Tra inclusività, età, vintage ed imperfezione, la moda diventa un esercizio di autenticità: un modo per riconoscersi prima ancora di essere guardati.
Viviamo in un tempo che ci invita a correggere ogni immagine prima ancora di abitarla. Simona Bertolotto ha scelto il movimento opposto e lo ha racchiuso in tre parole: “Buona la prima”.
La frase nacque davanti a un video rifatto troppe volte; oggi esprime una posizione precisa verso la moda e verso la vita. Accogliere una voce che non convince del tutto, un dettaglio fuori posto, il corpo che cambia, un abito sottratto alle tendenze dominanti. Lasciare che l’identità appaia nella sua forma viva, senza attendere una perfezione che rinvia continuamente il momento di esistere.
In questa conversazione con Veloria, Simona Bertolotto attraversa alcune delle questioni più urgenti della moda contemporanea: l’inclusività che arriva fino al cartamodello, l’omologazione prodotta dai social, la libertà di mostrare il corpo e quella, altrettanto necessaria, di custodirlo. Il suo guardaroba diventa un luogo di ricerca personale, dove il vintage dialoga con il nuovo, il prezzo perde autorità e l’imperfezione acquista carattere.
Cosa raccontano gli abiti prima delle parole

Ogni mattina scegliamo quali parti di noi rendere visibili, quali proteggere e quali esplorare attraverso un colore, una proporzione o un accessorio. Per Simona, l’abito acquista senso quando smette di inseguire l’approvazione e comincia a restituire coerenza personale.
«Per me la moda, quando va oltre l’apparenza, diventa un modo per raccontarsi. Racconta il nostro stato d’animo, la nostra personalità e anche il momento della vita che stiamo vivendo. È un linguaggio silenzioso, ma arriva subito. Diventa gioco, libertà e voglia di sperimentare. Ma soprattutto diventa un gesto d’amore verso se stessi, perché smetti di vestirti per piacere agli altri e inizi a vestirti per stare bene con te.»
Il guardaroba viene inteso come uno spazio di ascolto. Vestirsi per sé significa riconoscere il proprio stato d’animo e osservare le tendenze senza consegnare loro il diritto di decidere chi dovremmo essere.
“Buona la prima”: il giorno in cui Simona smise di correggersi
La libertà che attraversa il racconto di Simona comincia dalla possibilità di apparire senza costruire un personaggio, lasciando visibile anche ciò che sfugge al controllo.
«Alla base di tutto quello che faccio c’è una parola: libertà. Quando ho aperto la mia pagina Instagram e ho iniziato a registrare i primi video, mi sono detta una cosa molto semplice: “Buona la prima”. Se sbaglio, sbaglio. Se c’è un’imperfezione, fa parte di me. Non volevo costruire un personaggio, ma raccontare la persona che sono davvero. Credo che l’accettazione di sé sia la forma più grande di libertà, perché solo quando smettiamo di rincorrere la perfezione troviamo il coraggio di essere autentici. È questo il messaggio che spero di trasmettere ogni giorno.»
Dietro una formula apparentemente spontanea si trova una scelta più radicale: interrompere la sorveglianza continua esercitata sulla propria immagine.
«“Buona la prima” è nato quasi per caso. Dovevo registrare uno dei miei primi video per una collaborazione e continuavo a rifarlo. Non mi piaceva la mia voce, non mi piacevo io, trovavo sempre un difetto. A un certo punto mi sono fermata e mi sono detta: “Basta, buona la prima”. Perché quella ero io. Se sarebbe piaciuto, bene. Se non sarebbe piaciuto, andava bene lo stesso. Ho pubblicato il video e da quel momento non sono più tornata indietro. Ancora oggi “buona la prima” è il mio modo di affrontare le cose. Mi ricorda che l’autenticità vale molto più della perfezione e che spesso siamo noi i giudici più severi di noi stessi.»
Moda inclusiva: chi entra davvero in un abito?
Negli ultimi anni le passerelle hanno accolto corpi, età e identità differenti. La rappresentazione, però, procede spesso per stagioni: conquista una campagna e poi arretra quando il mercato ritorna ai modelli consueti.
Simona riconosce il valore di quei segnali e, insieme, la fragilità di un’inclusività affidata soltanto all’immagine.
