3 Novembre 2026

I colori del lutto nel mondo e i diversi modi di ricordare

29 Ottobre 2026

Due persone sedute tra crisantemi arancioni e candele accese durante la commemorazione dei defunti in Messico.
I colori del lutto nel mondo e i diversi modi di ricordare

Dai veli delle vedove ai petali sulle tombe il colore rivela come le società accompagnano la perdita e tengono vicine le persone amate.

Prima di andare a un funerale, una camicia rossa può farci esitare. È la stessa che indossiamo abitualmente, eppure quel giorno temiamo che dica qualcosa di inopportuno. Scegliamo il nero, confidando che renda riconoscibile il nostro rispetto. I colori del lutto entrano nella vita anche attraverso queste esitazioni: ci chiediamo quale immagine dare a un dolore che fatichiamo a esprimere.

In alcune famiglie asante del Ghana, proprio il rosso segnala la vicinanza al defunto. Nelle consuetudini di altre comunità il congedo si veste di bianco. Una scelta che sentiamo appropriata appartiene dunque a una storia appresa, fatta di esempi familiari, prescrizioni religiose e aspettative sociali.

L’avvicinarsi di Ognissanti, il 1° novembre, e della commemorazione dei defunti, il 2, invita a interrogare queste abitudini. Attraverso un abito o un fiore, una comunità rende visibile il posto che assegna alla perdita. E, insieme, cerca un modo per continuare a vivere in relazione con chi manca.

Il bianco di Ognissanti e il viola del ricordo

Persino nelle giornate che in Italia associamo alle visite al cimitero, il colore racconta esperienze differenti. Il 1° novembre la liturgia cattolica celebra Tutti i Santi in bianco, il colore della festa. Nelle Messe per i defunti si può usare il viola e, dove la consuetudine lo prevede, il nero: sono le indicazioni dell’Ordinamento Generale del Messale Romano, al numero 346.

Il calendario accosta il ricordo della morte alla speranza della risurrezione. Il bianco della celebrazione, e il nero eventualmente indossato da un familiare, possono quindi trovarsi nello stesso luogo, rispondendo a significati diversi. È una distinzione utile anche per leggere i colori del sacro: la veste di chi officia, l’abito dei presenti e i fiori offerti partecipano alla cerimonia ciascuno con una propria funzione.

Quando una vedova doveva rendere visibile il dolore

Fotografia storica della regina Vittoria in abito scuro, circondata da familiari vestiti a lutto in un interno ottocentesco.

Nel 1894 la regina Vittoria indossava ancora il lutto per Alberto, morto nel 1861. Un abito conservato al Metropolitan Museum of Art documenta questa fedeltà protratta per oltre trent’anni. La sovrana avrebbe continuato fino alla morte, nel 1901. Il nero funebre esisteva già prima di lei; il suo esempio gli conferì però un’enorme forza pubblica.

Nella società ottocentesca, vestirsi a lutto significava rendere riconoscibile una condizione personale anche a chi ignorava la storia della famiglia. Tessuti, accessori e tempi di utilizzo seguivano prescrizioni precise. La mostra Death Becomes Her, dedicata dal Costume Institute agli abiti fra il 1815 e il 1915, ha ricostruito il passaggio dal crespo alle sete e il graduale ritorno del colore. La moda continuava a esercitare la propria influenza dentro il cordoglio.

Per le vedove, queste regole raggiungevano anche la rispettabilità e il desiderio. I curatori del Met ricordano che una donna adulta con esperienza matrimoniale poteva suscitare compassione ma anche sospetto e attenzioni maschili. Sul suo abito ricadeva il compito di dimostrare quanto fosse ancora legata alla perdita. A rendere problematico il ritorno al colore poteva essere lo sguardo degli altri.

Il mezzo lutto e il permesso di tornare al colore

Abito femminile viola da mezzo lutto del 1894–1896, con maniche ampie e decorazioni nere, conservato al Metropolitan Museum of Art.

