Elena Paloscia ed Elisabetta Vannucci raccontano come i murales possano restituire identità, cura e nuove possibilità agli spazi condivisi.
La città è fatta di edifici, abitudini, memorie e relazioni. Strade, piazze e muri registrano il modo in cui vengono vissuti e custodiscono tracce che l’architettura, da sola, fatica a rendere visibili.
In questo paesaggio, la street art può diventare progetto urbano: modifica la percezione dei luoghi, ne riattiva il significato ed invita a guardarli da una prospettiva diversa. Colore, immagini e partecipazione trasformano aree marginali in spazi riconoscibili e condivisi.
A raccontare il rapporto tra arte, progetto e comunità sono Elena Paloscia, storica dell’arte, curatrice e presidente di Eco dell’Arte Associazione ETS, ed Elisabetta Vannucci, storica dell’arte, curatrice ed esperta di street art. Le loro riflessioni mostrano come un murale possa diventare racconto collettivo, esperienza educativa e cura dello spazio urbano.
La street art come bene comune

Nata fuori dai circuiti istituzionali, la street art conserva un rapporto diretto con lo spazio pubblico: entra nella quotidianità, incontra persone diverse e rende l’esperienza artistica accessibile nel cuore della città.
Anche l’UNESCO ne sottolinea la capacità di democratizzare l’accesso all’arte e di introdurre nuove dinamiche sociali negli ambienti urbani.
Per Elena Paloscia, il valore più profondo della street art risiede nella sua natura condivisa: «è una forma di espressione artistica riconosciuta come tale e, nella sua peculiarità di opera che dialoga con il tessuto urbano e sociale, ha un’importanza fondamentale nel mondo attuale perché, in tutte le sue forme, il comune denominatore resta quello di essere un bene comune.»
Elisabetta Vannucci ne mette in luce la capacità di trasformare la città e il nostro sguardo: «la street art oggi, per me, ha perso quel potere di protesta e denuncia che aveva agli albori, ma si è caricata ancora di più di un potere trasformativo e immaginifico, rendendo la città un museo a cielo aperto, che pone domande, che fa riflettere e che regala bellezza.»
La bellezza, qui, supera l’abbellimento. Interrompe l’indifferenza, restituisce attenzione a luoghi diventati quasi invisibili e riapre il rapporto tra le persone e ciò che le circonda.
Quando l’arte diventa design urbano

Un murale interviene su una superficie, ma modifica anche il modo in cui lo spazio viene ricordato, attraversato e riconosciuto. Questa funzione avvicina la street art al design urbano, inteso come progetto capace di mettere in relazione forma, uso e vita collettiva.
UN-Habitat considera lo spazio pubblico una risorsa fondamentale per costruire comunità più coese, ridurre le disuguaglianze spaziali e favorire le economie locali.
Anche nell’articolo Monti e il design urbano. L’arte segreta di abitare il tempo emerge come il carattere di un quartiere nasca dall’intreccio tra architettura, memoria, attività quotidiane e relazioni.
Elena Paloscia distingue tra intervento spontaneo e arte urbana commissionata: «nella street art spontanea, l’artista sceglie autonomamente il luogo e vi interviene secondo la propria sensibilità. Il risultato può avere grande valore quando rispetta e valorizza il contesto. Nell’arte su commissione, invece, il punto di partenza è un progetto condiviso con le istituzioni e, sempre più spesso, con la cittadinanza. Il design deve rispondere a un bisogno culturale e sociale: il progetto giusto viene riconosciuto da chi vive il luogo e ne trasforma la percezione, restituendo allo spazio un significato condiviso.»
Elisabetta Vannucci osserva invece come l’opera possa cambiare l’uso e la percezione quotidiana dello spazio: «la street art cambia radicalmente la nostra percezione dello spazio, ci permette di riappropriarci di alcuni spazi urbani, soprattutto quelli liminali: da luoghi di passaggio diventano luoghi vissuti. Un esempio è l’opera pavimentale di Gio Pistone “Il tappeto volante”, realizzata nell’ambito della creazione della strada scolastica a via Monte Ruggero nel 2025. Essa ha cambiato la percezione di una semplice strada, che agli occhi degli adulti si è fatta piazza, agli occhi dei bambini un immenso parco giochi bidimensionale dove fantasia e condivisione sono le “strutture” su cui arrampicarsi e divertirsi.»
