Nato nel 2024, il brand ripensa il rapporto tra corpo, genere e abito. Una ricerca ispirata all’arte, alla libertà e all’unicità della persona.
La moda genderless può diventare qualcosa di più di una tendenza o di un’estetica neutra. Può trasformarsi in uno spazio nel quale il corpo smette di essere classificato prima ancora di essere osservato e l’abito torna a parlare della persona, delle sue possibilità e del modo in cui desidera presentarsi al mondo.
È da questa visione che nasce Suigenderis, brand fondato nel 2024 da Maicol Ierardi per superare la tradizionale divisione tra guardaroba maschile e femminile. Il nome unisce la locuzione latina sui generis, “di genere proprio”, al concetto di genderless: un’identità progettuale che sceglie l’individuo come punto di partenza e la libertà di espressione come direzione.
Suigenderis, un brand nato oltre le definizioni
Per molto tempo la moda ha organizzato corpi, taglie e desideri attraverso categorie apparentemente immutabili. Ogni capo veniva pensato per un destinatario preciso, anticipandone il genere, la postura e perfino il comportamento. Suigenderis prova a rovesciare questo processo: prima viene la persona, poi l’abito.

«Suigenderis nasce nel 2024 con l’obiettivo di andare oltre le definizioni convenzionali, creando uno spazio in cui l’individualità e l’unicità siano celebrate ed esaltate. È una dichiarazione di stile che abbatte le barriere di genere e permette a ciascuno di esprimersi senza restrizioni. I capi e gli accessori sono concepiti per essere versatili e atipici, così da trasformare ogni look in un’opportunità di espressione personale.»
L’abito assume quindi il valore di un linguaggio aperto. Evita di assegnare un’identità dall’esterno e accompagna chi lo indossa nel riconoscimento di ciò che sente di essere, anche quando questa percezione cambia, si amplia o sfugge alle definizioni abituali.
Creare moda genderless significa ripensare il corpo

Progettare una collezione genderless richiede molto più della scelta di forme ampie o colori neutri. Corpi differenti presentano proporzioni, volumi e movimenti diversi. Vestirli attraverso uno stesso progetto significa affrontare un lavoro modellistico complesso, capace di accogliere le differenze senza cancellarle.
«Creare moda fuori dalle categorie tradizionali è qualcosa di bello, ma anche complesso. Molti parlano di genderless, ma spesso le collezioni continuano a essere pensate soltanto per la donna o soltanto per l’uomo. Quando creo, io penso all’individuo in quanto tale. Costruire un capo che possa essere indossato da corporeità differenti richiede processi modellistici e di confezione più lunghi, ma il mio obiettivo è proprio realizzare abiti destinati a chiunque.»
La differenza tra un capo semplicemente unisex e una ricerca realmente genderless si trova proprio qui. Il primo tende talvolta a uniformare; la seconda prova a costruire una relazione più elastica tra tessuto e persona. La forma conserva una propria identità estetica, mentre il corpo mantiene il diritto di interpretarla.
L’abito come spazio di autorappresentazione
La progressiva apertura della moda verso identità meno rigide riflette un cambiamento che attraversa la società prima ancora delle passerelle. Le persone cercano nuovi modi per raccontarsi, sottraendo il proprio aspetto alle aspettative ricevute dalla famiglia, dalla cultura e dai modelli dominanti.
«Penso che ci stiamo dirigendo verso una realtà in cui le categorie di uomo e donna diventano meno rigide e ognuno può esprimersi nel modo che sente più vicino. I tempi devono ancora maturare pienamente, ma qualcosa sta nascendo e si sta diffondendo soprattutto a livello sociale. La cosa più importante rimane la libertà di espressione, esercitata nel rispetto degli altri.»
La moda partecipa a questo cambiamento senza poterlo sostituire. Un vestito può sostenere un processo di consapevolezza, ma difficilmente può avviarlo da solo. La libertà estetica acquista significato quando incontra una libertà interiore già disposta a emergere.
«Prima ancora che un capo possa aiutare una persona, è la persona stessa a dover liberare la propria anima dall’immagine che sente imposta dalla società. Quando riesce a essere davvero se stessa, ciò che indossa può sostenerla e rappresentare meglio quello che desidera comunicare.»
Vestirsi diventa così un gesto di traduzione: porta all’esterno una parte del mondo interiore e la rende leggibile attraverso forme, materiali e proporzioni.
L’identità prima del genere

