25 Agosto 2026

Massimo Gramellini e l’alfabeto segreto dei sentimenti

16 Maggio 2026

Massimo Gramellini e l’alfabeto segreto dei sentimenti

Con L’ora di educazione sentimentale, il teatro diventa uno spazio di ascolto: il luogo in cui l’amore smette di essere un tema privato e torna ad essere una domanda collettiva.

C’è un’ora che manca ai programmi scolastici, alle conversazioni familiari, al lessico affettivo con cui proviamo a orientarci nel mondo. È l’ora in cui qualcuno dovrebbe insegnarci a riconoscere ciò che sentiamo, a distinguere un desiderio da una dipendenza, una mancanza da una vocazione, una ferita da un destino.

Massimo Gramellini porta in scena proprio questa zona fragile e necessaria con l’ora di educazione sentimentale: uno spettacolo che attraversa emozioni, fragilità, ricordi, lettere, miti e domande intime. Più che una lezione, è un esercizio di ascolto. Più che una spiegazione sull’amore, è un invito a sostare dentro la sua complessità. La domanda iniziale contiene già il nucleo dell’intero percorso: voi sapete cos’è l’amore?

Sembra semplice. Ma parlare d’amore oggi espone ad un rischio: quello di apparire ingenui in un tempo che premia la disillusione, la velocità, l’autosufficienza emotiva. Eppure la sala piena racconta il contrario. Racconta che abbiamo ancora bisogno di sentir parlare d’amore. Forse proprio perché lo nominiamo continuamente e lo comprendiamo poco.

La serietà pericolosa dell’amore

Gramellini entra in questo territorio con misura: nessuno possiede davvero un titolo per insegnare l’amore. L’amore resiste ai manuali, sfugge alle formule, scioglie ogni sicurezza. Possiamo raccontarlo, attraversarlo, rovinarlo, custodirlo, tradirlo, rimpiangerlo. Possiamo studiarne le conseguenze, le forme, le illusioni. Possiamo avvicinarci al suo fuoco, sapendo che ogni definizione ne lascia fuori una parte.

Da anni Gramellini scrive d’amore attraverso le lettere, le storie, le confessioni degli altri. La posta del cuore diventa così molto più di una rubrica: si trasforma in un archivio sentimentale, in una mappa delle nostre vulnerabilità ricorrenti. Certo, sugli altri sappiamo essere lucidi, severi, persino saggi; su noi stessi diventiamo indulgenti verso l’errore, fedeli alla ferita, ostinati nella ripetizione.

È in questa distanza tra la verità che riconosciamo negli altri e quella che evitiamo in noi stessi che lo spettacolo trova una delle sue profondità maggiori. Gramellini racconta il desiderio di conoscere le storie altrui anche per aggirare la propria. Le storie degli altri diventano specchi obliqui, superfici in cui intravedere qualcosa di noi senza sentirci subito minacciati.

Lo sconosciuto di cui ci si fida

In questo patto tra chi scrive e chi confessa, la parola assume un’autorità particolare. La lettera permette di ordinare il caos, dare forma al dolore, rendere narrabile ciò che nella vita appare confuso. Scrivere trasforma l’urgenza in racconto, la vergogna in frase, il nodo interiore in materia osservabile.

Gramellini diventa allora “lo sconosciuto di cui mi fido”: una figura paradossale e preziosa. Sconosciuto perché esterno alla vita di chi scrive; affidabile proprio perché libero dalle implicazioni affettive che deformano lo sguardo. La sua presenza permette a chi racconta di consegnare una parte fragile di sé a qualcuno che ascolta senza possedere.

Molte lettere d’amore, reali o simboliche, parlano della stessa scena interiore: persone che restano dentro relazioni sbagliate perché credono di meritare poco, oppure perché confondono la sofferenza con la profondità. La zona dello sconforto può diventare una casa, quando la familiarità del dolore appare più rassicurante dell’incertezza della felicità. È una delle verità più dure dell’amore: spesso scegliamo ciò che conferma la nostra ferita, prima ancora di scegliere ciò che potrebbe guarirla.

L’amore come specchio dell’identità

Uno dei passaggi più intensi dello spettacolo riguarda l’amore come specchio. L’incontro autentico arriva quando una persona torna a coincidere con sé stessa, quando smette di cercare nell’altro una riparazione totale, una salvezza, un risarcimento. L’amore, nella sua forma più alta, chiede all’Io di farsi più vero, più presente, più responsabile.