L’opera suggerisce nuovi usi e rende visibili possibilità prima trascurate. Il design urbano crea così le condizioni perché l’esperienza quotidiana completi il progetto.
Il progetto nasce dall’ascolto del contesto

Architettura, storia, luce, materiali, flussi e relazioni compongono il contesto che ogni intervento deve comprendere prima di trasformare. La progettazione acquista valore quando parte da un bisogno reale e riconosce la complessità del luogo.
Elena Paloscia riporta l’attenzione sul principio da cui dovrebbe nascere ogni progetto: «tutti questi elementi insieme sono fondamentali perché costituiscono il contesto. Ma prima di tutto è necessario individuare il bisogno a cui rispondere. Ci chiediamo: questo spazio, le persone che ci vivono, di cosa avrebbero bisogno?»
Elisabetta Vannucci affida alla curatela il compito di riconoscere il linguaggio più adatto al luogo: «come curatrice cerco di scegliere l’artista più giusto per rendere lo spazio vitale. I fattori che tengo in considerazione sono diversi e nessuno meno importante dell’altro; semplicemente mi lascio ispirare dal luogo e automaticamente, ogni volta, uno di questi fattori emerge e magicamente poi si trascina tutti gli altri.»
L’ascolto riguarda anche la superficie concreta su cui l’opera prenderà forma. Il muro possiede tracce, aperture e irregolarità capaci di orientare il gesto dell’artista.
Paloscia descrive così il passaggio dall’analisi del contesto alla costruzione condivisa dell’intervento: «il progetto parte sempre dall’analisi del contesto. Se il curatore individua l’artista giusto, sarà l’artista poi, in piena libertà, a sviluppare l’input che gli è stato fornito per gli aspetti tecnici; per gli aspetti iconografici e di contenuto ci si lavora insieme e talvolta, quando possibile, se il processo è interamente o parzialmente partecipato, si lavora con la cittadinanza. Nel nostro caso, nel progetto Another World, abbiamo accolto suggerimenti del personale sanitario, dei bambini e dei ragazzi durante i laboratori realizzati.»
Vannucci concentra poi l’attenzione sulla materia stessa della superficie: «parte tutto dal muro. Infatti, nel caso della street art, il supporto diventa parte stessa dell’opera con tutti i suoi elementi. I suoi buchi che raccontano una storia, i suoi tubi che lo collegano all’ambiente circostante, le sue finestre che sono come varchi su piccoli mondi privati. Il muro è parte di un ecosistema che riflette l’opera e si specchia in essa.»
Libertà artistica, responsabilità e appartenenza

L’arte pubblica vive in un contesto abitato e richiede un equilibrio tra libertà espressiva e responsabilità verso chi lo attraversa. La curatela media contenuti, linguaggi e aspettative, costruendo fiducia tra artista, istituzioni e comunità.
Per Paloscia, l’equilibrio nasce dalla scelta di artisti capaci di entrare in relazione con il luogo: «scegliendo artisti maturi e consapevoli il cui scopo non sia solo apparire, ma interagire con i loro linguaggi. Al contempo le scelte curatoriali giocano un ruolo importante nel mediare contenuti e narrazione, introducendo anche elementi di comunicazione e processi partecipati ed educativi che introducano al mondo artistico anche chi non è mai entrato in un museo. Non si tratta solo di muri dipinti, ma della possibilità di saper cogliere le potenzialità che l’arte offre e far sì che diventi motivo di orgoglio e identità per chi vive quotidianamente gli spazi.»
