25 Agosto 2026

Sara Ricciardi e il design relazionale dell’esperienza

20 Aprile 2026

Sara Ricciardi e il design relazionale dell’esperienza

Ci sono oggetti che arredano uno spazio e altri che cambiano la qualità della presenza.

È dentro questa visione che si colloca il lavoro di Sara Ricciardi: un design che non cerca semplicemente una forma riuscita, ma una risonanza capace di attraversare chi guarda, chi tocca, chi abita. Le sue creazioni sembrano nascere da una domanda più radicale del consueto: che cosa può accadere tra le persone grazie a un oggetto, a un allestimento, a una presenza nello spazio?

Da qui prende forma un linguaggio progettuale che intreccia mito, cinema, artigianato e visione contemporanea, trasformando il design in un atto quasi teatrale, a tratti rituale, sempre relazionale. In un’epoca affollata di immagini, di copie e di prodotti che chiedono attenzione immediata, Ricciardi sceglie una strada diversa: creare situazioni che lascino una traccia, che introducano una lieve deviazione nello sguardo, che restituiscano all’esperienza una densità emotiva e culturale.

Golden Harvest per Borbonese. Photo credits: Marco Menghi

Nel pensiero di Sara Ricciardi, l’oggetto perde centralità come fine e acquista forza come innesco. “L’oggetto non è mai un punto di arrivo, ma un dispositivo aperto”, afferma, e in questa formula è già contenuto un cambio di paradigma decisivo. Il progetto si misura in ciò che rende possibile, nelle relazioni che attiva, nella qualità dello scambio che riesce a generare. “Mi interessa quando qualcosa accade tra le persone, quando un oggetto diventa un pretesto per una relazione”. È una presa di posizione importante, soprattutto oggi, quando il design rischia spesso di esaurirsi nella superficie o nella prestazione estetica. Ricciardi sposta invece l’attenzione su una dimensione più ambiziosa: l’oggetto come catalizzatore di esperienza.

Human Mandala. Photo credits: Amir Farzad

Da questa prospettiva, anche il ruolo del designer cambia profondamente. Sara Ricciardi lo dice con chiarezza: “Oggi il designer è sempre più un regista. Di immaginari, posture ed esperienze”. La parola regista è centrale, perché sottrae il design ad una visione puramente formale e lo avvicina a una pratica di costruzione di atmosfere, tempi, incontri. Disegnare significa allora predisporre le condizioni affinché qualcosa accada davvero. Un gesto, una prossimità, una sorpresa, una sospensione. Il progetto assume così una qualità immersiva, perché introduce una trasformazione minima ma reale nello spazio e nelle persone che lo attraversano. È proprio in questa regia dell’invisibile che il lavoro di Ricciardi rivela la sua maturità: il design smette di essere una disciplina chiusa nell’oggetto e si apre come esperienza condivisa, come coreografia relazionale del presente.

Il passaggio successivo è ancora più interessante, perché riguarda la natura culturale del design. Ricciardi osserva che “quando un oggetto smette di essere solo utile e inizia a generare senso”, allora entra in una dimensione diversa. “Non è più qualcosa che si usa, ma qualcosa che si abita”. Questa idea è preziosa perché restituisce al progetto una profondità spesso sacrificata alla velocità del consumo. Un oggetto che attiva memorie, emozioni, dialoghi, non aggiunge solo funzione al quotidiano: costruisce un immaginario, apre un legame, sedimenta una presenza. In questo senso, il design torna ad essere cultura nel momento in cui riesce a toccare una zona intima e collettiva insieme, producendo significato oltre la performance.

