Dall’inaugurazione allo Iuav agli incontri con i designer, Veloria segue un percorso fra luce, colore e cultura della tavola. Il tema 100% apre una riflessione su ciò che chiediamo agli oggetti e sulle condizioni che permettono alla bellezza di durare.
Venezia, 9 ottobre 2026. Nell’aula magna dei Tolentini dell’Università Iuav, la Venice Design Week 2026 si apre con una visione che riconduce Venezia alla sua originaria capacità di immaginare ciò che ancora non esiste. Andrea Selva Volpi, consigliere comunale di Venezia e presidente della IX Commissione consiliare, riporta il progetto alla sua facoltà originaria: riconoscere una possibilità dentro condizioni che sembrano renderla impraticabile.
«Mille e seicento anni fa qualcuno ha guardato una laguna di acqua salata con qualche isola di fango e ha pensato: qui costruiremo una città. Non c’era pietra. Non c’era acqua potabile. Non c’era niente di lontanamente paragonabile a quello che oggi ammiriamo. C’era solo un’idea, una visione: un concept, come si dice nel mondo del design. Venezia è forse il progetto di design più audace e riuscito della storia. E da allora non ha mai smesso di progettare, di migliorarsi e di guardare al futuro».
In questa evocazione, Venezia torna ad essere una possibilità prima di diventare un patrimonio. La sua costruzione appare come un esercizio di intelligenza collettiva, nel quale desiderio e vincoli ambientali hanno dovuto trovare una forma di convivenza. La bellezza che attraversiamo oggi porta con sé il lavoro necessario per renderla abitabile, conservarla, adattarla.
È il punto dal quale leggere la diciassettesima edizione della manifestazione, in programma dal 9 al 18 ottobre e dedicata al tema 100%. Veloria ha partecipato agli appuntamenti del 9 e del 10 ottobre, dall’inaugurazione alla ricerca sulla luce, fino a Geografie della tavola. Quale idea di vita prende forma nelle cose che scegliamo di produrre e di avere accanto?
Il tema 100 alla Venice Design Week 2026

Negli interventi di Lisa Balasso e degli esperti presenti all’inaugurazione emerge il valore pubblico della cultura del progetto. Rendere comprensibile come nasce un oggetto significa riconoscere al visitatore la possibilità di giudicarlo con strumenti più precisi del solo gradimento estetico.
Il manifesto del tema 100% invita i designer a presentare una mappa delle percentuali che compongono il loro lavoro. Artigianato e tecnologia, ricerca e intuizione, eredità culturale e sperimentazione diventano dimensioni da esplicitare. Il prodotto viene ricondotto alle decisioni che lo precedono e alle conseguenze che continuerà a generare.
L’interesse di questa proposta dipende dal modo in cui la si interpreta. Una percentuale può suggerire esattezza anche quando riassume qualità difficili da confrontare. Occorre sapere che cosa viene contato, secondo quali criteri e con quali limiti. La precisione comincia dalla disponibilità a spiegare il proprio metodo, compreso ciò che resta fuori dalla misurazione.
Letto in questa prospettiva, il cento per cento impegna a considerare l’intero problema. Una materia recuperata apre domande sulla lavorazione; una forma durevole sulla manutenzione; una tecnica artigiana sulle condizioni di chi la esercita. Ogni risposta rende visibili altre responsabilità. La lentezza, richiamata fra i valori dell’edizione, serve anche a questo: concedere al progetto il tempo di mettere alla prova le proprie convinzioni.
Per Veloria, da tale esercizio nasce una lettura più esigente della bellezza. Il piacere di una forma conserva la propria autonomia, mentre la conoscenza della sua costruzione amplia il giudizio. Un oggetto può affascinarci e richiedere ancora domande. Questa libertà critica rende l’incontro con il design culturalmente fertile.
Venezia e il sapere che deve poter continuare

A Venezia, il rapporto fra progetto e durata possiede una concretezza inevitabile. L’acqua, l’umidità e la manutenzione degli edifici ricordano che ogni soluzione appartiene a un ambiente e deve confrontarsi con il tempo. La città insegna a valutare quanto lavoro occorra perché qualcosa continui a esistere.
