10 Ottobre 2026

Una Boccata d’Arte 2026: l’Italia dei borghi rifiorisce attraverso l’arte

23 Maggio 2026

Una Boccata d’Arte 2026: l’Italia dei borghi rifiorisce attraverso l’arte

Sotto il rumore bianco delle grandi costellazioni metropolitane si nasconde un’Italia segreta e magnetica, un ricamo di borghi millenari che custodiscono il tempo come un segreto prezioso. È una geografia protetta, fatta di borghi millenari e silenzi carichi di storie. Qui, dove il tempo segue ancora un ritmo antico, si innesta la settima edizione di Una Boccata d’Arte: un cortocircuito visivo in cui la pietra antica diventa la tela ideale per le provocazioni del contemporaneo.

Il progetto diffuso, nato nel 2020 da un’intuizione di Marina Nissim, Presidente di Fondazione Elpis, torna dal 20 giugno al 4 ottobre 2026 per dimostrare come l’arte d’avanguardia non sia un lusso da confinare nei musei delle grandi capitali, bensì un dispositivo vivo, capace di riattivare l’anima profonda delle comunità locali. Venti artisti per venti borghi, uno in ciascuna regione italiana: un invito corale a riscoprire il paesaggio attraverso gli occhi della contemporaneità.

Oltre l’Evento: L’Infrastruttura del Ritorno

Con l’edizione del 2026, Una Boccata d’Arte taglia il traguardo ideale dei 140 interventi complessivi realizzati dall’inizio della sua storia. Quello che era nato come una reazione vitale alle chiusure del 2020 si è progressivamente consolidato in uno dei progetti culturali più estesi e strutturati del panorama nazionale. Quest’anno, tuttavia, si assiste ad un definitivo cambio di paradigma: la temporalità legata all’evento effimero cede il passo a una pratica di permanenza, ascolto e ritorno continuativo.

Le residenze degli artisti si dilatano nel tempo, i processi creativi si fanno più lenti e stratificati. Non si tratta più di “ospitare” un’opera, ma di co-crearla insieme ad abitanti, artigiani, amministrazioni e memorie locali.

Questa evoluzione rispecchia la piena maturità di Fondazione Elpis che, proprio nel 2026, inaugura una nuova e ambiziosa fase del proprio percorso nel cuore del quartiere milanese di Porta Romana. Ampliando la propria struttura, la Fondazione dà vita ad un ecosistema di spazi complementari: la storica sede espositiva della Lavanderia viene oggi affiancata dalla Villa e dall’Atelier Elpis, nuovi epicentri dedicati alla ricerca, ai laboratori e ad una progettualità che guarda con attenzione speciale alle nuove generazioni. Il cuore di questa nuova era risiede nelle residenze d’artista, concepite come spazi di “tempo lungo” e di ascolto intimo del tessuto sociale e urbano. Trasformando la stessa città di Milano in un territorio vivo di sperimentazione, la Fondazione Elpis consolida un modello di lavoro in cui il dialogo tra pratica artistica e contesto smette di essere un evento effimero per farsi, a tutti gli effetti, una vera e propria infrastruttura culturale permanente.

Trame d’Acqua, Sacralità e Cicatrici Collettive

Il palinsesto espositivo di questa settima edizione si sviluppa come un labirinto di corrispondenze tematiche. Il motivo dell’acqua e del fiume emerge in filigrana come simbolo di rinascita e, al contempo, di estrema fragilità ambientale.

A Palazzuolo sul Senio, in Toscana, Lara Dâmaso realizza due sculture sonore che dialogano dalle sponde opposte del fiume che nel 2023 distrusse il ponte del paese, curando una ferita collettiva attraverso il suono.

Il torrente Tramazzo a Tredozio diventa invece il palcoscenico per l’opera di Vasilis Papageorgiou, che trasforma una tradizionale tovaglia romagnola in una scultura di rame, mentre Anouk Tschanz esplora con occhio entomologico la biodiversità invisibile custodita lungo il costone fluviale di Cornovecchio, nella pianura lombarda. In Valle d’Aosta, a Fontainemore, Enea Toldo utilizza il vetro borosilicato per ridefinire la nostra percezione di elementi ancestrali come l’acqua e la roccia, oggi minacciati dalla crisi climatica.

Accanto alle urgenze ecologiche, l’arte si fa custode di ritualità sacre e leggende popolari. Maja Escher rievoca il mito pre-romano della Dea Cupra nelle Marche inserendo formelle in terracotta nei muri del borgo, nate da laboratori intergenerazionali.

