8 Agosto 2026

Stefano Marra: il colore che interpreta il Mediterraneo

6 Agosto 2026

Stefano Marra: il colore che interpreta il Mediterraneo

Tra Napoli, cultura popolare e identità dei brand, l’artista visivo racconta come una tonalità possa diventare pensiero, atmosfera e forma del ricordo.

Il colore può arrivare prima delle parole. Può restituire l’impressione di una città, custodire il carattere di un marchio o modificare il ritmo di un’immagine. Nel lavoro di Stefano Marra, artista visivo italiano, la palette nasce dentro il progetto e ne accompagna l’evoluzione: osserva, interpreta, mette in relazione forme, persone e riferimenti culturali.

Il suo immaginario attraversa il Mediterraneo senza ridurlo a un repertorio prevedibile di mare e luce. Ne accoglie invece i contrasti: ironia e malinconia, teatralità e vita quotidiana, leggerezza e dramma. È nell’incontro tra questi contrasti che l’immagine acquista profondità e il colore diventa parte del pensiero che la attraversa.

Nella conversazione con Veloria, Marra racconta il rapporto con i brand, la memoria collettiva di Borotalco, la Smorfia napoletana reinterpretata per Voiello, il teatro, il cinema e una tonalità capace di contenere mondi diversi: il blu.

Oltre l’illustrazione: costruire un punto di vista

«Per me l’illustrazione è uno strumento attraverso cui provo a esprimere un punto di vista. Non mi interessa soltanto rappresentare qualcosa, ma cercare di interpretarlo e restituirlo attraverso il mio sguardo. La componente mediterranea entra nel mio lavoro in modo abbastanza naturale, perché fa parte della cultura nella quale sono cresciuto. Non riguarda soltanto alcuni simboli immediati, come il mare, la luce o i colori, ma soprattutto un certo modo di osservare le persone e le cose. Nel Mediterraneo convivono ironia e malinconia, leggerezza e dramma, sacro e quotidiano. Sono contrasti che ritornano spesso anche nelle mie immagini.»

Il Mediterraneo emerge come sensibilità prima ancora che come luogo geografico: una disposizione a riconoscere la complessità nelle scene ordinarie, dove ironia e malinconia, luce e dramma possono abitare la stessa immagine.

La libertà creativa dentro l’identità di un brand

«Cerco innanzitutto di capire che cosa il cliente voglia realmente raccontare, anche al di là della richiesta iniziale. A volte il brief contiene già un’idea precisa, altre volte è soltanto un punto di partenza. Il mio lavoro consiste nel trovare una forma visiva che sia coerente con l’identità del brand, ma che allo stesso tempo riesca ad aggiungere qualcosa. La libertà nasce proprio dentro questo confronto. Non penso si tratti di imporre un linguaggio personale, ma di mettere il proprio sguardo al servizio del progetto, cercando una soluzione che il cliente possa sentire autenticamente sua.»

Il brief diventa un terreno di dialogo tra la memoria del marchio e la sensibilità dell’autore. Aggiungere qualcosa significa rendere visibile ciò che il cliente desidera comunicare, anche quando ancora fatica a nominarlo.

Il colore nasce insieme all’immagine

«A volte parto dall’emozione che vorrei trasmettere, altre dal significato culturale che un colore porta con sé. In ogni caso cerco sempre di capire come quella tinta dialoghi con le forme, con la composizione e con il contesto nel quale l’immagine dovrà vivere. Per me il colore non è un elemento che arriva alla fine, ma qualcosa che accompagna la costruzione dell’immagine fin dall’inizio. Spesso provo molte combinazioni prima di trovare quella che mi sembra davvero giusta. È una scelta istintiva, ma anche molto ragionata.»

L’istinto apre una possibilità, il pensiero le dà misura. Il colore entra così nel cuore del racconto: ne orienta il ritmo e crea lo spazio emotivo attraverso cui l’immagine raggiunge chi la osserva.