Anche un sapere ha bisogno di essere mantenuto. La continuità di una lavorazione dipende da persone che possano apprenderla, esercitarla e ricavarne una prospettiva professionale. Celebrare la maestria di un artigiano comporta quindi una domanda economica: quali condizioni permettono a quella competenza di passare a un’altra generazione?
Il rapporto fra università, produzione e spazi espositivi acquista senso dentro questa domanda. Gli studenti incontrano i problemi della realizzazione; le imprese possono rivedere pratiche consolidate; gli artigiani partecipano alla ricerca attraverso conoscenze maturate nel lavoro. L’innovazione si sviluppa anche nella possibilità di correggersi reciprocamente.
Il programma comprende TechnéTECA, alla sede Iuav delle Terese, un archivio dedicato a tecniche, materiali e soluzioni per il design sostenibile. La sua funzione suggerisce una distinzione importante: conservare una conoscenza significa metterla nelle condizioni di essere nuovamente utilizzata. Documentare un procedimento permette di comprenderne le ragioni e di modificarlo quando cambiano i bisogni.
La trasmissione comporta, in questo senso, una libertà. Chi riceve un mestiere deve poterlo interpretare, portando nella continuità una parte del proprio presente. Un patrimonio resta vivo attraverso le domande che le generazioni successive riescono ancora a rivolgergli.
La luce come progetto della relazione

Il 9 ottobre, a Palazzo Nani, sede del Radisson Collection Hotel, la VDW Light Selection avvicina questi ragionamenti alla percezione. L’incontro con i designer consente di osservare le lampade attraverso le intenzioni e i procedimenti dei loro autori. Carta, pietra, ceramica e fabbricazione digitale propongono modi differenti di mettere in rapporto un corpo e un ambiente.
MANO Design Studio, fondato a Seoul da Bo Ah Kim, lavora con l’hanji, la carta tradizionale coreana ricavata dalla corteccia di gelso. In BIIIT 001, un paralume plissettato incontra una struttura metallica slanciata. Il taglio, la piegatura e la cucitura attribuiscono alla carta una funzione costruttiva; la luce permette di leggerne la consistenza.
Il progetto richiama il concetto coreano di yeobaek-mi, la bellezza dello spazio vuoto. Nella lampada questo riferimento invita a considerare anche ciò che la forma lascia disponibile intorno a sé. Le proporzioni di un oggetto possono suggerire come occupare uno spazio, quanto rilievo attribuirgli, quale distanza conservare rispetto agli altri elementi della stanza.
Con Tramonto, PiedraSanta, studio messicano di Ivan Aguilar, parte invece da rimanenze di onice lavorate artigianalmente. La pietra cambia presenza quando viene illuminata: le venature acquistano profondità e la massa lascia percepire una traslucenza che ne modifica la lettura. L’accensione introduce un tempo diverso nell’esperienza dello stesso oggetto.
Il recupero del materiale è una scelta concreta da riconoscere nella sua specificità. Per valutare l’impatto complessivo restano da considerare energia, trasporti, componenti e possibilità di intervento nel tempo. Anche davanti a un esito visivo convincente, la sostenibilità richiede un’analisi del ciclo di vita. La qualità estetica può alimentare il desiderio di conservare una lampada; la sua costruzione deve rendere praticabile quel desiderio.
La famiglia ONe di FabLab Venezia porta il processo digitale sulla superficie. I paralumi in biopolimero sono stampati in 3D attraverso un percorso continuo regolato da un algoritmo; le variazioni di velocità contribuiscono a definirne la trama. L’apparenza quasi tessile rende percepibile il procedimento e complica l’associazione abituale fra produzione digitale e uniformità.
Con Labyrinth, Anna Hapanowicz trasferisce invece riferimenti alla cultura minoica e al Labirinto di Cnosso nella maiolica di una lampada da tavolo. La funzione luminosa convive con una presenza scultorea, lasciando entrare nell’interno domestico un’immagine architettonica e mitologica.
Fra queste ricerche, il light design come costruzione dell’esperienza dello spazio emerge attraverso scelte osservabili: schermare una sorgente, distribuire la luminosità, rendere leggibile una superficie. Una stanza cambia anche in base a ciò che riusciamo a distinguere e a dove lo sguardo può riposare. Il comfort richiede attenzione alla posizione e alle attività di chi la abita.