Vannucci individua nell’ascolto e nella fiducia le condizioni decisive del processo: «la costruzione di questo equilibrio è difficile e spesso lenta, ma può essere possibile. I fattori determinanti sono l’ascolto reciproco e la fiducia. Quando manca uno di questi elementi, il progetto non sviluppa tutte le sue potenzialità.»
Un’opera urbana può partire da una storia locale e raggiungere temi universali. È questa apertura a trasformarla in patrimonio condiviso.
Paloscia lega il senso di appartenenza alla continuità di un’idea condivisa: «questa possibilità diventa concreta solo se ci sono i presupposti già citati, se c’è un’idea condivisa e se il processo partecipato, che può avere varie forme, si compie e si autoalimenta nel tempo. Questi spazi non devono diventare santuari, ma luoghi di crescita individuale e collettiva.»
Vannucci amplia questa prospettiva, riconoscendo all’opera una vocazione universale: «il muro diventa un’opera capace di generare identità e appartenenza quando, raccontando storie particolari, riesce a parlare di argomenti universali. L’opera, infatti, non appartiene al quartiere, ma è un bene comune di cui tutti possono godere.»
In Fabula Salus: le favole di Esopo nello spazio urbano

In Fabula Salus, trilogia di Lucamaleonte, fa parte di Another World, progetto avviato nel 2020 nel quartiere romano di Vigne Nuove, in collaborazione con la ASL Roma 1 e il TSMREE 3. L’iniziativa intreccia arte urbana, salute ed educazione, trasformando gli spazi vicini al servizio in luoghi più accoglienti e partecipati.
Paloscia, curatrice del progetto, racconta: «l’idea era di riqualificare e rigenerare lo spazio antistante all’ingresso del Servizio per consentire a genitori e bambini in attesa di fruire di uno spazio accogliente e denso di significati, in cui abbiamo inserito interventi di artisti come Gola Hundun con la sua rigogliosa caverna preistorica e Solo e Diamond con i supereroi Batman e Poison Ivy. La scelta delle favole, realizzate in uno spazio adiacente, una sorta di piazzetta semicircolare attraversata non solo dalle famiglie ma anche da abitanti e avventori nel quartiere, nasce dal desiderio di restituire significato a uno spazio che di per sé è molto interessante dal punto di vista architettonico, ma restava uno spazio di passaggio. Le favole di Esopo non nascono per i bambini, ma sono espressione della costante ricerca di giustizia e di equità da parte delle classi subalterne e dei più fragili. Quindi, in uno spazio così di passaggio, ci sembrava importante poterci rivolgere a grandi e piccoli, a ragazzi fragili ma anche a un tessuto sociale che conosce lo svantaggio. Poter parlare attraverso le favole di valori, di accettazione di sé e dell’altro, della possibilità di riscatto anche se si cade in errore, ci sembrava importante. E questo lo abbiamo comunicato anche con un apparato didattico che consente anche a chi non le conosce di comprenderne tutte le sfumature e soffermarsi a riflettere.»
Il racconto favolistico mette in comunicazione età, vissuti e fragilità differenti. La piazzetta diventa un luogo nel quale l’immagine apre domande e accompagna nuove forme di incontro.
La street art come forma di cura urbana
La street art può sostenere processi di cura urbana agendo sulla dignità dei luoghi, sulla percezione e sulla possibilità di immaginare scenari diversi. Il valore dell’opera si misura anche nella capacità di riattivare meraviglia, curiosità e appartenenza.
Paloscia descrive la cura urbana come una capacità dell’arte di riattivare percezione e immaginazione: «la street art spontanea può essere un medicamento quando l’artista sceglie il luogo con sensibilità e gli restituisce visibilità attraverso il proprio messaggio. Diventa così un dono che la collettività spesso riconosce e fa proprio. Anche l’arte urbana istituzionale deve conservare spontaneità e ispirazione, insieme alla responsabilità del progetto. Un’opera commissionata può mantenere la capacità dell’arte di suscitare meraviglia e curiosità. Quando qualità e contenuto si rafforzano a vicenda, trasformano la percezione, aprono lo sguardo e permettono di immaginare prospettive nuove per i territori più fragili.»
