Venerdì Pomeriggio, DES_PHEMMES e Victor-Hart: tre percorsi fra immaginario domestico, ricamo e denim. Dalle collezioni primavera estate 2027, una riflessione su ciò che permette a un marchio di entrare nella memoria e di trovare un posto nella nostra vita.
Un designer diventa davvero riconoscibile quando il suo linguaggio è abbastanza forte da farci intuire ciò che verrà dopo. Il suo sguardo diventa familiare e una nuova collezione acquista il valore di un incontro che Veloria desidera rinnovare. Dopo la Milano Fashion Week SS27, alcuni progetti indipendenti hanno lasciato questa curiosità: seguire il pensiero che affiora dagli abiti e capire come prenderà forma nelle prossime stagioni.
L’edizione dedicata alla primavera estate 2027 si è conclusa il 28 settembre, dopo una settimana iniziata il 22. Il calendario presentato a Milano contava 203 appuntamenti: 61 sfilate, di cui 54 in presenza e 7 digitali, 88 presentazioni e 54 eventi. Dentro questa densità, accanto alle grandi maison, hanno trovato spazio progetti capaci di orientare lo sguardo verso altri modi di pensare l’abito.
Veloria ha scelto di soffermarsi su Venerdì Pomeriggio, DES_PHEMMES e Victor-Hart. Tre storie differenti che riportano alla stessa domanda: perché alcuni marchi, anche molto giovani, riescono a farci riconoscere il loro mondo prima ancora che leggiamo il loro nome?
Milano Fashion Week SS27 e il valore delle nuove identità
Per un marchio indipendente, il calendario milanese offre visibilità internazionale e un confronto ravvicinato con maison che hanno costruito la propria identità nel corso di decenni. In pochi look, un progetto giovane deve rendere comprensibile che cosa lo distingue e quale idea di abbigliamento intende sviluppare.
Venerdì Pomeriggio ha sfilato il 22 settembre; Victor-Hart, il 26, con il suo debutto nel calendario delle collezioni donna. Il Fashion Hub di Camera Nazionale della Moda Italiana ha affiancato il programma con uno spazio dedicato alla nuova generazione di designer.
Nel racconto di Veloria su Vogue World Milano 2026, la mano e il sapere manifatturiero avevano assunto un ruolo centrale. Questi tre progetti invitano a osservarli alla scala del singolo capo, dove una decisione sul tessuto può orientare un’intera ricerca.
Venerdì Pomeriggio: Gardening, dalla casa al giardino

Un marchio appena nato può possedere una memoria lunga. È il caso di Venerdì Pomeriggio, il progetto indipendente di Vivetta Ponti, fondatrice e direttrice creativa del brand Vivetta fino a marzo 2025. Nel nuovo percorso ritroviamo la sua sensibilità per il surreale, i ricordi d’infanzia e i dettagli inattesi, riorganizzati attorno a una domanda personale: quale rapporto desideriamo avere con il tempo e con le cose che scegliamo di tenere vicino?
Il nome contiene già una situazione riconoscibile: la settimana finisce, ci si cambia e si prepara la tavola per gli amici. È il momento in cui la casa torna a essere un luogo di libertà, immaginazione e convivialità. Carte da parati, oggetti vintage, tessuti d’arredo e particolari ripresi da pezzi antichi alimentano un progetto che avvicina moda e interni.
La collezione SS27, Chapter 02 – Gardening, porta quel mondo all’aperto. Il giardino diventa uno spazio da osservare e coltivare, fra geometrie progettate e crescita spontanea. Paesaggi in prospettiva attraversano abiti, gonne e denim; tovaglie ricamate a punto croce e motivi ornamentali offrono dettagli da trasferire sul corpo.
Il fiore acquista anche una consistenza fisica. Bouquet costruiti a mano, fiori applicati e ricami affiancano i motivi botanici, trasformando la decorazione in materia da indossare. Nel lookbook, un abito azzurro in pizzo è incorniciato da bordure chiare, mentre alcuni jeans portano fiorellini e nastri rosa.
Un colletto, una bordura, un nastro conservano l’attenzione con cui si prepara una stanza per qualcuno. Ponti porta nell’abbigliamento pubblico una familiarità privata; i look su corpi diversi danno concretezza alla proposta genderless e lasciano a ciascuno la possibilità di interpretare quell’immaginario.
Nell’allestimento, il personal chef e performer Marco Assaggia ha composto due tavole apparecchiate con fiori, tessuti, cristalli, porcellane e oggetti scelti per entrare in relazione. La tavola riporta la collezione alla sua origine conviviale: un abito, un piatto e una tovaglia partecipano allo stesso modo di immaginare la vita quotidiana.
Le collaborazioni estendono il racconto agli accessori. Le calzature realizzate con Lili Curia accolgono, in alcune reinterpretazioni, ricami floreali; gli headpiece firmati da Nino Kun diventano composizioni da indossare che accentuano il carattere fantastico e teatrale del giardino.
DES_PHEMMES e il gesto che cambia la superficie

