24 Agosto 2026

Alessandro Peritore: ricordare ciò che non è mai esistito

15 Agosto 2026

Alessandro Peritore: ricordare ciò che non è mai esistito

Due sguardi in dialogo su intelligenza artificiale, mito e ornamento: linguaggi attraverso cui il progetto trasforma il passato in una possibilità ancora aperta.

Alcune immagini sembrano provenire da un passato che nessun archivio conserva. Portano con sé la gravità della pietra, la familiarità degli archetipi e, insieme, l’instabilità di qualcosa che deve ancora trovare posto nella realtà. Le visioni di Alessandro Peritore abitano questo paradosso. Architetto e artista visivo, Peritore intreccia progetto, arte e tecnologie generative per interrogare ciò che il tempo cancella, ciò che la memoria ricompone e ciò che il futuro potrebbe ancora accogliere.

Veloria lo incontra nel punto in cui l’immagine smette di essere una semplice anticipazione formale e diventa uno strumento di pensiero. Il dialogo procede fra due sguardi: quello di chi genera mondi possibili e quello di chi cerca di comprenderne il significato.

Al fondo, ogni immagine pone una domanda personale e collettiva: che cosa ci permette di riconoscerci nel tempo, quando cambiano strumenti, forme e racconti? La continuità prende forma nella capacità di trasformarsi senza perdere il filo che rende una vita, un’opera o una cultura riconoscibile a se stessa. È questo filo che il confronto prova a seguire.

Quando le discipline tornano a parlarsi

Il primo elemento che colpisce nella ricerca di Peritore è la continuità fra territori che spesso vengono separati. Le sue immagini tengono insieme storia dell’arte, cultura architettonica, tecniche di rappresentazione, design e immaginazione digitale. La contaminazione potrebbe sembrare una condizione recente; il suo ragionamento la riconduce invece alla natura originaria dell’architettura, disciplina nata dalla convergenza fra sapere tecnico, gesto artistico e visione del mondo.

Nel mio lavoro nuove tecnologie, architettura, design e arte appartengono allo stesso spazio immaginativo, perché non le ho mai percepite come mondi distinti. L’architettura è sempre stata il punto d’incontro fra arte, tecnica, filosofia e artigianato. Oggi l’intelligenza artificiale aggiunge un linguaggio ulteriore, senza cambiare la natura del progetto. Le idee più interessanti nascono quando i confini cominciano a dissolversi e ogni disciplina contribuisce ad arricchire lo stesso pensiero.

Il confine, in questa prospettiva, conserva valore finché permette di riconoscere le competenze che entrano in gioco. Quando diventa separazione rigida, impoverisce la capacità di formulare domande. Il progetto torna allora a essere un atto di sintesi: tiene insieme ciò che può stare in piedi, ciò che può essere percepito e ciò che merita di assumere una forma.

Anche l’identità, individuale o collettiva, matura integrando parti, ruoli e memorie senza costringerli a coincidere. I confini elastici proteggono le differenze e consentono lo scambio; quelli rigidi trasformano la specializzazione in frammentazione. L’Unione Internazionale degli Architetti ricorda che la cultura dà senso agli spazi, li collega al passato e permette di immaginare futuri condivisi. La convergenza evocata da Peritore possiede quindi una conseguenza concreta: determina quali relazioni un edificio rende possibili e quale idea di comunità finisce per sostenere.

L’intelligenza artificiale rende visibile il possibile

Nel dibattito sull’intelligenza artificiale, l’attenzione si concentra spesso sulla velocità e sulla quantità delle immagini ottenibili. Peritore sposta la questione verso la qualità della direzione che le precede. La macchina amplia il campo delle alternative; il progettista stabilisce quali possiedano coerenza, profondità e possibilità di sviluppo.

Quando una macchina diventa parte del processo immaginativo, il pensiero progettuale cambia soprattutto nella velocità con cui può vedersi e interrogarsi. L’AI non lo sostituisce: lo rende visibile più rapidamente. Mi permette di esplorare decine di possibilità, verificare intuizioni e costruire auto-reference coerenti con la mia ricerca. La direzione rimane sempre umana. L’intelligenza artificiale non genera il concetto: lo interpreta. È uno strumento per sviluppare le idee senza sostituirle.

La velocità moltiplica le alternative, senza assegnare loro valore. Fra una possibilità formalmente seducente e un’idea capace di diventare progetto resta uno spazio di scelta, fatto di cultura, metodo e responsabilità. Nel precedente contributo pubblicato da Veloria, L’intelligenza artificiale cambierà l’architettura? Il futuro del progetto resta umano, Peritore aveva chiarito la distanza fra visualizzazione e progettazione. In questo dialogo la macchina entra nell’immaginazione come interlocutore.