Esisteva persino una tavolozza per rendere socialmente accettabile quel ritorno. Nel mezzo lutto comparivano grigi, malva e viola. Un completo americano del 1894–1896, conservato al Met, mostra quanto questa fase potesse essere cromaticamente intensa: viola acceso, guarnizioni nere e bianche, ampie maniche secondo la moda del periodo. Proveniva da un grande magazzino newyorkese dotato di un reparto per gli articoli da lutto.

Il colore funzionava come un calendario indossato. Segnalava alla comunità che il tempo trascorso consentiva una diversa presenza nella vita sociale. Quella gradualità poteva offrire una traccia a cui affidarsi; poteva anche chiedere a una persona di accordare la propria immagine a tempi stabiliti dall’esterno. Il tessuto cambiava secondo il galateo, mentre il dolore seguiva un andamento personale.

Il bianco fra appartenenza religiosa e storia sociale

Fotografia storica di una processione funebre a Pechino, con partecipanti vestiti di bianco che accompagnano un feretro lungo la strada.

Per comprendere quanto il significato di una tinta dipenda dalla storia, basta osservare il ritratto di Maria Stuarda attribuito a François Clouet, datato circa 1560–1561. La regina appare in deuil blanc, il lutto bianco della corte francese, dopo le perdite che avevano colpito la sua famiglia, fra cui quella del marito Francesco II. Quel velo candido, oggi facilmente associabile a un’immagine nuziale, era il segno di una condizione vedovile.

Nelle tradizioni cinesi, il bianco appartiene invece a una lunga storia di usi funebri, insieme alla semplicità delle vesti e all’impiego della canapa. La Singapore Federation of Chinese Clan Associations, descrivendo le consuetudini teochew, ricorda che gli indumenti bianchi e neri hanno spesso preso il posto degli abiti tradizionali. Le differenze locali rimangono essenziali per comprendere chi indossa una veste e quale relazione essa renda riconoscibile.

In molte comunità induiste, in India e nella diaspora, il bianco si accompagna alla riduzione degli ornamenti e alla semplicità dell’abbigliamento. Le indicazioni dell’Australian Council of Hindu Clergy lo collegano a un periodo scandito da obblighi rituali e familiari, durante il quale diverse attività ordinarie vengono sospese. Il colore partecipa a una temporanea trasformazione del modo di vivere e presentarsi agli altri.

Leggere tutte queste vesti come espressioni di un’identica idea di purezza farebbe scomparire ciò che le distingue. Il bianco di una regina francese e quello indossato in un rito induista acquistano senso attraverso istituzioni, credenze e rapporti sociali specifici. La somiglianza visiva può custodire storie molto distanti.

In Ghana il colore può dichiarare la parentela

Donne vestite di nero durante una cerimonia funebre asante in Ghana; una partecipante tiene un libretto commemorativo con il ritratto della defunta.

Nelle cerimonie funebri asante del Ghana, osservare una stoffa significa anche leggere una relazione. Il Cooper Hewitt Smithsonian Design Museum descrive i tessuti adinkra da lutto nelle tonalità del bruno, del nero bluastro e del rosso. Secondo le consuetudini familiari, il nero oppure il rosso possono distinguere i parenti più stretti; il bianco può comparire nei funerali di persone molto anziane.

La superficie del tessuto viene stampata con simboli che richiamano proverbi e principi della cultura akan. I timbri, ricavati da sezioni di zucca intagliata, imprimono le figure una alla volta. Il lavoro artigianale prepara quindi una veste capace di esprimere appartenenza attraverso il colore e il disegno.

Il rosso che altrove potrebbe apparire fuori luogo assume il valore di una vicinanza familiare riconosciuta. Per comprenderlo bisogna cambiare la domanda rivolta a chi lo indossa: dalla presunta emozione contenuta nella tinta al legame che quella tinta rende visibile.

In Messico i fiori arancioni preparano il ritorno

Donna che accende una candela tra tombe decorate con fiori arancioni e lumini durante il Día de Muertos in Messico.

Con il Día de Muertos cambia il momento dell’incontro con la morte. La commemorazione periodica permette di preparare una nuova accoglienza per chi se n’è andato. Nelle pratiche delle comunità indigene messicane riconosciute dall’UNESCO, fra la fine di ottobre e l’inizio di novembre si celebra il ritorno temporaneo dei familiari defunti. Le tradizioni locali intrecciano eredità indigene e ricorrenze cattoliche.