Colore e materia cambiano il modo di abitare

A Combo Venezia, la selezione Interior Design permette di osservare un’altra scala dell’esperienza domestica. Il colore e la consistenza dei complementi incidono sul modo in cui leggiamo un ambiente, sulla sua familiarità e sulle ragioni per le quali desideriamo abitarlo.
The Magic Garden di Anna Charlotte Rosenberg Bosten, fondatrice di Anna Charlotte Atelier, è un tappeto circolare annodato a mano, costruito attraverso sette tonalità e differenti altezze del vello. Il colore prende forma nella fibra: l’orientamento della superficie e la luce che la raggiunge partecipano alla sua percezione. Osservarlo implica un movimento, perché l’aspetto cambia con la posizione di chi guarda.
Questa qualità rende insufficiente immaginare il colore come una campitura isolata. Dentro una casa, una tonalità incontra il pavimento, gli arredi e la luminosità delle diverse ore. Il progetto cromatico riguarda tali rapporti. Anche le associazioni personali e culturali partecipano all’esperienza, lasciando aperta la possibilità che lo stesso ambiente venga vissuto in modi differenti.
Arc di terials, fondato da Lucia Chiara Helbing, introduce il sughero attraverso tagli e curvature che trasformano una superficie piana in un volume aperto. Il materiale si offre a un’osservazione diversa dagli impieghi ai quali siamo abituati. La produzione artigianale su richiesta collega inoltre la realizzazione alla domanda effettiva.
L’interesse di questi lavori sta anche nella capacità di modificare un’aspettativa. Un tappeto può attirare l’attenzione sulle variazioni del pavimento; il sughero può essere apprezzato per una qualità scultorea. L’abitudine lascia spazio a un esame più attento. È una disponibilità a rivedere ciò che crediamo di conoscere, vicina alla ricerca sulla percezione affrontata nell’intervista di Veloria a Quiet Ensemble.
Geografie della tavola e le forme della convivenza

La mattina del 10 ottobre, al Museo d’Arte Orientale di Ca’ Pesaro, l’incontro con i designer di Geografie della tavola. Design contemporaneo tra Europa e Asia è stato uno dei momenti più densi del percorso seguito da Veloria. La mostra, a cura di Lisa Balasso e Marta Boscolo Marchi, è visitabile dal 29 settembre all’8 novembre 2026.
La tavola rende particolarmente evidente la dimensione sociale degli oggetti. Apparecchiare distribuisce posizioni, stabilisce distanze e prepara un modo di condividere. Un piatto individuale e un recipiente comune suggeriscono gesti diversi; un manico, un bordo o un peso possono rendere più agevole oppure più incerta una presa. La forma contiene un’idea di chi la userà.
Da questo punto di vista, il progetto invita a interrogare anche le abitudini che consideriamo ovvie. Quali corpi sono stati immaginati? Quale familiarità con un rituale viene data per acquisita? Quanto margine resta a chi possiede gesti, esperienze o capacità differenti? La cura dell’ospitalità prende consistenza nelle risposte a queste domande.
Dynasty, sviluppata da Georgina Yen Qin Lee con Luzerne, rielabora l’eredità Peranakan, nata dall’incontro storico fra comunità cinesi e contesti del Sud-est asiatico. L’appartenenza emerge come un processo nel quale influenze diverse vengono accolte e trasformate. Portare questa ricerca sulla tavola significa affidarla a oggetti destinati a entrare nei gesti della vita condivisa.
Un servizio da tavola permette inoltre di comprendere una forma concreta di continuità familiare. Un oggetto ricevuto può accompagnare un’occasione, cambiare casa, essere usato in modo diverso da chi lo ha preceduto. La familiarità si costruisce nella ripetizione, mentre ogni utilizzo aggiunge qualcosa alla storia ereditata. Il design può offrire una forma a questo rapporto fra riconoscimento e cambiamento.
La collezione Qin di Luzerne rilegge invece motivi della prima dinastia imperiale cinese attraverso rilievi delicati e forme a ciottolo. Il riferimento storico passa nella superficie e nella presa dell’oggetto. Il patrimonio culturale viene avvicinato attraverso una conoscenza anche corporea, fatta di peso, contatto e uso.
