2 Settembre 2026

Si può cancellare un edificio prima che diventi memoria? Il caso dei Rike Tubes

31 Agosto 2026

Si può cancellare un edificio prima che diventi memoria? Il caso dei Rike Tubes

La demolizione del Rike Park Music Theatre and Exhibition Hall di Tbilisi apre una domanda che supera il singoli evento: quando una presenza urbana entra nella memoria collettiva, soprattutto se la città l’ha osservata più di quanto abbia potuto viverla?

A Tbilisi, lungo il fiume Kura, un edificio sta scomparendo dopo una vita quasi interamente potenziale. I Rike Tubes, nome con cui il pubblico identifica il Rike Park Music Theatre and Exhibition Hall, progettato da Massimiliano e Doriana Fuksas, furono costruiti tra il 2011 e il 2012 per accogliere musica, esposizioni e incontri. Il complesso rimase in larga parte inutilizzato. Alla fine di luglio 2026 sono cominciati i lavori di demolizione, autorizzati nel mese di giugno e programmati fino al 25 dicembre.

La vicenda appartiene alla cronaca di Tbilisi; la domanda che solleva riguarda ogni città: quanto tempo occorre perché un’architettura recente acquisti valore culturale? E può una città riconoscere come patrimonio anche un edificio che ha soprattutto guardato, senza averlo davvero vissuto?

Un edificio progettato per produrre esperienza

Il progetto occupa un’area di circa 10.000 metri quadrati all’interno del Rike Park. Studio Fuksas lo concepì come un unico organismo formato da due volumi curvi, con funzioni distinte: un teatro musicale e uno spazio espositivo. La parte settentrionale accoglieva la sala teatrale, il foyer, gli ambienti tecnici e i servizi; l’altro volume era destinato alle mostre, con un ingresso raggiunto attraverso una rampa dal livello della strada. La struttura combina cemento armato e acciaio, rivestimenti in acciaio inox e superfici trasparenti. Il costo indicato dallo studio è di 40 milioni di euro.

Questi dati descrivono un investimento importante, ma raccontano soprattutto l’ambizione di una macchina culturale pensata per produrre esperienza. Un teatro acquista significato attraverso corpi che entrano, attese condivise, luci che si accendono, voci, intervalli, appuntamenti che ritornano. Uno spazio espositivo costruisce la propria identità attraverso opere, pubblici, percorsi e ricordi. Nei Rike Tubes questa biografia d’uso è rimasta quasi interamente potenziale.

Da questo scarto nasce il punto più profondo del caso. Il valore di un’opera coincide soltanto con ciò che ha saputo realizzare, oppure comprende anche ciò che ha promesso? Una struttura inutilizzata può documentare un fallimento funzionale e, nello stesso tempo, custodire l’immagine delle aspirazioni che l’hanno generata. L’incompiutezza diventa allora parte della sua storia.

La biografia interrotta dei Rike Tubes

La cronologia aiuta a comprendere la vicenda senza trasformarla in una disputa ideologica. Il complesso fu commissionato all’inizio degli anni Dieci, completato nel 2012 in una fase di forte trasformazione urbana della capitale georgiana e rimase largamente inutilizzato dopo il cambio di amministrazione. Negli anni successivi passò attraverso aste, cambi di proprietà e ipotesi di riconversione che non produssero una nuova funzione stabile. Nel 2026 il Comune di Tbilisi ha autorizzato lo smantellamento richiesto dalla proprietà; i lavori sono iniziati alla fine di luglio.

Quattordici anni sono un intervallo breve per la storia dell’architettura e molto esteso nella percezione quotidiana. Chi attraversa lo stesso parco, percorre il vicino Ponte della Pace o riconosce ogni giorno una sagoma sul fiume costruisce con essa una forma di consuetudine. L’edificio entra nelle mappe mentali prima di entrare nei manuali. I Rike Tubes hanno generato familiarità prima di generare un giudizio condiviso.