Nel linguaggio di Suigenderis, il genere rappresenta soltanto una delle molte dimensioni che compongono una persona. Il centro della ricerca è l’identità nella sua totalità, intesa come una materia viva, mobile e impossibile da racchiudere in una singola definizione.
«Il mio punto di partenza, più che l’identità di genere, è l’identità in generale. Vedo il corpo come una massa da decostruire e cerco di creare senza pensare a un corpo esclusivamente femminile o maschile. Per me importa poco chi ci sia sotto il capo, perché potrebbe essere qualsiasi persona. Ognuno deve poter indossare ciò che desidera ed essere chi sente di essere.»
Il corpo viene osservato come una presenza attiva, capace di modificare l’abito attraverso il movimento. Lo stesso capo cambia quando incontra spalle, fianchi, gesti e posture differenti. L’identità del progetto rimane riconoscibile, ma il risultato finale appartiene sempre alla relazione tra creazione e individuo.
Questa prospettiva conduce verso un’idea di coesistenza: maschile e femminile, corpo e abito, intimità e rappresentazione smettono di essere territori opposti e iniziano a dialogare, in continuità con la riflessione sviluppata nell’articolo Moda contemporanea ed identità di genere: il corpo oltre il codice, dove l’abito emerge come uno spazio capace di accogliere e rendere visibile una complessità che supera le categorie convenzionali.
«Ogni elemento esiste nella relazione con l’altro. Nel mio lavoro l’abito prende vita attraverso il corpo, mentre l’intimità può diventare rappresentazione. Anche le regole del fashion system possono essere attraversate e trasformate. Per me il confine più interessante è quello che conduce alla coesistenza.»
Genderless non significa rinunciare alla personalità

Uno dei rischi della moda genderless è ridurre la libertà a una formula estetica riconoscibile: volumi larghi, palette spente e linee essenziali. In questo modo, l’assenza di categorie finisce paradossalmente per produrre una nuova uniformità.
Suigenderis sceglie una strada differente. Il superamento del genere anatomico lascia spazio alla personalità, alle inclinazioni e al modo in cui ciascuno abita la propria immagine.
«Molti brand parlano di genderless, ma il fashion system appare ancora indietro, soprattutto quando impone di classificare ogni vestito come capo da uomo o da donna. La personalità appartiene a ogni individuo, al di là del genere o dell’orientamento. Quello che conta si trova anche nella dimensione umana e interiore, nei pregi, nei difetti e nelle caratteristiche che rendono ciascuno diverso.»
La neutralità, in questa visione, lascia il posto alla pluralità. La libertà non cancella i tratti individuali, li rende più visibili.
Il corpo reale contro gli standard della moda
Accogliere il corpo significa confrontarsi con differenze, vulnerabilità, proporzioni e forme che raramente coincidono con l’immagine idealizzata proposta dal sistema della moda.
Il progetto di Suigenderis parte dalla consapevolezza che un corpo universale non esiste. Esistono persone che chiedono ai vestiti di accompagnarle, anziché correggerle o ricondurle a un modello prestabilito.
«Ogni corpo è diverso e possiede le proprie forme. Creare pensando a un corpo indefinito è complesso, ma gli standard tradizionali della moda mi interessano poco. Quando ho deciso di portare avanti il brand, mi sono promesso di realizzare qualcosa che potesse rappresentare tutte le persone che lo desiderassero. La mia estetica può essere condivisa oppure no, ma nasce per essere accessibile a tutti e per prendere le distanze dalle convenzioni del fashion system.»
Il corpo reale diventa allora una risorsa progettuale. Le differenze non costituiscono un ostacolo da nascondere, ma una variabile capace di generare nuove soluzioni e nuovi modi di costruire il vestire.
Abitare l’abito attraverso il corpo
La ricerca di Suigenderis intreccia moda e arte. Il capo viene concepito come una composizione che prende forma soltanto quando incontra la persona. Il tessuto conserva il pensiero del designer, mentre il corpo introduce movimento, ritmo e trasformazione.
«La prima cosa che voglio comunicare attraverso le mie creazioni è la libertà di espressione. Mi ispiro molto all’arte, perché considero la creazione di un abito una forma artistica. Vorrei proporre un nuovo modo di abitare l’abito attraverso il corpo di chi lo indossa, perché il corpo dell’individuo è l’elemento attivo. Il mio desiderio è creare attraverso l’arte, decostruendola e rendendola a-gender.»
L’espressione “abitare l’abito” suggerisce una relazione lontana dalla passività. Indossare significa appropriarsi della forma, modificarla con la propria presenza e inserirla nella propria storia.
Anche per questo le creazioni del brand evitano di immaginare un pubblico chiuso o una comunità rigidamente definita.
«Le mie creazioni sono destinate a chiunque si senta rappresentato dai miei abiti. Non immagino una persona, un genere o una comunità precisa. I capi sono per tutti: ciascuno deve sentirsi libero di indossarli nel modo che desidera e di riconoscersi in ciò che sceglie.»
“VOID”, la collezione ispirata a Lucio Fontana