Che cosa accade, però, quando l’immaginazione riceve in pochi secondi decine di versioni di sé? Ogni immagine generata diventa una superficie di ritorno: restituisce al progettista un desiderio, un eccesso, un equivoco. La selezione comporta un atto di riconoscimento — «questo mi appartiene, questo devia dal mio pensiero» — e rende visibile anche ciò che l’autore rifiuta. L’autorialità si concentra così nella continuità dell’intenzione, nella capacità di attraversare molte alternative senza disperdersi in esse.

Il passato diventa materia di progetto

È davanti alle forme interrotte che la ricerca acquista profondità. Una decorazione scomparsa, una rovina, un linguaggio abbandonato dalla modernità possono essere trattati come reperti da conservare oppure come domande rimaste aperte. Peritore sceglie la seconda via, sottraendo il passato tanto alla replica filologica quanto alla nostalgia.

Recuperare decorazioni perdute, forme dimenticate e architetture appartenenti a un passato interrotto significa, per me, dialogare con ciò che il tempo ha cancellato. Rovine e motivi ornamentali custodiscono una memoria collettiva che continua a parlarci. Reinventarli in termini contemporanei dà continuità a un racconto ancora vivo e trasforma ciò che sembrava perduto in una nuova possibilità progettuale. La nostalgia guarda indietro; il progetto guarda avanti. Il passato acquista interesse quando smette di essere un modello da imitare e diventa materiale da reinterpretare. Cerco di immaginare ciò che avrebbe potuto diventare.

Il recupero assume allora un significato diverso. La fedeltà riguarda la forza generativa di un’eredità, più che la riproduzione dei suoi contorni. Immaginare ciò che avrebbe potuto diventare apre una storia laterale: una continuità mai avvenuta, eppure abbastanza plausibile da costringerci a riconsiderare la linearità con cui raccontiamo il tempo.

Le eredità diventano vive quando possono essere assimilate, criticate e trasformate. La nostalgia fissa un’immagine del passato per proteggersi dall’incertezza. Il progetto accetta che qualcosa sia andato perduto e lavora con ciò che resta. Reinventare una forma interrotta ricuce il rapporto con quanto continua ad agire in noi, senza cancellare la frattura. Una cultura può così cambiare conservando il senso della propria provenienza.

Per abitare, abbiamo bisogno di segni

Il passaggio dal passato allo spazio vissuto conduce all’ornamento. Una parte del pensiero moderno lo ha relegato ai margini, considerandolo superfluo rispetto alla funzione. Peritore lo riporta al centro come capacità di produrre identità.

Abbiamo ancora bisogno dell’ornamento quando nasce da un pensiero progettuale. La decorazione è un linguaggio: costruisce identità, memoria ed emozione. Il suo compito consiste nell’attribuire significato allo spazio, anziché riempirlo. Un luogo affidato alla sola funzione rischia di rimanere corretto e utilizzabile, senza diventare davvero abitato.

Abitare implica più che occupare un volume. Ogni luogo vissuto diventa una superficie di iscrizione: vi depositiamo abitudini, oggetti, gesti, perdite e desideri. In cambio, chiediamo allo spazio una forma di risposta. L’ornamento può svolgere questa funzione di riconoscimento. Un motivo ricorrente, la lavorazione di un ingresso, la misura di una facciata offrono punti di orientamento e legano l’esperienza individuale a una storia condivisa. La materia parla così di provenienza, relazione e possibilità. Il luogo diventa abitabile perché consente a chi lo attraversa di inscriversi in esso senza scomparire.

Il mito custodisce ciò che resta aperto

Dall’ornamento al mito il passaggio è naturale: entrambi affidano alla forma più di quanto la funzione possa spiegare. Corpi, divinità, viaggi, metamorfosi e rovine hanno accompagnato l’architettura per secoli, rendendo visibili domande che una risposta puramente tecnica lascerebbe inevase.

Nel mito trovo ciò che molta architettura contemporanea sembra avere dimenticato: la possibilità di raccontare storie attraverso lo spazio. Il mito offre immagini con cui comprendere la realtà del passato e parla, ancora oggi, di trasformazione, viaggio, desiderio e memoria. La prestazione tecnica ha occupato una parte crescente del progetto; il mito ricorda che un’architettura può anche custodire un racconto. Nei luoghi antichi che sfuggono a una spiegazione definitiva, la mitologia amplia l’immaginazione della storia. Io credo che, in molti casi, conservi tracce di eventi realmente accaduti. Diventa così uno strumento per pensare ciò che resta ancora da scoprire.

