25 Agosto 2026

Abitare ciò che sentiamo: quattro installazioni della Biennale di Venezia 2026

29 Giugno 2026

Abitare ciò che sentiamo: quattro installazioni della Biennale di Venezia 2026

La fretta quotidiana spinge i dettagli ai margini e riduce gli spazi a semplici passaggi. Alcuni luoghi, invece, portano in superficie emozioni, memorie e pensieri rimasti in attesa. Li attraversiamo con il corpo, mentre la loro luce, le proporzioni, i materiali e i suoni entrano nella nostra esperienza. Anche dopo l’uscita, qualcosa continua a muoversi dentro di noi, trasformando il luogo visitato in una presenza interiore.

La Biennale Arte 2026, intitolata In Minor Keys e aperta dal 9 maggio al 22 novembre, costruisce il proprio racconto a partire da registri più raccolti. La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte riunisce 110 partecipanti invitati, tra artisti, collettivi, duo e organizzazioni, accanto a 100 Partecipazioni Nazionali provenienti da differenti aree geografiche.

Concepita da Koyo Kouoh e realizzata dal gruppo curatoriale da lei scelto, la mostra custodisce la sua visione dopo la scomparsa della curatrice, avvenuta il 10 maggio 2025. Il percorso invita il pubblico a rallentare e riconoscere ciò che affiora lontano dalle frequenze dominanti.

Tra i Giardini, l’Arsenale, Forte Marghera e i luoghi disseminati nella città, il confine tra arte, architettura e design diventa permeabile. Le opere abitano stanze, giardini e superfici calpestabili, coinvolgendo l’olfatto, l’udito, il tatto e l’orientamento corporeo.

La dimensione visiva rappresenta soltanto una parte dell’esperienza: a definirne l’intensità intervengono la distanza, la luce, la consistenza dei materiali e il ritmo suggerito al visitatore. L’ambiente assume la forma di un dispositivo percettivo, capace di condurre l’attenzione verso emozioni, ricordi e consapevolezze che la vita quotidiana tende a lasciare sullo sfondo.

La progettazione agisce allora sulla vita interiore, predisponendo luoghi nei quali percezioni e memorie possano prendere forma. È la stessa prospettiva che attraversa il racconto di Monti e del suo design urbano, dove la città supera la propria struttura fisica e diventa relazione tra gesto, materia e comunità.

In Minor Keys: progettare una diversa qualità dell’attenzione

Il progetto espositivo di In Minor Keys, affidato allo studio sudafricano Wolff Architects, assegna all’attraversamento un ruolo centrale.

Ampi teli color indaco scendono dalle travi e sfiorano il pavimento, segnando il passaggio da una costellazione di opere alla successiva.

La cerniera tra gli ambienti introduce una pausa percettiva. Il corpo avverte l’ingresso in una nuova atmosfera prima che la mente ne riconosca il contenuto. Il colore riduce la dispersione visiva, il tessuto ammorbidisce le architetture monumentali dell’Arsenale ed il movimento dei drappi restituisce una misura umana ai volumi.

Questa scelta rivela uno dei temi più interessanti dell’edizione: progettare significa anche decidere come accompagnare l’attenzione. Una mostra può accumulare stimoli oppure creare intervalli capaci di preparare il visitatore all’incontro. In Minor Keys sceglie la seconda direzione.

Il colore partecipa attivamente a questa trasformazione, come accade nelle architetture del Modernismo catalano raccontate da Veloria, dove la materia cromatica orienta il movimento, modifica la luce e contribuisce all’identità emotiva del luogo.

All’interno del progetto espositivo di In Minor Keys, Veloria ha scelto quattro installazioni che interpretano in modo particolarmente intenso il rapporto tra design e vita interiore.

Khaled Sabsabi, khalil: abitare il centro

All’Arsenale, Khaled Sabsabi presenta khalil, un’esperienza multimediale site-specific composta da oggetti, video, profumi e suoni. Il titolo, in arabo, significa “amico intimo” e introduce il visitatore in un luogo pensato per la prossimità, la contemplazione e l’incontro.

L’opera nasce attorno alla figura del cerchio, inteso come forma capace di contenere percorsi, relazioni e condizioni in continuo mutamento. Il riferimento al Tasawwuf, la corrente mistica dell’Islam, conduce la riflessione verso il rapporto tra sé interiore, presenza esterna e dimensione spirituale.

La struttura circolare attenua l’idea di un punto privilegiato dal quale osservare. Ogni posizione diventa temporanea e il centro rimane, allo stesso tempo, fisico e mentale. Il visitatore può camminare, fermarsi, seguire un’immagine oppure lasciarsi guidare dalla componente sonora e olfattiva.