Assorbire i maestri senza trasformarli in citazioni

«Di Depero mi affascina la capacità di sintesi, di Picasso la libertà, di Scorsese il ritmo e la costruzione dei personaggi, di Sorrentino l’uso dell’immagine, mentre di Eduardo De Filippo mi colpisce soprattutto lo sguardo sull’essere umano. Cerco di non riprendere direttamente il loro stile. Mi interessa piuttosto capire il modo in cui hanno costruito il proprio linguaggio e il proprio punto di vista. Quando un riferimento viene assorbito nel tempo, smette di essere una citazione riconoscibile e diventa parte del proprio bagaglio.»

L’influenza più autentica agisce in profondità, fino a rendere irriconoscibile la propria origine. Ciò che resta diventa metodo: il modo di costruire una scena, di misurare pieni e vuoti, di intuire quanto mostrare e quanto affidare all’immaginazione.

Il Mediterraneo come incontro e contaminazione

«Per me il Mediterraneo è prima di tutto un luogo di incontri e contaminazioni. È fatto di culture che si sono sovrapposte, di contrasti, di gesti quotidiani, di luce, ma anche di ombre. Quando lavoro per un pubblico internazionale cerco di non semplificare troppo questa identità, ma di renderla leggibile anche fuori dal suo contesto originario. Alcuni riferimenti molto locali possono cambiare o diventare più essenziali, mentre rimangono elementi come il colore, l’ironia, le relazioni umane e la capacità di raccontare attraverso immagini immediate. Credo che proprio ciò che nasce da un’esperienza specifica possa diventare universale, quando riesce a parlare di emozioni riconoscibili da tutti

L’universalità nasce dalla capacità di restare fedeli alla propria origine. Un’esperienza radicata in una cultura può attraversare i confini quando riesce a toccare emozioni condivise, mentre i dettagli locali ne custodiscono identità e spessore. Il Mediterraneo di Marra emerge come un territorio complesso, attraversato da contraddizioni, stratificazioni e memorie, distante dalle immagini più convenzionali che ne hanno fissato l’immaginario.

Borotalco: rinnovare un colore custodito nella memoria

Alcuni marchi abitano la memoria delle persone prima ancora della comunicazione commerciale. Le loro confezioni entrano nelle case e si legano ai gesti quotidiani: rinnovarle richiede di introdurre il presente senza interrompere il rapporto emotivo costruito nel tempo.

«Nel progetto abbiamo cercato di mantenere alcuni aspetti capaci di conservare il legame con la storia di Borotalco, introducendo allo stesso tempo un linguaggio più contemporaneo. Il concetto dell’abbraccio nasce dall’idea di raccontare non soltanto la cura personale, ma una sensazione di vicinanza e benessere condiviso. Il colore è stato fondamentale per mantenere questa continuità. Il verde appartiene da sempre all’identità del marchio, ma è stato reinterpretato attraverso nuove tonalità e combinazioni, cercando un equilibrio tra familiarità e rinnovamento.»

Il verde agisce come memoria cromatica: permette di riconoscere Borotalco mentre la sua immagine evolve. La tonalità storica diventa una continuità emotiva tra generazioni, mentre l’abbraccio amplia la cura dalla sfera individuale a quella relazionale.

La Scaramantica: quando la tradizione torna a muoversi

«La Smorfia è un linguaggio popolare molto vivo, non qualcosa di fermo nel passato. Il punto di partenza è stato proprio questo: provare a raccontarla senza nostalgia e senza utilizzare soltanto gli elementi più prevedibili dell’immaginario napoletano. Ho lavorato attraverso sintesi, associazioni visive e colori contemporanei, mantenendo però quella componente ironica e immediata che appartiene alla tradizione. L’obiettivo era creare immagini riconoscibili per chi conosce già la Smorfia, ma capaci di funzionare anche per chi la incontra per la prima volta.»

La sintesi visiva riattiva la tradizione: chi conosce la Smorfia ne ritrova l’ironia e il carattere; chi la incontra per la prima volta vi accede attraverso forme e colori contemporanei. Familiarità e sorpresa convivono senza recidere la struttura affettiva del linguaggio popolare.

