Scegliere la bellezza come prospettiva è decidere di camminare guidati da una luce interiore, non dai riflessi. Per Roberta Ciceri la bellezza è una bussola: ti indica la rotta. È “quella profonda, quella che racconta parti di sé”, qualcosa che si compone con naturalezza, come un sentiero che stai scoprendo passo dopo passo. Da questa idea nasce la sua Art Direction: un gesto di ascolto che raccoglie sfumature, materiali, intenzioni e le organizza in un’immagine coerente. Perché quando la bellezza esce dal ruolo di dettaglio e diventa ”direzione”, succede questo: ti allontani di qualche passo, e finalmente vedi il panorama.
Per Roberta, owner dell’agenzia Gina.P, nata “in memoria di mia nonna”, la bellezza è “quella profonda, quella che racconta parti di sé”. Una bellezza che quando la incontri “cogli l’anima del protagonista”, sia esso un brand, un capo, un’identità. E forse è proprio qui che l’art direction supera il mestiere e diventa una forma di lettura: interpretare, dare corpo a ciò che di solito resta invisibile.
Art direction come orchestra: armonia, materia, atmosfera
Alla domanda “Che cos’è l’art direction?”, Roberta risponde con un’immagine semplice e precisa: mettere insieme i puntini. Un gesto generativo, un’operazione di senso. Perché i “puntini” sono tutto ciò che un progetto contiene e che spesso comunica in modo implicito: colori, profumi, forme, materiali, sensazioni. Elementi che, se allineati, fanno quello che fa un’orchestra ben accordata: ogni elemento trova la sua nota e insieme diventano melodia.
In questa visione, la regia è capacità di tenere il quadro generale senza perdere la filigrana delle cose: setosità, la temperatura di una luce, la densità emotiva di un vuoto.
Roberta arriva da marketing e comunicazione, e lo dice senza nostalgia né resistenze: quegli strumenti sono “la corsia per farmi raggiungere dal mondo”. La parola chiave è disciplina: quella che dà struttura, allena lo sguardo e rende praticabile un’intuizione. “Non sono la generazione dei social media, ma faccio corsi e studio affinché diventino anche parte della mia realtà”. Il presente si affronta e si attraversa con la giusta competenza.
La vetrina come palcoscenico: quando lo sguardo resta
Una vetrina memorabile non è solo “bella”. È una scena che trattiene. Roberta lo misura con un indicatore umano, quasi antico: le persone che si fermano, osservano “rapite” e scattano foto. È lì che capisce di aver creato qualcosa che non passa, ma resta qualche secondo in più del previsto, come una musica che non vuoi interrompere.
E poi c’è un altro indicatore, forse il più importante: il cliente che si emoziona perché si sente davvero riconosciuto. Un buon lavoro nasce quando l’autore fa un passo indietro e lascia che sia il progetto a prendersi la scena.
L’etica del brief: “non devo portare me nel cliente”
Quando Roberta racconta da dove parte nel costruire una scena, dice dal “brief”. E aggiunge un pensiero importante, soprattutto in un tempo dove l’autorialità viene spesso confusa con l’autocelebrazione: “Io devo portare il messaggio del brand attraverso me stessa, non devo portare me nel cliente”. È una frase che parla di etica prima ancora che di metodo. La creatività è un canale: deve rendere leggibile l’identità dell’altro, non usare l’altro per rendere visibile sé stessa.
Tra i ricordi più vivi, Roberta cita il progetto per gli ottant’anni di Lacoste in Rinascente a Milano: disegnato “tutto a mano”, pensato come storia e poi reso vero, fino alla fisicità totale dell’allestimento. Tre giorni e due notti sul montaggio “senza stanchezza ma con fierezza”. È la misura reale di un lavoro fatto con passione: perché l’esperienza finale nasce anche dalla precisione dietro le quinte, da quella presenza testarda che fa la differenza tra “bello” e “giusto”.