Un periscopio rivolto verso la città

Lo Studio Fuksas descrive il Music Theatre come un periscopio orientato verso il Kura e il nucleo storico di Tbilisi. Il foyer e la caffetteria avrebbero incorniciato il fiume e lo skyline, facendo dell’atto di guardare la città una parte dell’esperienza architettonica. L’edificio voleva essere osservato, ma anche insegnare a osservare.

Le curve metalliche introducono nel paesaggio una figura estranea alla continuità delle case ottocentesche e dei tetti conici delle chiese ortodosse. Proprio questa distanza formale ha prodotto reazioni opposte. La riconoscibilità, tuttavia, possiede una qualità urbana autonoma: consente a una forma di diventare riferimento, orientamento, materia di racconto.

Il soprannome “Rike Tubes”, nato dall’aspetto dei due volumi, rivela che il complesso era già entrato nel linguaggio quotidiano. Dare un nome a un edificio significa assegnargli un posto nell’immaginario, anche quando il gusto rimane diviso.

Veloria ha affrontato un interrogativo vicino nel dialogo con Alessandro Peritore, dedicato alla capacità dell’architettura di costruire memoria persino intorno a ciò che appartiene al mito e all’immaginazione. A Tbilisi il paradosso assume una forma concreta: la memoria si è raccolta attorno a un’esperienza annunciata e quasi assente, mentre la presenza esterna dell’opera è diventata esperienza in sé.

Quando la familiarità diventa memoria urbana

La psicologia ambientale aiuta a leggere questa ambivalenza. Nel modello elaborato da Leila Scannell e Robert Gifford, il place attachment comprende dimensioni affettive, cognitive e comportamentali e nasce dall’incontro fra persone, processi psicologici e caratteristiche dei luoghi. Esperienza diretta, significati condivisi, riconoscibilità e continuità concorrono a formare il legame.

Nel caso dei Rike Tubes, la relazione collettiva è stata soprattutto percettiva: guardarli, fotografarli, criticarli, usarli per orientarsi, associarli a un tratto preciso della città. La memoria del luogo si è formata più nella ripetizione dello sguardo che nella frequentazione degli interni. Una presenza ricorrente diventa parte della continuità visiva con cui ciascuno riconosce il proprio ambiente. La sua rimozione altera anche il modo in cui un paesaggio familiare restituisce appartenenza.

Lo stesso rapporto fra spazio, tempo e vita quotidiana attraversa il racconto di Veloria sul design urbano del rione Monti: il significato di un luogo si deposita nell’intreccio fra materia, gesti e permanenze. I Rike Tubes mostrano l’altra faccia di quel processo. Anche un edificio poco abitato può essere intensamente presente, perché il paesaggio partecipa alla costruzione della memoria personale e collettiva.

Quanto deve invecchiare un edificio per avere valore?

Il patrimonio viene spesso riconosciuto quando il tempo ha già selezionato ciò che appare degno di cura. Le architetture recenti complicano questo meccanismo: possono diventare vulnerabili prima che si formi la distanza storica necessaria a valutarle. Il Getty Conservation Institute dedica un programma specifico al patrimonio moderno, mentre il documento ICOMOS di Madrid-New Delhi richiama l’attenzione sui valori culturali delle opere del Novecento. I Rike Tubes appartengono al XXI secolo e richiedono categorie adatte al presente; quei riferimenti offrono comunque un principio decisivo: l’età, da sola, rappresenta un criterio insufficiente.

La Raccomandazione UNESCO sul Paesaggio Urbano Storico invita inoltre a leggere la città come una stratificazione di valori culturali e naturali, comprendendo l’ambiente costruito contemporaneo, le relazioni visive, le pratiche sociali e i significati condivisi. Da questa prospettiva, il patrimonio somiglia a un sistema di relazioni: un edificio vale anche per ciò che testimonia di una stagione progettuale, di una tecnologia, di un’idea di futuro e del rapporto fra una comunità e il proprio paesaggio.