La collezione più recente, “VOID”, nasce durante un viaggio in treno verso Milano. L’immagine iniziale è quella di lunghe tele di tessuto, successivamente associate ai tagli di Lucio Fontana e alla ricerca spazialista.
Movimento, spazio e tempo diventano i tre nuclei intorno ai quali prende forma la collezione. Il taglio perde la funzione di semplice apertura e diventa un gesto capace di mettere in comunicazione superficie, corpo e ambiente.
«L’ultima collezione è nata di getto durante un viaggio in treno verso Milano e dalla mia profonda passione per l’arte. Ho immaginato lunghe tele di tessuto, che ho poi associato alle opere di Lucio Fontana. Il suo Spazialismo ha ispirato l’evoluzione del mio linguaggio attraverso la creazione dei capi. Movimento, spazio e tempo sono stati i tre concetti fondamentali che hanno permesso alla collezione di prendere vita.»
La tela e il tessuto condividono la possibilità di essere attraversati. Nell’opera di Fontana il taglio supera la superficie pittorica; nella moda di Suigenderis l’apertura modifica la costruzione del capo e il modo in cui il corpo entra in relazione con esso.
Il designer racconta di essere stato accompagnato da una frase che associa all’artista: «il taglio, in un movimento preciso e controllato, apre un varco verso lo spazio reale in un tempo definito».
Una moda più umana
Dietro la ricerca estetica di Suigenderis emerge infine una posizione che supera il vestire. La libertà raccontata dal brand riguarda la capacità di seguire un percorso personale anche quando appare incerto, faticoso o distante dalle aspettative comuni.
«il messaggio che desidero lasciare ai lettori di Veloria è più umano che legato alla moda. Quando decidete di intraprendere un percorso, qualunque esso sia, perseguitelo e insistete. Continuate a seguire i vostri sogni anche quando pensate di non farcela o vi sentite soli. Ricordate che chiedere aiuto agli altri non è una debolezza, ma una grande prova di forza d’animo e di coraggio.»
Suigenderis racconta così una moda che evita di stabilire chi dovremmo essere. Offre forme da interpretare e lascia che sia il corpo a completarne il significato.
Forse la libertà del vestire comincia proprio da questo incontro: un abito che conserva la propria voce e una persona che, indossandolo, riesce finalmente a riconoscere la propria.