Metamorfosi. Photo credits: Cartacarbone, High Res

La radice di questa sensibilità si trova nel suo processo progettuale, che nasce da una materia invisibile prima ancora che da una materia concreta. “Il mio processo progettuale parte spesso da immagini interiori. Il cinema, i miti, i paesaggi che porto dentro diventano matrici narrative”. È qui che il lavoro di Ricciardi si distingue con più forza: nella capacità di trasformare l’immaginario in progetto senza perdere complessità. Le suggestioni felliniane, l’eco delle leggende popolari, la cultura visiva contemporanea, i paesaggi interiori si traducono poi attraverso il rapporto con gli artigiani, con i materiali, con il contesto. “È un passaggio continuo tra immaginazione e realtà, tra visione e costruzione”. Questo attraversamento è fondamentale, perché impedisce al progetto di diventare puro esercizio stilistico. La visionarietà si radica nella materia, che, a sua volta, si carica di racconto.

Anche l’idea di coerenza, in Sara Ricciardi, merita attenzione. “La coerenza per me non sta nello stile, ma nell’intenzione”. È una frase che rovescia una convinzione diffusa e apre una riflessione importante sul design contemporaneo. In un sistema spesso ossessionato dalla riconoscibilità immediata, Ricciardi sceglie una coerenza più profonda, quella che nasce dalla tensione comune del progetto, dalla volontà di “creare relazioni, generare esperienza, attivare uno spazio”. Questo consente di lavorare con linguaggi e materiali differenti senza disperdere identità. L’unità del suo lavoro non dipende da un repertorio formale fisso, ma da una postura progettuale precisa, capace di restare fedele a sé stessa anche nel cambiamento.

Il design relazionale si manifesta come una forma di resistenza culturale. Ricciardi lo afferma apertamente: “creare spazi unici, generati ogni volta dal contesto e per il contesto, significa rallentare”. Rallentare, in questo caso, non vuol dire sottrarsi al presente, ma abitarlo con maggiore intensità. Significa restituire valore al tempo condiviso, al mutamento dei materiali, alla tattile verità delle cose. Significa anche riconoscere che, in un mondo sempre più digitale, l’esperienza sensibile acquista un’urgenza nuova, quasi necessaria. Il design torna così a essere una pratica che educa lo sguardo, che insegna ad osservare le trasformazioni, che costruisce presenza contro la dissipazione.

Shooting Still Life. Photo credits: Marco Menghi

Guardando avanti, la traiettoria appare nitida. “Il design sarà sempre più chiamato a creare connessioni”, dice Ricciardi. “Gli oggetti continueranno a esistere, ma saranno sempre meno sufficienti da soli. Quello che conta è ciò che attivano: relazioni, comportamenti, possibilità”. Il valore, quindi, non risiede più soltanto nell’oggetto, ma nella rete di senso che sa mettere in moto. Spazi e forme diventano strumenti per rimettere al centro l’esperienza umana, la qualità dello stare insieme, la possibilità di un incontro trasformativo.

Forse la frase che più di tutte condensa il suo universo è quella con cui chiude il suo racconto: “mi piace pensare che, al posto di form follows function, si possa dire form follows poetry”. È una dichiarazione che possiede insieme leggerezza e radicalità. La poesia non indica evasione, ma una forma alta di precisione sensibile. Significa che la forma nasce da un immaginario, da una tensione narrativa capace di restituire un’esperienza unica e irripetibile. Ed è proprio questa unicità che rende il lavoro di Sara Ricciardi così necessario, perchè sceglie di progettare ciò che ancora può accadere tra le persone. Oggetti che diventano condizioni di apertura, spazi che si trasformano in possibilità, design che si fa coreografia emotiva e culturale, capace di restituire profondità al nostro modo di abitare il mondo.

Sara Ricciardi è artista, designer e direttrice creativa. Vive e lavora a Milano, dove nel 2016 ha fondato Pataspazio, studio in cui sviluppa prodotti, installazioni, interni, performance e pezzi in edizione limitata. La sua ricerca unisce narrazione, materia e pratiche relazionali, con un approccio che lei stessa sintetizza in una formula precisa: “la forma segue la poesia”. Accanto all’attività progettuale, insegna Social Design e Pratiche Relazionali alla NABA e in università internazionali, promuovendo processi di co-progettazione condivisa e sostenibile.

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