A Trivento, in Molise, Angelo Leonardo si ispira ai rifugi della transumanza e al culto di Diana per innalzare una tenda nomade intesa come spazio di racconto, mentre a Cellino Attanasio, in Abruzzo, Alice Minervini rilegge in chiave ironica e pacchiana il folklore locale attraverso una reinterpretazione della “pupa abruzzese“.

Il solstizio d’estate diventa invece l’occasione per Ilare di orchestrare un corteo rituale verso un’architettura effimera sotto le rocce di Monteleone Rocca Doria, in Sardegna.

Frammenti di Memoria e Immaginazione Speculativa

Molti degli interventi di quest’anno scelgono di confrontarsi direttamente con ciò che resta delle architetture e delle storie scomparse. A Pofi, nel Lazio, Natalya Marconini Falconer ripavimenta le fondamenta di una casa distrutta dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale, compiendo un gesto poetico di ricostruzione.

Dominique White, a Sori in Liguria, guarda invece alla tradizione degli ex-voto marinari per scolpire il legame indissolubile tra le vite dei naviganti e l’abisso del mare.

Più politica la riflessione di Rebecca Moccia a Cusano Mutri, in Campania, dove il concetto di “nostalgia radicale” diventa uno strumento critico per contestare lo spopolamento e i modelli di progresso moderni.

Non manca lo spazio per l’invenzione speculativa e il gioco come critica al potere. Un relitto extraterrestre irrompe nel quotidiano di Ficulle, in Umbria, dove Abdel Karim Ougri usa la fantascienza per indagare i miti moderni legati alle migrazioni.

Nei giardini del Castello di Avigliana, in Piemonte, le creature ibride e grottesche di Andrea Ferrero rinegoziano l’autorità attraverso l’ironia, mentre a Gerace, in Calabria, Francesco Toninelli indossa protesi alari create con materiali di recupero, evocando lo sparviero della leggenda fondativa del borgo.

Infine, il suono e le ecologie multispecie definiscono i progetti di Enrico Malatesta a Ischitella, in Puglia, concepito come una mappa sonora per rallentare il passo, e di Renato Grieco a Lugo di Vicenza, in Veneto, che rielabora gli elementi industriali della cartiera locale in una performance rituale.

A Forenza, in Basilicata, il duo Aterraterra dissemina sculture bio-ricettive che accolgono la vita microscopica non umana, e a Chiusa, in Trentino-Alto Adige, Francesco Alberico installa una colonia simbolica di volatili in collaborazione con una struttura socio-sanitaria locale, dando voce a soggettività storicamente marginalizzate.

Un’Eredità Viva che Resta al Territorio

Il vero successo di Una Boccata d’Arte risiede nella sua capacità di non scomparire allo scadere dell’autunno. Negli anni, il progetto ha generato oltre quaranta opere permanenti, integrate nel tessuto dei borghi grazie ad acquisizioni, donazioni o processi di adozione spontanea da parte delle comunità e delle amministrazioni. Si è così delineata una mappa artistica parallela, consultabile sul sito ufficiale del progetto, che attira visitatori durante tutto l’anno e favorisce l’economia della cultura nei piccoli centri.

La crescita esponenziale delle auto-candidature da parte dei Comuni testimonia quanto il desiderio di contemporaneità sia vivo anche lontano dai grandi centri urbani. L’arte non è più un corpo estraneo che cala dall’alto, ma un seme che attecchisce nel terreno locale, dialogando con i musei della panificazione, i parchi naturali e le biblioteche storiche.

Una Boccata d’Arte 2026 si offre come un elogio della lentezza e della prossimità. Questo progetto è anzitutto un tributo all’impegno sincero degli artisti e dei curatori, capaci di credere e di portare avanti con coraggio la purezza delle proprie idee, ma è anche la testimonianza dello spessore culturale e della tenacia della Fondazione Elpis che continua a scommettere sul valore sociale della bellezza.

Inaugurato in simultanea nel weekend del 20 e 21 giugno, questo mosaico corale ci ricorda che l’identità profonda dell’Italia risiede nella pluralità delle sue province, e che il gesto artistico possiede ancora il potere terapeutico di ricucire i legami tra l’uomo, la terra e la memoria. È un invito a mettersi in viaggio, a perdersi lungo strade secondarie per riscoprire il nostro patrimonio sotto una luce inedita e sorprendente.

«Forse un mattino andando in un’aria di vetro» diceva Montale. L’arte comincia dove lo sguardo cambia passo.

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