Dal punto di vista del design sensoriale, khalil mostra quanto un ambiente possa influire sulla disposizione emotiva attraverso elementi accordati tra loro. La curva interrompe l’orientamento lineare, il profumo raggiunge il ricordo prima che il pensiero lo traduca, il suono dilata la durata dell’esperienza.

Il principio richiama la ricerca sviluppata nel Magna Pars Milano, hotel à parfum, dove la fragranza entra nel progetto architettonico e contribuisce a definire il ritmo degli ambienti.

In khalil, il luogo diventa una forma di raccoglimento condiviso. L’intimità nasce in presenza degli altri e il centro acquista valore proprio perché resta accessibile a più traiettorie.

The Ear Is the Eye of the Soul: l’architettura dell’ascolto

Il Padiglione della Santa Sede si sviluppa tra il Giardino Mistico dei Carmelitani Scalzi e il Complesso di Santa Maria Ausiliatrice. The Ear Is the Eye of the Soul, curato da Hans Ulrich Obrist e Ben Vickers, trae ispirazione dalla figura di Ildegarda di Bingen, mistica, compositrice, guaritrice e studiosa della natura.

Il progetto prende la forma di una preghiera sonora diffusa. Musicisti, poeti, artisti e studi di architettura contribuiscono a un ambiente in cui l’ascolto diventa una pratica di conoscenza. Nel Giardino Mistico, l’attività bioelettrica delle piante viene tradotta in suono, rendendo percepibili processi biologici abitualmente fuori dal campo dei sensi umani.

Questa traduzione possiede una forza particolare. La tecnologia rinuncia al protagonismo e si mette al servizio della relazione tra organismo, ambiente e presenza umana. Il giardino acquista una propria cadenza; il visitatore è chiamato ad accordarsi, anziché imporre il proprio passo.

A Santa Maria Ausiliatrice, il padiglione prosegue come uno scriptorium contemporaneo e un archivio vivente. La dimensione raccolta del manoscritto incontra la composizione sonora, mentre la cura attraversa tanto il restauro dell’edificio quanto il contenuto del progetto.

Ph. David Levene

Il benessere, in questa esperienza, coincide con una diversa qualità della ricezione. L’ambiente concede tempo all’ascolto e restituisce valore a ciò che possiede un volume più basso. La quiete agisce come una superficie disponibile, capace di accogliere la voce, il respiro e le vibrazioni della materia vivente.

Il padiglione suggerisce una visione precisa: progettare il benessere significa regolare l’intensità degli stimoli e restituire alla persona un ritmo abitabile.

Dana Awartani: camminare sulla fragilità

Ph. Alvise Busetto

Nel Padiglione dell’Arabia Saudita, Dana Awartani presenta May your tears never dry, you who weep over stones. L’opera assume la forma di un sito archeologico immaginario, costruito attraverso migliaia di tessere realizzate a mano con terre e argille naturali.

I motivi geometrici, floreali e animali derivano da mosaici custoditi in siti storici della Palestina, della Siria e del Libano, colpiti o minacciati dalla guerra e dalla distruzione.

Le tessere vengono prodotte secondo tecniche legate alle architetture vernacolari in terra cruda, in collaborazione con maestranze attive in Arabia Saudita e provenienti dal mondo arabo, dall’Afghanistan e dall’Asia meridionale.

L’assenza di leganti permette alla materia di incrinarsi durante l’essiccazione. La frattura appartiene al processo, invece di arrivare come incidente finale. Ogni crepa rende visibile la vulnerabilità del patrimonio e, insieme, la persistenza delle conoscenze artigianali che lo hanno generato.

Il pubblico attraversa la superficie seguendo un percorso tracciato tra i mosaici. Il pavimento, elemento abitualmente incaricato di sostenere il corpo, diventa fragile, prezioso e carico di responsabilità. Ogni passo richiede consapevolezza.

L’opera modifica il significato dell’abitare. Una casa, un luogo di culto o uno spazio collettivo custodiscono molto più della propria struttura: trattengono appartenenze, gesti ripetuti e memorie familiari. La loro perdita coinvolge anche l’architettura psichica di chi li ha vissuti, un tema che risuona nella ricerca di Portia Zvavahera sul lutto e sulla memoria.

Awartani trasforma la terra in una domanda sulla responsabilità. Proteggere un luogo significa prendersi cura delle storie che gli esseri umani gli hanno affidato.

Black Seas – Scores for the Sonic Eye: ascoltare la memoria del paesaggio

Il Padiglione della Romania accoglie Black Seas – Scores for the Sonic Eye di Anca Benera e Arnold Estefán. Suono, immagini in movimento ed elementi scultorei compongono un ambiente dedicato al Mar Nero, interpretato come archivio vivente di processi ecologici, politici e storici.