La ricerca storica e il mito operano con criteri diversi. La prima verifica documenti, materia e cronologie; il secondo organizza l’ignoto in immagini condivise. Il mito offre ai conflitti insolubili una forma che può essere raccontata, condivisa e attraversata più volte. In la canzone di Achille, Madeline Miller affida a Patroclo una frase essenziale: «Io sono fatto di ricordi.» Il ricordo emerge come materia dell’identità: ciò che abbiamo amato continua a comporci anche dopo la perdita. Il mito custodisce questa continuità, trattiene ciò che l’assenza potrebbe disperdere e lascia che i legami partecipino ancora alla forma di chi resta.

Nel pensiero di Peritore, la vicinanza fra storia e mito produce allora una domanda fertile: come progettare senza ridurre l’esperienza umana a ciò che può essere dimostrato, misurato o reso efficiente? Il mito restituisce al progetto la facoltà di ospitare ambivalenza, paura, desiderio e trasformazione, dimensioni che appartengono alla vita prima ancora che all’edificio. Un luogo capace di custodire queste forze offre anche a chi lo abita la libertà di restare complesso.

La memoria di ciò che non è mai esistito

A questo punto emerge l’idea più radicale del dialogo. Se il mito custodisce forme condivise e l’intelligenza artificiale sa ricombinarle, un’immagine può apparire antica senza possedere un’origine. Può suscitare familiarità senza corrispondere a un ricordo personale o a un fatto storico.

Nei miei progetti provo a ricordare qualcosa che non è mai esistito. Credo che ogni progetto costruisca una memoria futura. Le immagini sembrano appartenere al passato perché utilizzano archetipi che tutti riconosciamo. La loro forza consiste nell’evocare una memoria possibile, così credibile da sembrare sempre esistita, più che nell’inventare una storia.

Questa memoria immaginaria non pretende il valore di un documento. Agisce attraverso il riconoscimento: la mente incontra proporzioni, figure e materie già sedimentate nel patrimonio visivo e avverte una parentela. L’immagine è nuova; la sensazione di appartenenza la precede. Per questo può apparire remota e futura nello stesso istante.

Talvolta conoscere significa riconoscere: avvertire che una forma inedita tocca qualcosa che era già disponibile dentro di noi, ma non aveva ancora trovato immagine. Il familiare supera il repertorio del già visto. È una consonanza che precede la spiegazione e ci permette di accogliere il nuovo senza viverlo come estraneo.

Genova: imparare a vedere per strati

Questa concezione del tempo possiede anche un luogo concreto: Genova. La città si concede per frammenti, fra un vicolo compresso, un cortile inatteso, una facciata che conserva secoli diversi e il mare che compare come un taglio di luce. La sua forma educa a dubitare delle immagini definitive.

Genova, che io chiamo città stratificata, ha educato il mio sguardo verso il rapporto fra passato e futuro. Mi ha insegnato che l’architettura si comprende attraverso più sguardi e richiede tempo. Si scopre attraversando corti, vicoli e improvvise aperture sul mare. Questa continua stratificazione mi porta a pensare il progetto come un dialogo fra epoche diverse, dove passato e futuro convivono nello stesso spazio.

Genova supera il ruolo di sfondo biografico e diventa un metodo. Insegna che ogni spazio contiene tempi sovrapposti e che la contemporaneità acquista consistenza quando sa riconoscerli. Nella città stratificata, la luce rende leggibili le tracce. Lo stesso accade nelle immagini di Peritore, dove la tecnologia porta in superficie possibilità che sembravano sepolte.

Anche l’identità si costruisce per strati: età, appartenenze e contraddizioni possono appartenere alla stessa storia senza fondersi in un’immagine uniforme. Genova espone le proprie cuciture e mostra che la coerenza può nascere anche dall’attrito.

Scegliere quali immagini portare nel futuro

Al termine del confronto, l’intelligenza artificiale appare quasi decentrata. Il centro del lavoro si rivela nella qualità dello sguardo che la guida: mette in relazione discipline, distingue eredità e nostalgia, attribuisce valore ai segni e accoglie ciò che la storia lascia irrisolto.

Ogni progetto prende posizione sul tempo. Peritore sceglie di continuare criticamente il passato e affida all’immagine un compito preciso: rendere percepibile un futuro con radici, anche quando appartengono a una memoria immaginaria: “forse, un giorno, il passato tornerà a essere futuro.

Veloria raccoglie questa intuizione come un invito alla responsabilità. Le tecnologie generative restituiscono migliaia di mondi possibili; scegliere quali meritino la realtà e possano diventare abitabili anche per altri resta il gesto decisivo.

Il futuro del progetto comincia dalla memoria che decidiamo di rendere possibile.

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