Paolo Fantin
La scenografia è un linguaggio capace di rendere visibili le emozioni. Tra materia, luce e proporzioni, lo spazio scenico assume una voce e attraversa la narrazione come un personaggio. Il teatro diventa così un luogo di trasformazione, memoria e verità emotiva.
Quando mi chiedono che cosa faccio, faccio sempre fatica a rispondere che sono uno scenografo. È vero, naturalmente. Ma sento che questa definizione racconta soltanto una parte del mio lavoro.
In realtà credo di lavorare con le emozioni. Utilizzo lo spazio, la materia, la luce, le proporzioni e le forme per cercare di dare una struttura visibile a qualcosa che normalmente non si vede. Per questo motivo ho sempre pensato che la scenografia non sia un fondale e nemmeno un semplice contenitore dell’azione. Per me la scena è un personaggio. Ha una propria storia, una propria memoria, una propria voce.
La scenografia è un’emozione tridimensionale.
Lo spazio scenico come linguaggio simbolico

Fin dagli anni dell’Accademia di Belle Arti di Venezia sono stato affascinato dall’idea che uno spazio potesse raccontare qualcosa che le parole da sole non riescono a dire. Non mi interessa descrivere un luogo. Mi interessa raccontare uno stato d’animo. Non mi interessa riprodurre una stanza o una piazza. Mi interessa dare forma a un pensiero.
Forse è per questo che nel mio lavoro ho sempre cercato una dimensione simbolica. Il simbolo e la metafora sono strumenti potentissimi. Permettono di parlare di ciò che è invisibile. Di ciò che è nascosto. Di ciò che ci riguarda più profondamente.
Penso ai grandi spazi che ho avuto la fortuna di immaginare e costruire negli anni: i palcoscenici della Scala di Milano, della Fenice di Venezia, del Festival di Salisburgo, di Berlino, Parigi, Vienna, Roma, Bregenz. Penso alle Olimpiadi, dove la dimensione della scena si confronta con quella di una città e di milioni di spettatori. Penso alla Biennale di Venezia, luogo di sperimentazione e di libertà dove le discipline si contaminano e si interrogano reciprocamente. In tutti questi contesti, pur così diversi tra loro, la domanda è sempre stata la stessa: quale emozione deve abitare questo spazio?
Ricordo il ghiaccio di Jenůfa, la terra che invadeva Salome, i muri che si costruiscono e si distruggono davanti agli occhi dello spettatore, i grandi vuoti, le architetture sospese, i paesaggi astratti che negli anni hanno popolato i miei spettacoli. In tutti questi casi lo spazio non cercava di descrivere una realtà. Cercava piuttosto di raccontare una condizione umana.
Il teatro come luogo delle domande

Credo che il teatro abbia qualcosa in comune con la religione. Non nel senso della fede, ma nel senso delle domande.
L’arte e la religione nascono entrambe dalla consapevolezza che esiste una parte della vita che non comprendiamo completamente. Esistono domande che continuano ad accompagnarci da sempre: chi siamo? Perché amiamo? Perché soffriamo? Perché perdiamo le persone che amiamo? Che cosa ci rende davvero umani?
L’arte non offre risposte definitive. Però costruisce uno spazio dove queste domande possono esistere. Un luogo in cui possiamo contemplarle insieme ad altri esseri umani.
Per questo continuo a credere profondamente nel teatro. È uno dei pochi luoghi rimasti dove una comunità si riunisce ancora per condividere un’esperienza emotiva e riflettere su sé stessa.
Ogni spettacolo è un prototipo

La cosa che più mi affascina della scenografia è che ogni spettacolo è un prototipo. Non produciamo oggetti in serie. Ogni volta ricominciamo da capo. Ogni volta proviamo a costruire qualcosa che non è mai esistito prima. È un lavoro fatto di intuizione, rischio, ricerca, errori e continue verifiche. Una pratica che assomiglia più a una domanda che a una risposta.
Ed è forse proprio questo che rende la scenografia così viva.
La drammaturgia dello spazio teatrale

