8 Agosto 2026

Il tratto sovversivo nell’era dell’algoritmo

3 Giugno 2026

Il tratto sovversivo nell’era dell’algoritmo

Serena Logozzo

C’è stato un momento, silenzioso e quasi invisibile, in cui la mano ha smesso di lasciare tracce per cominciare a sfiorare superfici lisce. Il polpastrello ha spodestato il polso. La carezza dello schermo ha sostituito l’attrito della carta.

E guai a chiamarla perdita: il nuovo clero digitale la chiama evoluzione, con quella sicurezza un po’ evangelica di chi confonde la velocità con il destino. Difendere oggi l’analogico è un esercizio per funamboli. Basta pronunciare parole come “tratto”, “inchiostro”, “grafite” e subito si viene schedati come nostalgici di qualche età dell’oro mai esistita, reduci romantici armati di taccuino contro l’Apocalisse USB.

Eppure il punto non è opporsi al progresso, ma chiedersi se ogni avanzamento tecnico coincida davvero con un avanzamento umano. Perché mentre le nostre macchine diventano prodigiosamente intelligenti, noi rischiamo di diventare terribilmente superficiali nell’uso che ne facciamo.

Manipoliamo il mondo con una precisione mai vista, senza aver sviluppato un’altrettanta maturità nel comprenderne le conseguenze.

Il tratto, quella minuscola cicatrice visiva da cui nascono scrittura, disegno, mappe, sogni e rivoluzioni, accompagna l’uomo da quando qualcuno decise di incidere un segno su una pietra invece di urlare nel vuoto. È stato gesto, errore, esitazione, identità.

Ogni linea tracciata a mano conteneva un battito cardiaco, una pressione irregolare, una piccola confessione biologica. Poi sono arrivate le rivoluzioni tecnologiche, una dopo l’altra, ordinate come treni ad alta velocità: riproduzione, standardizzazione, automazione. In nome della diffusione abbiamo sacrificato il rito. In nome del contenuto abbiamo smarrito la presenza.

Walter Benjamin lo aveva intuito con inquietante anticipo: l’opera autentica perde la sua aura quando diventa infinitamente replicabile. E oggi quella profezia lampeggia sugli schermi retroilluminati delle nostre giornate.

L’analogico come atto di resistenza

L’artista analogico ha ceduto il passo al designer digitale, il designer all’algoritmo generativo, e l’algoritmo a sua volta promette un mondo dove creare non richiederà più nemmeno l’atto di scegliere. Dall’arte misurata con la mano siamo passati all’arte calcolata, fino a quella delegata. Una lenta e comodissima abdicazione del gesto.

Simone Regazzoni, attraversando Platone e la Silicon Valley, parla di “aponia”: l’ossessione contemporanea per l’eliminazione di ogni attrito, ogni fatica, ogni resistenza del reale. Ed è forse proprio qui che l’analogico torna a essere sovversivo: nella sua lentezza, nella sua imperfezione, nella sua gloriosa ostinazione materiale. Disegnare a mano oggi è quasi un atto di disobbedienza civile. Una piccola rivolta grafitata contro il regno dell’istantaneo.


In un mondo che corre vorticosamente,” scrive Lamberto Maffei, “il problema della lentezza si affaccia alla mente con prepotenza”. Ed è curioso come questa frase suoni oggi quasi rivoluzionaria, come se la calma fosse diventata una forma di sabotaggio sociale. Viviamo nell’epoca della produzione incessante, dell’aggiornamento continuo, dell’ansia prestazionale travestita da efficienza. Tutto deve accadere subito: idee, immagini, campagne, identità. Il tempo della sedimentazione è stato dichiarato obsoleto. Eppure è proprio rallentando che il segno torna a parlare.

Il futuro fragile del segno

Il confronto con le nuove generazioni di illustratori e creativi rivela qualcosa di inatteso e bellissimo: una piccola controffensiva umana. Nei laboratori, nelle accademie, nei taccuini spiegazzati che sopravvivono accanto agli iPad, si avverte il desiderio crescente di sporcarsi le mani, di sentire la resistenza della carta, di abitare l’errore invece di cancellarlo con un comando.

C’è un coraggio nuovo nell’annoiarsi, nel ripetere, nel rifare da capo. Un coraggio quasi archeologico, in una civiltà che considera ogni attesa un difetto del sistema.
Perché il dramma magnifico dell’analogico è che non concede resurrezioni immediate. Non esiste un Control+Z nella vita reale. Il tratto accade e resta. È vivo. Porta con sé esitazioni, tremori, incidenti. E proprio lì, in quella fragilità irripetibile, nasce spesso lo stile.

L’errore diventa firma, come per René Gruau, deviazione fertile, identità. Oppure costringe a ricominciare tutto da zero, ma con una mano diversa: più matura, più cosciente, più vera.
L’illustrazione analogica allora smette di essere soltanto una tecnica e torna a essere disciplina dello sguardo. Educazione alla pazienza. Una forma di resistenza poetica contro la dittatura della scorciatoia. Perché mentre il digitale tende a eliminare l’attrito, il segno manuale ci ricorda che la creatività non nasce dalla perfezione del risultato, ma dal dialogo continuo tra controllo e inciampo, tra intenzione e accidente.

E forse il futuro del disegno non sarà una guerra tra carta e pixel. Forse la vera rivoluzione sarà conservare, dentro “l’ipertecnologia” del presente, uno spazio ancora umano dove la mano possa sbagliare senza vergogna. Dove il tempo possa ancora lasciare una traccia.

Serena Logozzo è Fashion Designer e docente di Fashion Design. Si forma all’Accademia Internazionale di Alta Moda Koefia di Roma, distinguendosi fin da subito tra mostre, sfilate e concorsi nazionali e internazionali. Fondatrice del brand sposa Recidiva e co-ideatrice del marchio sostenibile menswear Another David, unisce ricerca creativa, haute couture e sostenibilità. Ha ricoperto il ruolo di professoressa di Moulage presso l’Istituto Italiano Design. Parallelamente all’attività stilistica, svolge un’importante carriera accademica come docente e referente del corso di Fashion Design presso l’Accademia di Belle Arti “Pietro Vannucci” di Perugia e l’Università degli Studi di Perugia.

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