuovi sguardi.

Per Veloria, uno dei gesti più belli della serata risiede proprio in questo riconoscimento. Rendere omaggio alla moda significa dare valore a chi l’ha costruita, a chi la interpreta nel presente e a chi continuerà a trasformarla. Esperienze lontane possono trovarsi una accanto all’altra e scoprire di appartenere allo stesso racconto. La bellezza raggiunge allora una dimensione più ampia: supera la singola firma, l’epoca o il codice espressivo e diventa patrimonio da ricevere, reinterpretare e trasmettere.

Questa visione prosegue oltre la Galleria. Vogue World Milano sostiene il rilancio della Biblioteca di Quarto Oggiaro, per il quale Vogue ha annunciato un investimento di almeno due milioni di euro. Il progetto amplia il significato dell’evento: accanto agli abiti, alle performance e alla celebrazione della creatività italiana resta un luogo dedicato alla conoscenza, alla crescita e a chi verrà dopo.

Una biblioteca nel quartiere, un coro di bambini, un globo costruito a mano: tre immagini della stessa fiducia nella capacità di imparare, creare e trasmettere ciò che abbiamo ricevuto. La moda dà colore alla vita proprio quando riconosce questa capacità e le offre spazio. Quella sera Milano l’ha mostrata al mondo con orgoglio.

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