Samuele Angeletti
Per anni, parlare di moda e videogiochi nella stessa frase sarebbe sembrato quasi assurdo. Da una parte le passerelle, il lusso, gli stilisti; dall’altra joystick, pixel e combattimenti fantasy. Eppure oggi questi due mondi non solo convivono, ma collaborano continuamente, influenzandosi a vicenda in maniera sempre più evidente.

La cosa interessante è che tutto nasce da un’esigenza molto pratica. Nei primi videogiochi, i personaggi non venivano “vestiti” per ragioni estetiche o artistiche: venivano progettati per necessità tecniche. Un esempio perfetto è Mario. Il celebre cappello serviva a evitare di animare i capelli, i baffi rendevano più leggibile il volto nei pochi pixel disponibili e la salopette aiutava a distinguere il movimento delle braccia. Una delle icone visive più famose della storia del gaming nasce quindi da limiti hardware, non da una ricerca stilistica.
Con il tempo però i videogiochi iniziarono a raccontare storie più complesse, e gli abiti dei personaggi divennero un modo per comunicare personalità, ruolo sociale e atmosfera del mondo di gioco. La moda entrò lentamente nel linguaggio del game design.
Il costume come identità del personaggio

Negli anni ’90 personaggi come Lara Croft trasformarono il costume in uno strumento di marketing. Top aderente, shorts, zaino e pistole doppie: ogni elemento era pensato per essere immediatamente riconoscibile. Non importava soltanto creare un personaggio credibile, ma costruire un’immagine iconica capace di imprimersi nella memoria collettiva.
Con l’evoluzione grafica, però, il rapporto tra abbigliamento e videogiochi si fece molto più sofisticato. Nei titoli moderni gli outfit non devono soltanto essere belli: devono funzionare. Un cappotto deve muoversi bene durante un’animazione, un tessuto deve reagire al vento, un’armatura deve essere leggibile anche durante scene caotiche. La moda digitale è diventata un compromesso continuo tra estetica e tecnologia.
Le nuove professioni della moda virtuale
È qui che nascono nuove figure professionali. Oggi nei grandi studi esistono specialisti che lavorano quasi esclusivamente sugli abiti virtuali: digital costume designer, fashion concept artist, esperti di simulazione tessile e artisti dedicati ai materiali. Produzioni come Cyberpunk 2077 o Final Fantasy XVI dedicano mesi di studio agli outfit dei personaggi, analizzando tessuti reali, silhouette, influenze culturali e perfino il modo in cui una giacca si piega durante il movimento.
Ma il cambiamento più grande è arrivato quando i videogiochi hanno smesso di essere soltanto mondi da osservare, diventando luoghi sociali da abitare. In giochi online come Fortnite, Roblox o League of Legends, l’aspetto del proprio avatar è ormai una forma di identità personale. Cambiare skin non significa più soltanto modificare un personaggio: significa mostrarsi agli altri, distinguersi, appartenere a una comunità o esprimere il proprio stile.
Ed è proprio qui che il mondo della moda ha iniziato a osservare il gaming con occhi diversi.
Quando il lusso entra nel gaming

Per molti brand di lusso, i videogiochi rappresentano oggi una passerella globale frequentata da milioni di persone ogni giorno. Non sorprende quindi che marchi come Balenciaga, Gucci o Louis Vuitton abbiano deciso di entrare direttamente nel mondo videoludico.
Uno dei casi più celebri è la collaborazione tra Balenciaga e Fortnite. Il progetto non si limitava a semplici skin virtuali: gli outfit esistevano sia nel gioco che nel mondo reale, creando una fusione quasi totale tra moda fisica e digitale. Per la prima volta, una persona poteva indossare la stessa collezione sia nella vita quotidiana che nel proprio avatar online.

Anche Louis Vuitton ha lasciato un segno importante collaborando con League of Legends. La maison francese realizzò skin esclusive per alcuni personaggi del gioco e progettò persino la valigia ufficiale del trofeo mondiale degli esports. A lavorare sugli outfit virtuali fu Nicolas Ghesquière, direttore artistico della linea femminile del brand. Un momento simbolico: uno stilista d’alta moda che lavora direttamente sul character design di un videogioco competitivo.
Nel frattempo, anche il mercato è cambiato radicalmente. Le skin sono diventate veri e propri status symbol digitali. In alcuni giochi, oggetti puramente estetici vengono venduti o scambiati per cifre impressionanti. Proprio come accade nella moda tradizionale, il valore non dipende dall’utilità, ma dall’esclusività, dalla rarità e dal desiderio sociale.
È un fenomeno che racconta qualcosa di molto attuale: oggi l’identità digitale conta quasi quanto quella reale. Per intere generazioni, vestirsi bene non significa soltanto scegliere un outfit fisico, ma anche curare l’aspetto del proprio alter ego virtuale.
La nuova frontiera dell’abito
E forse è proprio questa la trasformazione più affascinante. La moda videoludica è il primo tipo di abbigliamento nella storia che non deve necessariamente esistere nel mondo reale. Non ha bisogno di tessuti, cuciture o armadi, eppure genera desiderio, collezionismo, riconoscibilità e perfino lusso.
Quello che un tempo era soltanto un limite tecnico fatto di pochi pixel oggi è diventato un nuovo spazio creativo, dove stilisti, artisti digitali e sviluppatori costruiscono identità che vivono contemporaneamente tra realtà e virtuale.

Samuele Angeletti è uno sviluppatore di videogiochi e autore della saga di romanzi La Macchina del Tempo. Si è formato presso la Scuola Internazionale di Comics di Firenze, dove ora insegna programmazione e design dei videogiochi. Ha nell’attivo diverse applicazioni e giochi pubblicati in molteplici store digitali e molte altre idee nel cassetto pronte per essere mostrate al pubblico.
Il suo obiettivo di carriera sarebbe quello di trasformare la saga de La Macchina del Tempo in un videogioco.