Abiti come energia: sentirsi bene nella propria pelle
Cosa dovrebbe accadere, dentro una persona, mentre guarda una vetrina prima ancora di entrare? Roberta risponde con un obiettivo che tiene insieme forma e interiorità: “Vorrei che si sentissero bene nella propria pelle…che guardando i capi in vetrina sentano che possono contribuire a dare loro forza per affrontare il mondo; l’abito fa il monaco, ogni scelta di colore, tessuto e forma rappresenta come vogliamo essere visti dal mondo ma soprattutto cambia come ci sentiamo noi nel mondo”. La vetrina, allora, va oltre l’invito all’acquisto: accende un’idea di sé, un modo di rinnovare e rigenerare il proprio stile.
Il senso più sottovalutato nel retail? Non è un senso: è la competenza
Quando si parla di regia sensoriale, Roberta è netta: “Conta tutto”. I sensi sono la via diretta alle emozioni. Ma il vero punto sottovalutato, per lei, è un altro: pensare che basti il buon gusto. Qui si entra nel cuore della questione: “Io studio e faccio corsi ancora oggi, non mi fermo mai, purtroppo nei tagli dei costi vedo brand importanti non investire in figure senior che – oltre alla creatività – ci mettono la conoscenza, l’esperienza ed il background sui materiali e questo spesso diventa un castello di sabbia dove non c’è valorizzazione e continuità di immagine”.
Perfezione e vita reale: la gentilezza come tecnologia
Tempi, budget, imprevisti: come si tiene insieme l’ideale e la realtà? Roberta ci racconta il suo metodo: “Pianificando, imparando da ogni errore, dando priorità a ciò che merita la mia tensione da ciò che non lo merita, utilizzando la Gentilezza con me e con i miei interlocutori: è la gentilezza che salverà il mondo. Quando seguo le installazioni o sono in consegna con un progetto se mi agito peggioro le cose, se trovo il mio centro tutto si aggiusta”. Restare capaci di decidere.
Ci sono anche confini chiari. Roberta li chiama tabù: mancanza di rispetto, superficialità, banalità. E sceglie i clienti “per i loro valori”: se non c’è sintonia, non riesce a lavorare.
Il desiderio davanti alla vetrina: autenticità, pulizia, realtà
Osservando le persone davanti a una vetrina, Roberta ha imparato una cosa essenziale: abbiamo bisogno di emozionarci e di identificarci con elementi “reali non finti”. Scenari sofisticati e incomprensibili, oggi, non funzionano. Serve un linguaggio “pulito, lineare ma soprattutto autentico”. È un punto cruciale per il retail contemporaneo: non vince chi suona più forte, ma chi accorda tutto perché la nota arrivi chiara.
Nutrire la creatività: studio, viaggio, teatro, città
Il 90% del suo processo è ricerca e studio. Una percentuale che ribalta l’immaginario comune della creatività come lampo. Qui la creatività è piuttosto un organismo: va nutrita, altrimenti ripete. Libro, corso, film, teatro, passeggiata: ogni cosa diventa materia d’ispirazione.
Quando la scena si spegne: lasciare emozione, leggerezza, un pezzo di sogno
E alla fine, cosa resta? Roberta parla di emozione: “gli occhi lucidi”, “un pezzetto di sogno”. Il desiderio è che ognuno porti via qualcosa che ha fatto immaginare vite nuove, viaggi, possibilità. E chiude l’intervista con una dedica: “Abbiamo bisogno di leggerezza alla Calvino”.
In fondo, il suo lavoro è proprio questo: costruire scene che ti prendono già da fuori, ti fanno sentire che quella linea potrebbe essere anche la tua e, all’improvviso, ti guardi con occhi nuovi.

Roberta Ciceri fonda anni fa lo studio Gina.P che si occupa Art Direction e fashion design. Rincorre la bellezza profonda, quella che porta ad un’armonia di pensiero ed emozione.
Che sia una vetrina o un abito.