«Credo che la moda abbia provato a parlare di inclusività. Per un periodo abbiamo visto sulle passerelle fisicità, etnie ed età diverse, ed è stato un segnale importante. Però ho avuto la sensazione che, in molti casi, fosse più un messaggio di facciata che un cambiamento profondo. Oggi, infatti, siamo tornati molto spesso agli stessi modelli di sempre. Per questo penso che non possiamo aspettare che sia la moda a farci sentire rappresentati. L’accettazione è un percorso personale. Dobbiamo imparare a guardarci con più gentilezza, a essere grati per quello che siamo e per quello che abbiamo, invece di rincorrere continuamente un ideale diverso da noi.»
Il lavoro personale sull’accettazione protegge dall’instabilità degli ideali estetici; la responsabilità del sistema consiste nel trasformare la pluralità in una presenza concreta, continuativa e accessibile.
«Quando si parla di taglie, bisogna fare una precisazione. Oltre una certa misura non si tratta semplicemente di “allargare” un capo: entra in gioco quello che tecnicamente si chiama sviluppo taglie, che richiede cartamodelli, vestibilità e processi produttivi completamente diversi. È un investimento importante per un’azienda e credo sia giusto riconoscerlo. Detto questo, oggi esistono brand che hanno scelto di fare questo passo e di ampliare davvero la loro offerta. Io stessa collaboro spesso con aziende che arrivano fino alla 56 o alla 58, proprio perché voglio dare una risposta concreta alle tante donne che mi scrivono dicendo: “Peccato, si ferma alla 46”.»
La sua precisazione porta l’inclusione dentro la cultura del progetto. Accogliere più corpi richiede ricerca, competenze e investimenti produttivi: la disponibilità delle taglie rivela le priorità di un’azienda con più chiarezza di qualsiasi slogan.
La promessa di universalità di un capo si misura, infine, sulle persone che riescono davvero a indossarlo.
Il dettaglio sbagliato che rende un look indimenticabile
La ricerca della perfezione elimina spesso ciò che sorprende o disturba l’equilibrio. Simona compie il movimento opposto e inserisce nei suoi outfit quello che definisce un “punto di rottura”.
«Per me la moda è prima di tutto un gioco. È il luogo dove posso usare la fantasia, divertirmi e provare accostamenti che magari, sulla carta, sembrano non funzionare. Non sento il bisogno di seguire ogni cambiamento o ogni nuova tendenza: scelgo solo quello che mi incuriosisce e che sento mio. E poi c’è una cosa a cui tengo molto: quello che io chiamo il “punto di rottura”. Mi piace inserire sempre un elemento un po’ fuori posto, qualcosa che rompe l’equilibrio e rende un outfit più personale. La perfezione mi annoia. Come nella fotografia cercavo sempre quel dettaglio imperfetto che rendeva l’immagine più vera, anche nel modo di vestire cerco qualcosa che sorprenda. È spesso proprio quell’imperfezione a dare carattere e a raccontare davvero una persona.»
Un look perfettamente coordinato comunica competenza; un dettaglio inatteso racconta una scelta. È lì che l’abbigliamento smette di essere esecuzione e diventa firma.
Perché i social ci vestono tutti allo stesso modo

Le piattaforme moltiplicano le possibilità di espressione e, contemporaneamente, replicano gli stessi capi, inquadrature e desideri. Per sottrarsi a questa uniformità, Simona mescola ricerca e ciò che il suo armadio custodisce da anni.
«L’omologazione è stata una delle ragioni che mi ha spinta ad aprire la mia seconda pagina. In quel momento vedevo una moda sempre più uniforme: gli stessi capi, abbinamenti e immagini. Io, invece, sentivo il desiderio di condividere il mio modo di vedere le cose, senza la pretesa di piacere a tutti. Ho sempre amato mescolare capi di ricerca con il vintage, recuperare pezzi che fanno parte del mio guardaroba da anni e reinterpretarli con qualcosa di nuovo. Credo che sia proprio questo a rendere un outfit personale: non comprare sempre l’ultima novità, ma dare nuova vita a ciò che già abbiamo.»
Il guardaroba assume la forma di un archivio aperto: ogni pezzo può incontrare un accessorio contemporaneo, cambiare contesto e tornare con un significato diverso.
Mostrarsi o coprirsi: la libertà vale in entrambe le direzioni
“Never too late, never too old” estende il discorso oltre il guardaroba. Il corpo cambia, le esigenze evolvono e ciascuna età può aprire nuove possibilità di espressione. Simona rivendica la minigonna a qualsiasi età e, con la stessa fermezza, il pareo scelto senza doverlo giustificare come insicurezza.