Mi piace pensare che una scenografia sia come un personaggio d’opera. Non è un oggetto immobile. Non è una macchina scenica che esiste soltanto per servire l’azione. Vive. Respira insieme agli interpreti. Si trasforma nel corso della narrazione. Attraversa conflitti, cadute, rivelazioni e cambiamenti.
Come accade ai personaggi dell’opera, anche lo spazio compie un viaggio. All’inizio può essere una promessa, una paura, una prigione, una speranza o un desiderio. Poi, scena dopo scena, si modifica. Porta su di sé le tracce di ciò che è accaduto. Accumula memoria.
Per questo credo che lo spazio abbia una propria drammaturgia. E come ogni personaggio arriva a una propria catarsi finale. Nasce in un modo e termina in un altro. Attraversa una trasformazione. E forse è proprio per questo che ci emoziona: perché riconosciamo in esso qualcosa che appartiene anche a noi. Come i protagonisti delle opere che mettiamo in scena, anche noi attraversiamo continuamente trasformazioni. Anche noi siamo il risultato delle esperienze che ci hanno modificato.
Lo spazio teatrale diventa allora lo specchio di questo percorso umano.
La responsabilità delle immagini

Viviamo inoltre in un’epoca dominata dalle immagini. Le immagini costruiscono immaginari, generano desideri, paure, aspettative. Possono chiudere il nostro sguardo oppure aprire mondi nuovi.
Per questo penso che chi lavora con le immagini abbia una responsabilità. Dobbiamo avere il coraggio di esprimere un punto di vista. Non possiamo limitarci a produrre forme eleganti o immagini decorative. Ogni forma racconta qualcosa. Ogni scelta di materiale, di proporzione, di luce, di vuoto o di pieno contiene una visione del mondo.
Tutto è messaggio.
E credo che non dovremmo mai smettere di mandare messaggi al mondo.
Fragilità, empatia e verità emotiva

Mi interessa soprattutto far emergere quella parte fragile dell’essere umano che spesso rimane nascosta. Viviamo in una società che ci chiede continuamente di essere forti, efficienti, sicuri. Ma le emozioni più profonde nascono spesso proprio dalle nostre fragilità. È lì che ci riconosciamo gli uni negli altri. È lì che nasce l’empatia.
Quando assistiamo a uno spettacolo sappiamo perfettamente che ciò che vediamo è finzione. Sappiamo che quella casa non è una vera casa, che quel mare non è un vero mare, che quella morte non è una vera morte.
Eppure piangiamo. Eppure ridiamo. Eppure ci commuoviamo. Eppure ci riconosciamo.
Questo è il paradosso meraviglioso del teatro. Attraverso una finzione riesce a raggiungere una verità emotiva che spesso la realtà quotidiana non riesce a raggiungere. La scenografia partecipa a questo miracolo. Costruisce mondi artificiali per permetterci di incontrare qualcosa di profondamente autentico.
Lo spazio come memoria e trasformazione
Forse è questo che continuo a cercare ogni volta che progetto uno spazio. Non la rappresentazione del mondo. Ma la sua emozione.
Perché uno spazio può essere molto più di un luogo. Può diventare un pensiero. Può diventare una memoria. Può diventare una ferita. Può diventare una speranza. Può diventare una domanda.
E, come ogni grande personaggio, può accompagnarci per un tratto del cammino e raccontarci qualcosa che non sapevamo ancora di noi stessi.

Paolo Fantin è uno scenografo e designer italiano, formatosi all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Attraverso materia, luce e proporzioni, costruisce spazi capaci di dare forma alla tensione emotiva della narrazione. Tra le sue scenografie più significative figurano Salome, Medea e Il nome della rosa al Teatro alla Scala, Falstaff e La bohème al Festival di Salisburgo, Don Giovanni alla Fenice di Venezia e Guillaume Tell alla Royal Opera House di Londra. Il suo lavoro, sviluppato in una lunga collaborazione con il regista Damiano Michieletto, ha ricevuto riconoscimenti internazionali, tra cui il Premio Franco Abbiati e l’International Opera Award.