Renata Gorreri
L’alfabeto invisibile degli odori
Quanti odori può percepire l’essere umano? Molti più di quanti riusciamo a nominare. Come ricordano Linda Buck e Richard Axel, “possiamo riconoscere le differenze tra due odori senza però capire esattamente che cosa sono” – un paradosso che rivela la natura sfuggente dell’olfatto.
Il nostro naso è un archivio potentissimo, capace di distinguere migliaia di molecole odorose, ma la lingua non riesce a stargli dietro. Non esiste un vocabolario olfattivo condiviso, non esiste una grammatica del profumo. Per raccontare ciò che sentiamo dobbiamo prendere in prestito parole dagli altri sensi: un profumo può essere dolce, vellutato, luminoso, ruvido, nebbioso, croccante. È un atto di traduzione continua, un ponte tra percezione e immaginazione.
Questa mancanza di linguaggio non è un limite individuale, ma un fatto fisiologico: l’olfatto parla direttamente al sistema limbico, la sede delle emozioni e della memoria, senza passare per le aree del linguaggio. Ecco perché un odore ci commuove, ci disarma, ci riporta indietro nel tempo – ma ci lascia senza parole.
Profumo e cultura: un senso dimenticato
Se l’olfatto è così potente, perché la cultura occidentale lo ha relegato ai margini? I pregiudizi che circondano il naso e gli odori sono antichi e profondi. Le espressioni popolari lo confermano: “prendere per il naso”, “sentire odore di bruciato”, “ficcare il naso”. Tutte negative, tutte sospettose. Il naso è stato a lungo percepito come un organo “animale”, troppo vicino all’istinto, troppo poco nobile per essere celebrato. L’evoluzione ci ha portati a sollevare il volto dal suolo, a privilegiare la vista e l’udito, a dimenticare che per millenni abbiamo conosciuto il mondo annusandolo.
Eppure, l’olfatto continua a essere un senso profondamente culturale. Ciò che consideriamo gradevole o disgustoso dipende dalla nostra storia, dalla nostra educazione, dal nostro immaginario. Non esiste un odore universalmente insopportabile: lo dimostra l’esperimento fallito del Pentagono negli anni Novanta, quando fu chiesto alla psicologa Pamela Dalton di creare una “bomba puzzolente” capace di mettere in fuga chiunque. Impresa impossibile: la puzza, come la bellezza, è negli occhi – o meglio, nel naso – di chi la percepisce.
La musica del profumo: un linguaggio universale
Se non abbiamo parole per gli odori, abbiamo però metafore. E sono proprio queste metafore a costruire un linguaggio condiviso.
Profumo e musica, in particolare, condividono un lessico sorprendente: note, accordi, vibrazioni, sinfonie. Non è un caso. Entrambi sono linguaggi invisibili che viaggiano nell’aria, entrambi parlano direttamente alle emozioni, entrambi attraversano il tempo e lo spazio.
Dico spesso che “Musica e profumo parlano di note, accordi, sinfonie, composizioni, condividono lo stesso verbo – sentire – e lo stesso mezzo di diffusione, l’aria.” Ed è una definizione perfetta. Il profumo è una musica senza suono, una partitura molecolare che il naso interpreta come un direttore d’orchestra. Alcuni artisti hanno persino provato a tradurre un accordo olfattivo in musica, o viceversa, creando performance sinestetiche in cui il pubblico ascolta e annusa la stessa emozione. È la prova che il profumo non è solo un oggetto estetico: è un linguaggio.
Scrivere il profumo: l’arte di evocare l’invisibile

Raccontare un profumo è un atto di immaginazione. Non si descrive: si evoca. Per questo la scrittura olfattiva è così affascinante. È un esercizio di traduzione poetica, un tentativo di rendere visibile ciò che non si vede. Gli ingredienti diventano lettere di un alfabeto speciale, le formule diventano frasi, le fragranze diventano racconti. Ma, a differenza della lingua scritta, la grammatica del profumo non ha regole fisse: le stesse “lettere” cambiano significato a seconda della quantità, dell’origine, dell’intensità. Una rosa può essere innocente o sensuale, luminosa o cupa, fresca o carnale. Le sfumature sono infinite.
Scrivere di profumo significa accettare questa fluidità, questa impossibilità di fissare una definizione unica. Significa raccontare l’inafferrabile.
Odori, memoria, emozioni: la geografia intima dell’olfatto
Ogni odore è un archivio personale. Non esistono due nasi uguali, né due memorie olfattive identiche. Un profumo può essere un luogo, un tempo, un personaggio. Può evocare un’infanzia, un amore, un lutto, un’estate. Può aprire una porta che credevamo chiusa. Per questo l’olfatto è il senso più narrativo: perché ogni odore è una storia.
Nella letteratura, gli odori sono strumenti potentissimi. Definiscono un ambiente, rivelano un personaggio, anticipano un evento, creano un ritmo sensoriale. In alcuni casi, come nel Profumo di Süskind, diventano addirittura la struttura stessa del racconto.
Il profumo è un linguaggio della percezione e delle emozioni. È un modo di leggere il mondo.
Il profumo come atto di ascolto
Scrivere di profumo significa restituire dignità a un senso dimenticato. Significa riconoscere che siamo fatti di aria, di ricordi, di emozioni che passano attraverso il naso prima ancora che attraverso le parole. Il profumo è ciò che resta quando tutto il resto svanisce. È un linguaggio primordiale che parla direttamente al cuore.
E raccontarlo – con le parole, con la musica, con la memoria – è un gesto di cura, di attenzione, di ascolto.

Renata Gorreri è Scent Storyteller, divulgatrice e scrittrice di cultura olfattiva, con una ricerca dedicata alla profumeria artistica, alla moda, all’arte e alle molteplici forme dell’arte olfattiva. Ha collaborato con riviste specializzate come Nez, la revue olfactive e Mia Le Journal, contribuendo alla diffusione di una lettura culturale, estetica e sensoriale del profumo. Dal 2018 fa parte della giuria tecnica del Premio Accademia del Profumo. Nel 2025 ha pubblicato Atlante del Profumo. Il profumo tra storia, scienza e cultura, un’opera dedicata alla complessità del mondo olfattivo e alla sua capacità di attraversare memoria, immaginario, sapere e sensibilità contemporanea.