«“Never too late, never too old” nasce da una convinzione profonda: nella vita non è mai troppo tardi per cambiare strada, inseguire un sogno o ricominciare. Lo stesso vale per il rapporto con il nostro corpo. Con gli anni cambiamo e cambia anche il modo in cui ci guardiamo. Io credo che la parola chiave sia sempre la libertà. La libertà di indossare ciò che ci fa stare bene, senza doverci giustificare. Se una donna si sente bene con una minigonna, deve essere libera di metterla. Io, ad esempio, mi sento bene a fare il bagno con il pareo e voglio essere altrettanto libera di farlo, senza sentirmi dire che dovrei mostrarmi di più. Oggi si parla tanto di libertà, ma a volte sembra che esista solo quella di mostrare. Io credo invece che esista anche il diritto di essere pudici.»
La liberazione del corpo può trasformarsi in una nuova aspettativa quando l’esposizione viene considerata l’unica prova di sicurezza personale.
Una libertà realmente adulta comprende desiderio, riservatezza, protezione e la facoltà di decidere quanto mostrare. Il corpo appartiene alla persona anche quando sceglie di custodirlo.
Il prezzo finisce sul cartellino, il valore comincia sul corpo

Materiali, lavoro artigianale e prestigio contribuiscono al prezzo di un capo. Il suo valore emotivo e visivo, invece, prende forma nell’incontro con un corpo, un portamento e un modo di stare nello spazio.
«Per me un abito non è prezioso per quello che costa. Si può trovare un capo meraviglioso in una boutique, ma anche al mercato o in un negozio vintage. Il valore non è nel cartellino, ma in quello che riesci a farne. Un abito, da solo, non basta mai. Va interpretato, accessoriato, reso vivo. Io sono una massimalista e gli accessori, per me, sono parte del racconto. Ma ancora più importante è come lo indossi. Il portamento, la sicurezza, il sorriso, il sentirti bene con te stessa: è questo che dà anima a un abito. Alla fine le persone non vedono solo quello che hai addosso, percepiscono anche come lo porti. Ed è proprio quell’energia a renderlo davvero speciale.»
Nella visione di Simona gli accessori aggiungono ritmo, enfasi e deviazioni. Il look diventa un racconto ed il valore di ogni oggetto nasce dalla relazione con chi lo sceglie e lo indossa.
Art à Porter: quando un’opera d’arte diventa un abito
La stessa esigenza di significato guida il suo brand: «quando ho deciso di portare il mio brand nei negozi, mi sono posta un principio: ogni progetto deve nascere da un’idea che mi rappresenti e introduca un punto di vista nuovo. In assenza di quell’idea, preferisco non produrre. Da questo approccio sono nati il Davantino e Art à Porter, che uniscono moda e arte trasformando le immagini che creo in opere da indossare, capaci di entrare nella vita quotidiana»
88 giorni per ritrovarsi: la moda come punto di partenza

Nel libro 88 giorni per ritrovarsi, il percorso iniziato con l’abbigliamento si allarga alla vita quotidiana. L’armadio rimane uno dei luoghi da cui osservare il tempo, i ricordi, la gentilezza e l’attenzione.
«A dire la verità, questo secondo libro non volevo nemmeno scriverlo. Nel primo avevo raccontato il mio modo di vivere la moda e il vestire. Poi la vita, con i suoi percorsi imprevedibili, mi ha portato a ritrovarmi a scrivere un libro diverso: non più sul mio modo di vestire, ma sul mio modo di vedere la vita. Non volevo però limitarmi a raccontarlo. Volevo che chi lo leggeva potesse viverlo in prima persona. Per questo l’ho immaginato come un diario, dove ogni giorno c’è una missione diversa. Alcune sono molto pratiche, altre più introspettive, ma tutte hanno un obiettivo: aiutarci a guardare il nostro quotidiano con occhi diversi. Si passa dall’armadio ai ricordi, dalla gentilezza alla pazienza, dalla presenza a tanti piccoli gesti che spesso diamo per scontati. Credo profondamente nel gioco, perché ci permette di metterci in discussione con leggerezza e, proprio per questo, di conoscerci meglio. 88 giorni rappresentano una stagione: il tempo che, a volte, basta per ritrovarsi.»
Mentre l’immagine contemporanea domanda controllo, Simona Bertolotto sceglie una libertà concreta: abitare ciò che siamo con abbastanza curiosità da scoprire chi potremmo ancora diventare.