Le profondità povere di ossigeno, i sedimenti e i materiali trasportati dal Danubio, dal Don e dal Dnepr diventano tracce di imperi, migrazioni, estrazioni e trasformazioni ambientali. Il mare conserva ciò che accade sulle sue rive e lungo i fiumi che lo alimentano, assorbendo eventi distanti nel proprio corpo.

L’installazione invita a percepire il paesaggio oltre la sua immagine. L’acqua acquisisce spessore, memoria e capacità narrativa. Le componenti sonore rendono avvertibile un territorio che supera i confini nazionali e sfugge alla stabilità delle mappe.

Il progetto lavora sulla relazione tra visibile e sommerso. Il visitatore riceve frammenti, vibrazioni e sequenze, costruendo una propria mappa interiore. La conoscenza procede per immersione e risonanza, più che attraverso una spiegazione lineare.

Il Mar Nero diventa anche una figura della vita psichica: una profondità in cui materiali provenienti da epoche differenti restano sospesi, si depositano e continuano ad agire. Ogni persona custodisce sedimenti simili, composti da ricordi, eredità familiari e avvenimenti collettivi. Il paesaggio esterno e quello interiore condividono la capacità di conservare le tracce.

L’estensione del progetto presso l’Istituto Romeno di Cultura e Ricerca Umanistica amplia questa rete di relazioni, mettendo in contatto il Mar Nero con l’Oceano Atlantico e il deserto del Namib. Il paesaggio appare come un sistema di scambi, residui e responsabilità condivise.

Il design come forma di cura percettiva

Le quattro installazioni scelte da Veloria utilizzano linguaggi differenti, ma condividono un principio: gli ambienti possono modificare il modo in cui entriamo in relazione con noi stessi e con ciò che ci circonda.

khalil costruisce un centro fluido attraverso forma, suono e profumo. Il Padiglione della Santa Sede trasforma l’ascolto in una pratica di presenza. Dana Awartani affida alla terra incrinata la memoria dei luoghi feriti. Benera ed Estefán restituiscono al mare la densità di un archivio ecologico, storico ed emotivo.

Il design emerge come regia delle condizioni percettive. Orienta il passo, stabilisce distanze, introduce pause e sceglie quali sensi coinvolgere. La sua responsabilità riguarda anche ciò che un ambiente permette di sentire.

Nella vita quotidiana, gli spazi vengono spesso valutati attraverso funzionalità, estetica e comfort. La Biennale di Venezia 2026 aggiunge una domanda più profonda: che cosa di noi prende forma quando un luogo ci attraversa tanto quanto noi attraversiamo lui?

Una stanza può alimentare agitazione oppure raccoglimento. Un materiale può evocare sicurezza, perdita o appartenenza. Un suono può aprire una memoria rimasta priva di parole. Un percorso può restituire consapevolezza al gesto più ordinario, quello di mettere un piede davanti all’altro.

Progettare per la vita interiore significa creare ambienti capaci di accogliere la complessità umana. Luoghi che lasciano affiorare le frequenze minori, quelle che chiedono tempo, attenzione e un’autentica disponibilità all’incontro.

Alla Biennale di Venezia, il design supera ciò che appare allo sguardo. Diventa ciò che, dopo aver attraversato un luogo, continuiamo a sentire muoversi dentro di noi.

Iscritivi alla newsletter

Veloria Journal arriva dove scegli di accoglierlo. Moda, design, profumi, colori: non come tendenze da seguire, ma come linguaggi in cui riconoscerti. Iscriviti per ricevere uno sguardo più attento, più tuo.

Potresti leggere anche...

24 Agosto 2026

Andrea Belli racconta a Veloria come nasce una scenografia: dal disegno al 3D, dalla percezione...

22 Agosto 2026

La mostra di Robert Mapplethorpe all’Ara Pacis interroga il corpo perfetto, tra desiderio, identità, tempo...

21 Agosto 2026

Coco Mademoiselle Crush Absolu unisce maschile e femminile. Da Gabrielle Chanel a Gracie Abrams, come...

20 Agosto 2026

Che cosa raccontano i colori del gelato? Massimo Grosso di Terra spiega come sfumature, stagioni...

19 Agosto 2026

Che cosa desideriamo quando scegliamo il lusso? Un’analisi del lusso emozionale tra status, identità, artigianalità,...

17 Agosto 2026

Dalla lava di Pantelleria ai calanchi del Piceno: quattro degustazioni di vino al tramonto fra...