Disegnare Napoli oltre ciò che appare

«Napoli è una città che mi affascina profondamente, non soltanto dal punto di vista visivo, ma per la sua cultura, per il teatro, la commedia, il cinema, la musica e per il modo particolare in cui le persone raccontano la vita quotidiana. Attraverso il disegno posso unire elementi reali e ricordi personali, esagerare un gesto, modificare una scena o mettere insieme cose che nella realtà non convivono. La fotografia conserva un momento; il disegno mi permette invece di interpretarlo e di restituire anche ciò che quel momento mi fa immaginare. Credo che Napoli si presti particolarmente a questo tipo di racconto, perché è una città nella quale realtà e rappresentazione spesso si confondono. C’è una teatralità spontanea nei gesti, nei dialoghi e nei personaggi, che attraverso il disegno posso trasformare senza perdere la loro umanità

Il disegno intreccia ciò che lo sguardo coglie con ciò che la memoria conserva, amplifica gesti e avvicina elementi distanti. Napoli sembra mettere in scena se stessa mentre vive; alterarne le forme permette a Marra di raccontare anche ciò che l’istante lascia nell’immaginazione.

Dare forma alla musica e all’immaginario cinematografico

Rendere visibile un suono richiede un percorso opposto rispetto alla reinterpretazione di un’immagine celebre. Per il Teatro Regio di Parma, Marra traduce musica, voce e ritmo; con Arancia meccanica cerca uno spazio nuovo dentro un immaginario già impresso nella memoria collettiva.

«Nel lavoro per il Teatro Regio partivo da elementi che non hanno una forma visiva precisa, come la musica, la voce e il ritmo. Ho cercato quindi di trasformare queste sensazioni in forme, colori e composizioni. Con Arancia meccanica il percorso era quasi opposto, perché esiste già un immaginario estremamente riconoscibile. In quel caso ho cercato di allontanarmi dalle immagini più note, per individuare un punto di vista diverso ma comunque coerente con l’opera. In entrambi i progetti il passaggio più importante è stato evitare una rappresentazione troppo letterale e trovare invece un’immagine capace di sintetizzare l’atmosfera e il significato del soggetto.»

Borotalco e le molte vite del blu

Quando deve scegliere il progetto che meglio rappresenta il suo pensiero, Marra torna a Borotalco, dove memoria, identità e trasformazione trovano una forma condivisa. Dal verde storico lo sguardo si sposta però verso il blu, capace di accogliere stati emotivi differenti.

«Il progetto Borotalco mette insieme molti aspetti che mi interessano: la memoria, l’identità, il rapporto tra passato e presente e la capacità di costruire un racconto attraverso pochi elementi. È stato anche un progetto nel quale il linguaggio visivo ha dovuto confrontarsi con un’immagine già molto radicata, cercando di rinnovarla senza perderne il carattere. Se dovessi associargli un colore sceglierei il blu. In realtà faccio fatica a indicarne una sola tonalità, perché il blu contiene moltissime sfumature e ognuna può raccontare qualcosa di diverso. Può essere profondo, leggero, rassicurante o malinconico. Forse è proprio questa varietà a renderlo il colore che sento più vicino

Il blu resiste alle definizioni univoche: può suggerire distanza o protezione, ampiezza o intimità. Somiglia così alla poetica di Marra, nella quale leggerezza e profondità, ironia e malinconia convivono senza chiedere di essere risolte.

Il blu dà spazio agli opposti.

Il colore come forma del ricordo

Con questa riflessione sul legame tra colore, esperienza e memoria, Marra chiude l’intervista riportando il discorso alla dimensione più personale del suo lavoro: «il colore è uno dei modi attraverso cui comprendo e ricordo le cose. Molto spesso associo un luogo, una persona o un momento della mia vita prima di tutto a una tonalità. Nel lavoro è uno strumento narrativo fondamentale, perché può cambiare completamente il significato di una forma e il modo in cui un’immagine viene percepita. Non serve soltanto a rendere qualcosa più gradevole, ma a costruirne l’atmosfera, il ritmo e il carattere. Anche nella vita quotidiana mi accorgo di osservare molto i colori: quelli dei paesaggi, degli oggetti, degli abiti, delle città. Credo che influenzino il nostro stato d’animo molto più di quanto siamo abituati a riconoscere

Forse il colore comincia qui: quando lo sguardo finisce e qualcosa continua a vivere nella memoria.

Questa lettura del colore come archivio culturale dialoga con il racconto di Veloria Dentro i colori del Vietnam, dove rosso lacca, ocra, indaco e verde diventano strumenti per comprendere paesaggi, artigianato e identità.

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