Danilo Gattai
Se già Plinio auspicava che l’artista non trascorresse un giorno senza disegnare, quel nulla dies sine linea che ci sollecita dalla classicità potrebbe essere affiancato oggi da un nulla dies sine linea 3D: nessun giorno senza una linea 3D! Mi guarderà di traverso e un po’ incredulo chi mi conosce, sapendo quanto nella mia pratica quotidiana del disegno io resti tenacemente affezionato ai tradizionali strumenti come matite, mine, penne e pennini.
Quel suono della punta di grafite che ci accompagna, mentre scivola sulla carta, profumata di una natura che si è fatta addomesticare e trasformare in supporto, resta insostituibile, così quel segno che innerva finalmente la forma, tanto si è moltiplicato e sovrapposto sul foglio bianco. Innumerevoli variazioni va a compiere quell’innocente pezzetto di lapis, che mai resta uguale per tratto e pressione della mano.
Ancora più stupefacente risulterà la mia affermazione alla luce delle ultime credo centinaia di schizzi da me interamente eseguiti con la penna stilografica. Perché mai allora lasciarsi sedurre da un oggetto, nato apparentemente dalla più ovvia contemporaneità e che al massimo può essere rubricato a neonato parente lontano e un po’ infantile di matite e penne?
Il limite come punto di forza
La mia mente corre allora a quella splendida autobiografia, scritta dalla Prof.ssa Rita Levi Montalcini e dal titolo Elogio dell’imperfezione. La lode che la scomparsa premio Nobel rivolgeva alla natura umana era incentrata proprio sui limiti di quest’ultima e che ci avrebbero ed hanno consentito di migliorarci, lavorando costantemente sulla nostra dimensione imperfetta. Il limite allora può diventare una caratteristica, un punto di forza.
Quel tracciato molle e imperfetto che rilascia la penna 3D è figlio di questo pensiero.
La mano, il gesto e la materia
Per prima cosa, pur nella sua fattura tecnologica a 180/ 200 gradi (tanto infatti ne deve raggiungere per fondere il PLA, il suo materiale avvolto per molti metri in una bobina, ed estruderlo dalla punta di ceramica), la penna 3d dipende totalmente dal movimento della nostra mano.
L’azione umana con il suo carico di curiosità e incertezze, desiderio di ricerca e fallimenti, è tutta lì. Quella mano che ubbidisce all’intelletto, parafrasando Michelangelo, resta quindi l’artefice umanissima, a tratti decisa e a tratti fragile a stabilire il percorso che compirà la penna 3D.
Ogni gesto allora, come per una matita o una penna Bic, è affidato al cuore e così non è mai assolutamente misurabile né replicabile. Sotto i nostri occhi il materiale filamentoso si scioglie e percorre i sentieri che noi lì per lì gli suggeriamo, restando suscettibile dei nostri umori (nulla di più lontano dalla stampante 3d). Tracciati densi e netti o irregolari e desultori si affastellano grazie a migliaia di gesti. Zone rifinite meticolosamente e spazi dove si improvvisano soluzioni formali camminano di pari passo.
Corpini, merletti e forme tridimensionali
Nascono così costruzioni ardite, corpini disegnati centimetro dopo centimetro sugli stessi manichini e che prendono corpo tridimensionale. Ne sono testimonianza i lavori che gli studenti dell’Accademia Belle Arti Perugia stanno realizzando: mirabili merletti, che al tatto sembrano plastiche dure, fiori e ramificazioni, che si allungano sfidando la sottigliezza, motivi baroccheggianti di concavi e convessi, che giocano attorno ai seni, creano stupefacenti proposte tanto importabili quanto belle e creative. Se le arti sono sorelle, lode quindi anche alla penna 3D.
I corpetti: sei interpretazioni della penna 3D

Milo Crocchioni mostra il processo vivo della creazione: il corpetto nasce direttamente sul manichino, attraverso una trama nera traforata e irregolare. Il filamento plastico viene guidato dalla mano come un segno nello spazio, costruendo poco a poco una superficie che ricorda un pizzo contemporaneo.
Il risultato è una lavorazione fragile solo in apparenza, in cui gesto, materia e forma dialogano in tempo reale.
Lavinia Vernacci si ispira alle vetrate gotiche, traducendone ritmo e geometria in un bustino dalla forte presenza grafica. I motivi si ripetono sulla superficie anteriore e posteriore, creando un disegno ornamentale che avvolge il corpo.
Come i listelli di piombo nelle antiche vetrate, il nero definisce i contorni e mette in risalto la figura femminile.


Emma Scarchini interpreta il corpino come una seconda pelle bio-ispirata. La struttura, modellata interamente a mano con penna 3D, richiama l’anatomia scheletrica attraverso filamenti bianchi e traslucidi che si allungano verso l’esterno come costole stilizzate.
Il corpo viene così ridisegnato da una trama organica, sospesa tra protezione, fragilità e trasformazione.
Leonardo Falaschi: costruisce un corpetto dalla linea asimmetrica, realizzato con una trama fitta di filamenti neri che richiama una superficie tessile rigata.
Il profondo scollo diagonale e i bordi profilati in rosso evidenziano la costruzione manuale del capo, trasformando la penna 3d in uno strumento quasi sartoriale. Ne nasce una forma scultorea, contemporanea e incisiva, dove il segno tecnico diventa dettaglio estetico.


Francesca Greganti crea un bustier nero costruito attraverso una fitta trama di filamenti, alternando zone compatte e parti traforate.
La parte superiore, più piena e strutturata, disegna una linea a cuore sul décolleté, mentre il punto vita si apre in una lavorazione reticolare che lascia filtrare la luce. Il capo gioca sul contrasto tra struttura e trasparenza, forza e leggerezza.
Serena Capitini realizza un corpino scultoreo composto da orchidee modellate a mano con la penna 3D. Le forme leggere e traslucide si sovrappongono in una composizione organica, avvolgendo il busto con delicatezza e movimento.
Il corpetto diventa così una fioritura artificiale e poetica, sospesa tra artigianato, moda e ricerca materica.