Persino l’insuccesso funzionale possiede valore documentario. Le città raccontano se stesse attraverso le opere riuscite e attraverso i tentativi rimasti incompiuti. Cancellare ogni traccia del secondo gruppo produce una memoria urbana selettiva, capace di conservare soltanto ciò che ha ricevuto consenso. La cultura del progetto cresce invece quando sa interrogare anche gli errori, le ambizioni sproporzionate e le possibilità mancate.

Il riuso come secondo tempo del progetto

Studio Fuksas ha chiesto di valutare un programma alternativo capace di ricongiungere la struttura alla vita pubblica. La questione del riuso supera la difesa autoriale: richiede indagini strutturali, sostenibilità economica, una funzione credibile e una relazione concreta con la comunità. La conservazione priva di programma prolunga l’abbandono; la trasformazione può invece attribuire un secondo tempo a un’opera che ha mancato il primo.

Riutilizzare significa riconoscere che il valore architettonico può mutare. Un edificio nasce per un’epoca e trova una funzione piena in un’altra; perde prestigio e conquista utilità; conserva una parte della materia mentre accoglie esigenze nuove. L’articolo di Veloria sulle cantine di design racconta questa reciprocità fra architettura, paesaggio ed esperienza: la forma acquista significato quando orienta gesti, percezioni e relazioni. Per i Rike Tubes, la domanda decisiva riguardava la possibilità di trasformare un’icona osservata da fuori in un luogo finalmente vissuto.

Chi attribuisce valore a ciò che resta

Ogni scelta sul patrimonio è un atto di attribuzione. Qualità progettuale, integrità materiale, sicurezza, costi, utilità, significato storico, percezione pubblica e capacità di trasformazione devono essere letti insieme. La firma di un autore riconosciuto costituisce un elemento di valutazione; il dissenso estetico esprime una parte dell’esperienza collettiva; le risorse già investite e quelle necessarie per il recupero appartengono alla responsabilità concreta della decisione. Nessun criterio, isolato dagli altri, esaurisce il valore di un’opera.

Il caso di Tbilisi riguarda soprattutto il momento in cui una decisione diventa irreversibile. Finché la materia rimane, un edificio può essere studiato, criticato, adattato, documentato e affidato a un uso diverso. Dopo la demolizione, il progetto passa dallo spazio all’archivio. Fotografie, disegni e testimonianze ne conservano l’immagine, mentre scompare la possibilità di farne esperienza con il corpo.

Che cosa resta di un luogo poco vissuto

I Rike Tubes incrinano l’idea rassicurante secondo cui il patrimonio coincida con ciò che una comunità ha amato a lungo. Alcuni luoghi entrano nella memoria attraverso l’affetto; altri attraverso la controversia, la familiarità, il fallimento o la persistenza dello sguardo. La memoria urbana contiene anche presenze scomode, perché l’identità di una città si forma mediante stratificazioni, divergenze e cambiamenti di giudizio.

La demolizione rende visibile un fenomeno che la permanenza tende a nascondere: comprendiamo quanto spazio mentale occupasse una forma quando la sua sagoma comincia a mancare. Un edificio può avere ricevuto pochi visitatori e aver accompagnato migliaia di vite dall’esterno. Può aver fallito la funzione prevista e aver comunque svolto un compito simbolico, diventando il segno di un periodo, di una promessa e della distanza fra progetto e realtà.

La domanda finale riguarda il tempo che concediamo alle architetture per cambiare significato. Quattordici anni bastano per conoscere una presenza; possono risultare insufficienti per comprenderne il posto nella storia. Il patrimonio contemporaneo comincia in questo intervallo delicato, quando il presente deve decidere quali tracce consegnare al futuro prima che la distanza renda il giudizio più semplice. La vicenda dei Rike Tubes lascia una consapevolezza: una città conserva memoria anche delle proprie possibilità incompiute. Quando un edificio scompare, insieme alla materia svanisce il futuro che avrebbe potuto ancora accogliere.

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