Vannucci riconduce questa cura al gesto di offrire un’opera alla collettività: «quando un artista realizza un’opera su un muro invece che su una tela, compie una decisione importante, in quanto questa scelta implica un dono. Fare un regalo a qualcuno significa prendersi cura dell’altro, dei suoi desideri e bisogni. Un murale non potrà certo risolvere tutti i problemi di un quartiere, però molte volte può colmare dei vuoti, può far sentire meno sole le persone.»
Come nasce l’immagine di un’opera urbana
La scelta iconografica richiede un confronto tra significato simbolico, leggibilità a distanza, proporzioni, colori e caratteristiche architettoniche. L’artista conserva la propria libertà, mentre il contesto diventa parte attiva della decisione.
Paloscia sottolinea che l’immagine nasce dal confronto tra libertà artistica e rispetto del luogo: «l’immagine nasce da un esame dettagliato di tutti questi aspetti e da un confronto tra i diversi attori. L’artista, come dicevo, deve essere libero di interpretare e scegliere stile e colori più consoni rispettando i luoghi, affinché l’opera non diventi una mera riproduzione o esercizio di stile stereotipato. Ogni opera deve essere anche per lui una nuova sfida, altrimenti, come purtroppo accade di vedere, si perde quel potenziale comunicativo che non può essere sostituito solo dalla maestria dell’artista.»
Vannucci affida all’artista la responsabilità poetica di rendere vitale la superficie: «la scelta dell’immagine sta all’artista: è lui che, grazie alle sue competenze tecniche e poetiche, riesce a far “parlare” un muro e a renderlo vitale.»
Design urbano e trasformazione collettiva
Street art e design urbano condividono una responsabilità: costruire spazi capaci di sostenere la vita collettiva. Un progetto efficace nasce da un bisogno riconosciuto, comprende il luogo e crea una relazione durevole con chi lo attraversa.
Paloscia riconosce al design urbano un valore autentico quando nasce da un bisogno condiviso e sedimenta nel tempo: «certamente ha un ruolo importante, ma solo nella sua valenza progettuale che nasca realmente da un bisogno riconosciuto e condiviso e che possa essere introiettato nel tempo, perché altrimenti rischia di rimanere una mano di colore che prima o poi sbiadirà realmente e metaforicamente.»
Vannucci conclude mettendo in relazione la forza rigenerativa delle due pratiche: «design urbano e street art sono due strumenti potentissimi che amplificano a vicenda il loro potere rigenerativo. Insieme sono capaci di trasformare le città in cui viviamo, di migliorare la qualità della nostra vita e il modo in cui interagiamo nello spazio comune.»
La città diventa un racconto condiviso, riscritto da chi progetta, crea, osserva e abita. Un murale cambia davvero un luogo quando offre una nuova ragione per guardarlo e permette alla comunità di riconoscervi una parte di sé.

Elena Paloscia è storica dell’arte, curatrice indipendente e giornalista, specializzata in museografia e didattica museale. Dal 1993 cura mostre e progetti di ricerca per musei, istituzioni e soggetti privati. È fondatrice e presidente di Eco dell’Arte Associazione ETS e ha collaborato alla realizzazione di grandi mostre internazionali dedicate, tra gli altri, a Haring, Basquiat e Lichtenstein. Dal 2020 dirige a Roma il progetto di rigenerazione urbana Another World. Arte in città per immaginare il futuro, in collaborazione con ASL Roma 1.
Elisabetta Vannucci è storica dell’arte, curatrice e docente di Arte e Immagine. Laureata in Storia dell’arte contemporanea alla Sapienza di Roma, ha curato mostre e progetti didattici dedicati alla street art. Nel 2017 ha collaborato con la Sovrintendenza Capitolina alla catalogazione di opere urbane. Dal 2020 divulga questi temi attraverso Instagram e riviste di settore; nel 2024 ha curato il progetto Origini a Trivigliano.
