Danilo Gattai
Ci sono spazi di memoria in alcuni di noi occupati da eventi che continuano a scaldare e a fare compagnia alle nostre vite, tanto straordinari erano stati allora.
L’eccezionalità di quanto accadde nel mio caso venne sicuramente stimolata da un’altra eccezionalità, quella della mia natura di ragazzino, classe 1974, indifferente al calcio e che costellava le giornate tra centinaia di fogli sparsi sul pavimento, migliaia di disegni tracciati con una capacità da catena di montaggio e riviste come Taxi, Moda e Vogue che si confondevano tra il libro d’antologia e quello di storia (perché noi le immagini dovevamo andarcele a cercare!).
Era il 1986 e non soltanto il piccolo creativo aveva la mano addestrata e la conoscenza di ogni fenomeno di stile, ma riteneva pure con una punta di presunzione che quelle sue idee, quegli schizzi, dove si moltiplicavano giacche, completi, cappotti, abiti da sera, pantaloni, bozzetti di lavorazioni per la maglieria, motivi per la stampa e tutto un corollario di accessori dovessero essere assolutamente apprezzati al vertice. Non bastava il plauso della zia sarta, né l’aver disegnato il vestito da sposa alla segretaria del dentista e un tailleur schizzato durante un viaggio per una capotreno. Non bastava neppure essere saliti di livello nella considerazione, quando per accondiscendenza paterna (mio padre lavorava nelle calzature e aveva collaborato con Mario Valentino), l’operato del ragazzino era stato mostrato ad uno stilista di Lancetti. Così l’intrepido dodicenne, incurante del fatto di non possedere alcuna formazione, in assoluta segretezza, iniziò ad inviare il proprio lavoro ai grandi nomi del Made in Italy.
A metà anni ‘80 la moda stava all’Italia come nel cinquecento il rinascimento stava a Firenze. Le riviste che sfogliavo furono complici, perché lì trovavo i numeri di telefono delle aziende che producevano seconde linee e accessori ai big; io chiamavo, fingendomi sempre del settore e mi facevo dare indirizzi e telefoni di questo e quella. Erano tempi di maggiori speranze sotto molti aspetti e certi sogni sembravano realizzabili o almeno io ne ero convinto. Fu così che un giorno, rispondendo al telefono, trovai all’altro capo del filo (parlo del telefono quello vero e non dei cellulari lontani da venire) la segretaria di Laura Biagiotti.
La regina del cachemire, perché così nell’83 l’aveva ribattezzata sul New York Times Bernardine Morris, aveva preso visione dei miei disegni e voleva conoscermi.
Ero molto contento, ma allo stesso tempo mi sembrava la logica conseguenza del mio darmi da fare.
Dopo l’incredulità generale e a strettissimo giro seguì anche un invito e una lettera di conferma della stilista in persona, che accanto alle lodi per la creatività espressa, mi dava il consiglio di “studiare e studiare”. Fu l’inizio di una personalissima e bellissima favola, che vide me crescere giovanissimo in una cultura della moda, poi all’Accademia Koefia e alle Belle Arti e a collaborare ad altissimi livelli e che vide il seguito della bellissima favola di Laura Biagiotti segnare tappe fondamentali per la storia della moda e del nostro paese.
È strano oggi in questo momento di lacerazioni e strappi pensare che con una sfilata si sono potute avvicinare culture e sensibilità lontane. Va infatti ricordato che nell’88 Laura Biagiotti fu la prima stilista italiana a sfilare a Pechino, una parte del mondo dove quel cachemire prezioso, tanto distintivo della castellana della moda, viene prodotto, come va ricordata la sfilata del ‘95 nella fredda Mosca e del ‘98 al Cairo. Il pionierismo delle gentil signora, mano di ferro in guanto di velluto, aprì mercati e unì culture tradizionalmente insensibili alle lusinghe del consumismo. Ma solo di consumismo si trattava? Nient’affatto! Si trattava per prima cosa di qualità.
La nostra ricerca di design, che portò gli ambasciatori del Made in Italy a creare stili definiti per ogni donna e uomo, la nostra sapienza tecnica e artigianale, che ha saputo rendere unica la manifattura e il nostro saper fare sistema erano tutti sinonimi di eccellenza.
Quella stessa eccellenza e visionarietà che ebbero gli altri straordinari compagni di viaggio della signora Laura, ovvero Gianni Versace, Giorgio Armani, Mila Schön, i Missoni, le Fendi, Luciano Soprani, Franco Moschino, Nicola Trussardi, Enrico Coveri, Gianfranco Ferrè, Krizia, senza scordare artisti come Roberto Capucci e Valentino, o nomi come Fausto Sarli, Renato Balestra, Lorenzo Riva ed altri quali Romeo Gigli, Umberto Ginocchietti, Genny, i vari Ferragamo, Brioni e Basile o facendo un passo ancora indietro alle Fontana, a Marucelli, a Carosa, ad Antonelli, a Gramano, a Centinaro, a Fabiani. E come non citare la figura di Beppe Modenese? E ancora prima quella di Giorgini?
E tutte le mani, tutti gli occhi, tutte le menti che dietro a questi signori hanno lavorato negli uffici stile e nelle sartorie e in tutta la filiera e che non sono noti, ma hanno reso nota la nostra moda e la nostra inimitabile capacità, anche loro sono da annoverare.
E le nostre accademie, che hanno sfornato talenti, perché non ricordarle? Da Koefia a Moda e Costume, dal Polimoda allo Ied, dai Sartori alla Domus… Quanti siamo! Innumerevoli, di nuovo pronti per un nuovo domani, per ricominciare dal ben fatto, pronti ancora ad imparare e dimostrare, a fare meglio, per una rinascita, come fu nel ‘51, come negli anni ‘80, senza perderci, perché tenuti insieme dalla bellezza, come quel ricordo dal filo di cachemire.

Danilo Gattai: dopo il liceo classico, si forma tra Koefia e l’Accademia di Belle Arti di Perugia (dove insegna per alcuni anni), muovendosi tra teatro, arte e moda: disegno, costumi, regia e scrittura. Ha collaborato con Luciano Damiani (come assistente) e con Laura Biagiotti; firma produzioni teatrali, tra cui Caravaggio +, espone in mostre e installazioni e pubblica studi di storia dell’arte. È in uscita un volume dei suoi disegni.