Sulle ofrendas trovano posto fotografie, candele e cibi preferiti. I petali arancioni dei cempasúchil, i tageti impiegati nella celebrazione, indicano una strada verso casa: secondo le credenze descritte dai Royal Botanic Gardens di Kew, il loro colore brillante e l’odore intenso aiutano a guidare gli spiriti. Il fiore partecipa all’accoglienza con tutto ciò che offre ai sensi.

Preparare il piatto che qualcuno amava significa ricordare una preferenza precisa. Scegliere una fotografia significa decidere quale espressione ritrovare. Dentro l’abbondanza dei colori continuano a esistere questi gesti minuziosi, familiari. La festa rende possibile un appuntamento con gli assenti e affida a chi resta il lavoro di prepararlo.

In Guatemala il ricordo si costruisce insieme

Enormi aquiloni circolari multicolori esposti davanti ai visitatori durante il Festival de Barriletes Gigantes in Guatemala.

A Santiago Sacatepéquez e Sumpango, in Guatemala, la preparazione può durare mesi. Per il 1° novembre si realizzano i barriletes gigantes, grandi aquiloni di carta velina multicolore, la cui tecnica di costruzione è stata iscritta nel patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO nel 2024. Il disegno e l’assemblaggio coinvolgono persone di età diverse, riunite attorno a un lavoro comune.

Esposti o fatti volare durante le celebrazioni, gli aquiloni sono legati alla comunicazione con gli antenati. Sulle loro superfici compaiono anche messaggi sull’ambiente, sui diritti umani e sul contrasto della violenza. Il ricordo raggiunge le questioni che impegnano i vivi: ciò che una generazione desidera consegnare alla successiva entra nello stesso spazio riservato a chi l’ha preceduta.

I colori del lutto fra memoria collettiva e ricordo personale

La vicinanza delle celebrazioni messicane e guatemalteche alle ricorrenze italiane facilita il confronto. Altri calendari collocano il ricordo in stagioni differenti: in Giappone, per esempio, l’Obon si svolge generalmente in agosto, con variazioni locali, e comprende riunioni familiari e pratiche dedicate al ritorno degli antenati. Ricordare una persona e accompagnarne la morte possono dunque richiedere tempi e gesti differenti.

Anche le associazioni fra colore ed emozione si formano nell’incontro fra elementi condivisi e storia culturale. Una ricerca pubblicata su Psychological Science, condotta su 4.598 partecipanti di 30 Paesi, ha rilevato ampie somiglianze, insieme a differenze legate alla vicinanza linguistica e geografica. Si tratta di associazioni emotive: da esse sarebbe improprio dedurre quanto dolore provi una persona o come lo stia attraversando.

Un rito offre parole e gesti già disponibili quando inventarne di propri può risultare faticoso. Il colore condiviso permette di riconoscersi nella medesima circostanza, anche fra persone che si conoscono poco. L’esperienza individuale conserva però una parte che l’abito lascia invisibile: l’intensità di una perdita continua a sfuggire al giudizio dello sguardo.

Il colore che una persona amava

Fra le possibilità delle cerimonie contemporanee compare la richiesta di indossare il colore preferito di chi è morto. L’organizzazione britannica Marie Curie la indica fra i modi per rendere una commemorazione vicina alla vita della persona. Il criterio della scelta diventa una preferenza che amici e familiari possono riconoscere.

Una sciarpa verde, allora, può richiamare il modo in cui qualcuno si preparava a uscire. Il giallo può riportare alla mente un maglione indossato spesso, una presenza familiare dentro una giornata qualunque. Il colore del ricordo comincia a coincidere con quello della vita quotidiana.

Ricordare anche i colori di cui qualcuno amava circondarsi significa concedergli, nella memoria, più spazio del solo momento in cui lo abbiamo perduto.

Il legame fra sensi e rituali prosegue nell’articolo sui profumi nel Medioevo, dove l’incenso accompagna il sacro attraverso l’odore, la luce e i gesti della celebrazione.

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