Con DES_PHEMMES, l’attenzione si sposta sul modo in cui un tessuto viene trasformato. Salvo Rizza, fondatore del marchio nel 2019, porta nella propria ricerca una conoscenza della costruzione e del ricamo maturata nell’atelier di Giambattista Valli.
La collezione primavera estate 2027, Signum – Still Becoming, conserva leggerezza, trasparenze, colore e decorazione, ma interviene sul loro rapporto. Nelle note di collezione, il gesto della mano assume un ruolo decisivo: tirare, raccogliere, incidere, cucire e sovrapporre cambia la struttura della superficie. Il ricamo partecipa alla costruzione del tessuto e ne modifica il comportamento sul corpo.
Il riferimento ad Alberto Burri riguarda il suo intervento fisico sui materiali. Rizza ne trae uno stimolo per pensare l’ornamento attraverso lacerazioni, increspature e ricomposizioni.
Margini e giunture restano visibili. Organze leggere si accostano a elementi più compatti; gonne sovrapposte e abbottonature aperte fanno percepire la costruzione come qualcosa ancora in movimento. La mano lascia tracce, mentre la silhouette mantiene il controllo delle proporzioni. La cura del dettaglio emerge proprio dalla capacità di decidere quanto mostrare del processo.
La costruzione per strati invita a leggere la femminilità come esperienza plurale. Una persona può desiderare leggerezza e protezione, esposizione e raccoglimento in momenti diversi della propria vita. Gli strati consentono di comporre l’immagine, le aperture la rendono modificabile, le superfici trattengono la presenza di chi le ha lavorate. Le scelte progettuali suggeriscono questa lettura, lasciando a chi indossa il capo la libertà di attribuirgli un significato personale.

Il ricamo conserva la familiarità di una firma e acquista una funzione nuova. Rizza mostra come un autore possa rinnovarsi intervenendo sul ruolo di un elemento che il pubblico ha già imparato ad associare al suo lavoro.
Victor-Hart e il denim fra Ghana e Italia

Con Victor-Hart, il dettaglio da seguire è la cucitura. Denim Diplomacy, presentata il 26 settembre, segna il debutto della prima collezione donna del brand, dopo la sfilata maschile di gennaio 2026. Il progetto sviluppa il rapporto fra l’eredità culturale ghanese del designer Victor Reginald Bob Abbey-Hart e la manifattura italiana.
Il denim offre un punto di partenza già carico di esperienze. La sua storia attraversa l’abbigliamento da lavoro, la musica e la cultura urbana; l’uso imprime scoloriture, pieghe e differenze di consistenza. Il brand descrive un processo di smontaggio, studio e ricostruzione di tessuti esistenti. Lavaggi e pesi differenti vengono riuniti attraverso patchwork, costruzioni scultoree e lavorazioni sartoriali.
Alcune cuciture rimangono grezze, esposte, volutamente incompiute e rendono leggibile l’incontro fra i frammenti. Il titolo della collezione invita a guardare a quelle giunzioni come a relazioni da costruire: ogni parte conserva la propria evidenza, mentre il capo trova una forma comune.
L’appartenenza culturale diventa interessante quando possiamo osservarla nel progetto. Tra ricerca e realizzazione compaiono un drappo di denim scuro portato su una spalla secondo il riferimento a un tessuto cerimoniale ghanese, un copricapo composto da pannelli e una borsa in rafia intrecciata da comunità artigiane del Ghana. Questi elementi danno al dialogo fra luoghi una consistenza materiale, fatta di gesti, tecniche e persone.
È un punto vicino alla conversazione di Veloria con Marina Spadafora sul lavoro e sull’artigianato nella moda: dare un volto alle competenze aiuta a comprendere il valore di ciò che indossiamo. Anche il recupero del denim acquista spessore quando possiamo seguirne i passaggi, conoscere chi lavora il tessuto e osservare come la costruzione ne utilizzi le caratteristiche.
Perché riconosciamo un brand prima di leggerne il nome
Un fiore ricamato appartiene a un repertorio condiviso. Lo stesso vale per una trasparenza, un patchwork o una giacca da lavoro. La firma di un autore prende forma nel modo in cui questi elementi vengono scelti, proporzionati e messi in relazione. La posizione di un ricamo, il peso di un tessuto e il modo in cui segue il corpo possono dare a un insieme familiare un carattere preciso.
Questi designer stanno costruendo sistemi di riconoscibilità: criteri progettuali che possono tornare in capi differenti e mantenerli legati a un pensiero.
La memoria di marca si forma attraverso incontri successivi. Una fotografia prepara un’aspettativa; l’abito, indossato, la mette alla prova. Contano la consistenza del tessuto, il movimento consentito, il piacere o la difficoltà di usarlo. Il racconto e l’immagine del marchio acquistano credibilità quando trovano riscontro in quell’esperienza.
Nell’approfondimento di Veloria sul colore nel branding e sull’identità cromatica, abbiamo osservato come una tonalità possa accumulare significati attraverso apparizioni coerenti. Nell’abbigliamento questo processo coinvolge anche superfici, proporzioni e gesti. Si impara a riconoscere un modo di fare le cose.
Per i progetti giovani, le prossime collezioni saranno una verifica decisiva. Una firma diventa più chiara quando riesce a trasformarsi conservando ragioni che il pubblico può comprendere.
Raccontare un brand significa rendere visibile il suo metodo
Fra un’idea e la sua realizzazione ci sono prove sui tessuti, lavorazioni e decisioni che il risultato finale lascia soltanto intuire. Avvicinarsi a questo processo permette di conoscere il pensiero di un autore e di capire quale posto i suoi abiti potrebbero avere nella nostra vita.
Se togliessimo nome, logo ed etichetta da una collezione, sapremmo ancora riconoscere chi l’ha disegnata?
Leggi anche: colore nel branding e sull’identità cromatica, conversazione di Veloria con Marina Spadafora sul lavoro e sull’artigianato nella moda e Vogue World Milano 2026.