Per questo l’innamorato a senso unico diventa una figura tragica della contemporaneità. Chi ama senza essere ricambiato spesso si rifugia in una frase che sembra tenera e invece è una trappola: mi ama, ma ancora lo ignora. È la negazione della realtà trasformata in speranza. È il desiderio che rifiuta il limite. È l’Io che scambia la propria intensità per un destino condiviso.

Ma l’amore possiede ali, non catene. Se l’altro si allontana, l’amore maturo riconosce il confine. L’ossessione nasce quando il desiderio vuole trattenere ciò che ha scelto di andare. Amare significa restare in contatto con un’energia più grande dell’ego, senza trasformarla in possesso.

Platone, il mito e l’inconscio

Per parlare d’amore, Gramellini attraversa Platone, i miti, le favole. Questa scelta risponde a una necessità profonda. Alcune verità affettive arrivano alla coscienza soltanto attraverso il linguaggio simbolico. Le favole e i miti custodiscono ciò che il discorso razionale fatica a dire: la paura dell’abbandono, il desiderio di fusione, il conflitto tra corpo e anima, il richiamo della bellezza, la nostalgia di una totalità perduta.

Platone definisce l’amore come desiderio di colmare una mancanza. Nello spettacolo, però, questa mancanza viene trattata con delicatezza: non come vuoto da riempire in modo affannoso, ma come tensione che orienta. L’amore indica una direzione. Non possiede sempre una spiegazione, perché in fondo è esso stesso il perché.

Corpo, anima, progetto

L’educazione sentimentale passa anche dal corpo. La ricetta dell’amore, nella sua concretezza, parte dal desiderio fisico e può arrivare all’anima. Il corpo apre una porta, ma il progetto decide se quella porta conduce a una stanza abitabile.

Due persone che si amano continuano a coniugare il futuro: immaginano, costruiscono, progettano. Il tempo verbale della coppia è il futuro, quando riesce a restare vivo senza diventare controllo.

Ma il “noi” richiede precisione. Amare significa conservare la propria identità dentro una relazione che cresce. Il sacrificio totale dell’Io produce dipendenza, risentimento, perdita di forma. La coppia più sana nasce quando due Io avanzano insieme, affiancati, e generano una terza entità: il legame. Questo terzo spazio non divora le identità, le organizza in una nuova dimensione di vita.

In una stagione dominata dall’individualismo, questa idea suona quasi controcorrente. Siamo iperconnessi e spesso soli, visibili e poco raggiunti, esposti e poco conosciuti. L’amore, invece, comincia quando l’ego arretra: la possibilità di sentire che la vita si allarga quando include l’altro senza possederlo.

Il desiderio attraversa tutte le età

Uno degli aspetti più belli di questo discorso è la sua universalità. L’amore riguarda tutti: adolescenti, adulti, anziani. I desideri invecchiano raramente insieme all’età. Cambiano forma, pudore, lessico, ma continuano a cercare riconoscimento.

La vecchiaia, spesso raccontata come sottrazione, conserva invece una vita emotiva complessa, talvolta ardente, sempre degna. Parlare d’amore significa allora restituire cittadinanza a tutte le età interiori. Nessuno smette davvero di desiderare di essere visto. Nessuno diventa troppo adulto per avere bisogno di tenerezza.

La favola difficile del restare

Tra le parole pronunciate in scena, una rimane più a lungo delle altre: se incontrarsi rimane la magia, non perdersi rimane la favola.

L’amore chiede più dell’ebbrezza dell’incontro. Chiede la disciplina della presenza. Chiede ascolto, realtà, libertà, progetto. Chiede di uscire dall’ego senza smarrire sé stessi. Chiede di riconoscere l’altro come mistero, e insieme di riconoscere il proprio limite.

Alla fine, la sala piena dice molto più di un applauso. Dice che, dietro la corazza contemporanea, continuiamo ad avere fame di parole capaci di nominare ciò che ci attraversa. Abbiamo bisogno di un’educazione sentimentale perché l’amore, pur essendo ciò che più cerchiamo, resta ciò che meno sappiamo capire, accettare e comunicare all’altro.

Il teatro serve anche a questo: fermare per un’ora il rumore del mondo e permetterci di ascoltare il punto esatto in cui una ferita può diventare conoscenza. In fondo, chi sa davvero cos’è l’amore?

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