Con Triptych Kyoto, fondato da Ryoko Nakamura, la Lotus Lamp Series mette in relazione lavorazioni della carta washi, del bambù, del legno di hinoki e della lacca urushi. Il richiamo al ventaglio piatto di Kyoto diventa un riflettore luminoso. Nella lampada si possono riconoscere competenze differenti, coordinate perché ciascuna trovi una funzione nella costruzione finale.
Tongqi Lu, con TICKLE QUO, porta la natura spontanea di Shanghai in Slowly Rising e nel Rooted Catnip Vase. Fra i protagonisti dell’incontro figurano anche Adele Stefanelli, la cui pratica comprende il kintsugi, e Anita Cerpelloni. La pluralità dei percorsi richiede uno sguardo capace di distinguere provenienze e intenzioni: ogni lavoro merita di essere compreso nella propria storia.
Il confronto con le collezioni del museo approfondisce ulteriormente questa lettura. Porcellane, versatoi per il tè e il sakè, contenitori per alimenti e servizi in lacca rendono visibili organizzazioni del convivio diverse dalle nostre. Alcune opere, abitualmente conservate nei depositi, vengono esposte per l’occasione. La mostra offre l’opportunità di riconoscere nei manufatti storici strumenti di una vita vissuta, oltre al pregio che oggi li rende oggetto di conservazione.
Ascoltare un autore per imparare a scegliere
L’incontro diretto con chi progetta è una qualità decisiva dell’esperienza seguita da Veloria. Al Museo d’Arte Orientale, le spiegazioni degli autori hanno aggiunto alla visita la possibilità di risalire alle scelte dei singoli lavori. Sapere quale problema abbia imposto una modifica, o perché una materia richieda una determinata lavorazione, cambia il modo in cui attribuiamo valore al risultato. Accanto alla firma diventano riconoscibili le competenze che concorrono alla sua realizzazione.
La voce dell’autore permette anche di comprendere l’incertezza del processo creativo. Un’idea può richiedere revisioni, una prova può smentire un’intuizione, un limite produttivo può generare una soluzione migliore. Rendere accessibili questi passaggi attribuisce profondità al manufatto e offre al visitatore criteri che potrà utilizzare in altri contesti.
Resta essenziale la libertà di chi ascolta. Comprendere le intenzioni di un designer apre una conversazione, nella quale trovano posto anche dubbi e preferenze differenti. Il valore culturale di un’esposizione cresce quando una persona esce con una capacità di giudizio più articolata e può scegliere a quali proposte riconoscere un posto nella propria vita.
Il futuro di una città comincia da chi può restare

Il carattere diffuso della manifestazione aggiunge una dimensione preziosa all’esperienza. I percorsi conducono in palazzi, fondazioni, ambienti di ospitalità e luoghi di ricerca; alcune visite permettono di accedere a spazi abitualmente meno accessibili o di conoscere ambienti oltre i consueti itinerari. Per chi partecipa, la scoperta del design si intreccia alla possibilità di vedere Venezia dall’interno.
Questi luoghi straordinari partecipano alla lettura degli oggetti. Il rapporto con un’architettura storica suggerisce domande sulla durata, sull’adattamento, su ciò che merita di essere mantenuto e su quanto può cambiare. Il visitatore è invitato a considerare il tempo lungo delle cose, mentre incontra la ricerca del presente.
La cura con cui una manifestazione simile viene costruita diventa a sua volta una scelta progettuale. Mettere in relazione istituzioni, autori, studenti e pubblico richiede un lavoro continuativo. La qualità dell’incontro dipende anche da questa organizzazione, dalla capacità di fare spazio alle differenze e di creare occasioni nelle quali possano comprendersi.
È da Venezia che il discorso torna, infine, alla possibilità di restare. Perché una città conservi la propria capacità creativa, chi possiede un mestiere deve potervi immaginare un futuro. Le parole di Andrea Selva Volpi, pronunciate all’inaugurazione, riportano il progetto a questa responsabilità concreta:
«Un buon progetto non è quello che sta bene sulla carta. È quello che migliora la vita delle persone. E quando si parla di design, è quello che emoziona».
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