Filippo Soldi

Mi capita spesso di progettare un’inquadratura. Nella vita, infatti, dirigo documentari. L’ultimo, Quarant’anni senza Giancarlo Siani con Toni Servillo, è andato in onda su RaiTre lo scorso settembre, ha ottenuto un premio speciale ai Nastri d’Argento 2026 ed è tuttora disponibile su RaiPlay.
Quanto c’entra il concetto di progettazione artistica con il mio lavoro? E quindi con il mio impegno di docente in un’accademia di arti visive?
A freddo non saprei rispondere. Posso, però, pensare alla mia esperienza.
L’immagine come progetto dello sguardo
Nel mio lavoro faccio immagini per costruire racconti audiovisivi. Un’inquadratura, cioè l’immagine che poi lo spettatore vedrà, per me deve rispondere a due requisiti: essere funzionale ed essere avvincente. Funzionale perché deve raccontare e risultare necessaria. Avvincente perché deve soddisfare il bisogno estetico dello spettatore, e prima ancora il mio.
In un certo senso potremmo parlare di un piano operativo e di un piano estetico. È qui che l’inquadratura diventa design: da semplice registrazione del visibile si trasforma in organizzazione consapevole dello spazio, della distanza, della luce, dei pieni e dei vuoti. Curare un’inquadratura per me significa progettare il modo in cui lo sguardo entrerà nel racconto. Ogni scelta, dall’ottica alla posizione del corpo nello spazio, costruisce una relazione tra immagine e spettatore. Il design dell’inquadratura lavora proprio su questo: rende leggibile una storia prima ancora che venga spiegata.
Ricordo che un regista, se non sbaglio Peter Greenaway, una volta disse che tutti coloro che vogliono fare regia cinematografica (o audiovisiva in genere, aggiungo io) dovrebbero essere laureati in Storia dell’Arte. Forse questa frase passò per una boutade, ma secondo me non lo era affatto. Chi, infatti, può trasmetterci il gusto dell’immagine, se non i grandi artisti del presente e del passato?
In qualche momento posso avere bisogno di un’inquadratura che comunichi un senso di equilibrio; in altri posso cercare un’inquadratura volutamente squilibrata. Ma cosa, se non una lunga consuetudine con le grandi immagini dell’arte, mi dà gli strumenti per costruire un’immagine equilibrata, instabile, solenne, trattenuta, inquieta?
Non potrei mai comporre un’inquadratura senza le immagini d’arte che nel corso degli anni si sono depositate dentro di me. Quello che a me si chiede, d’altronde, sono i cosiddetti “docufilm”, quindi documentari di tipo cinematografico che presuppongono una certa ricerca estetica, non mi vengono chiesti servizi giornalistici o telecronache, che rispondono ad altri bisogni.
Lo spazio che racconta
L’inquadratura, però, deve anche essere funzionale, vale a dire deve comunicare qualcosa di preciso. Per il documentario su Giancarlo Siani dovevo raccogliere la testimonianza di Armando D’Alterio, che era stato il pubblico ministero nel processo in cui si condannarono coloro che furono ritenuti responsabili del delitto.
Avevo bisogno di un luogo che mi raccontasse.
Ho chiesto il Salone dei Busti di Castel Capuano, il vecchio tribunale di Napoli. Un po’ perché in quell’edificio era partita l’indagine, un po’ perché quel salone aveva in sé l’autorevolezza che, secondo me, doveva avere quella parte del racconto. Ne volevo sentire la grandiosità, l’ampiezza. Questo ha determinato la scelta dell’ottica da utilizzare: scelsi un 14mm.
Certo, probabilmente per lo spettatore quell’ambientazione è del tutto casuale, magari nemmeno ci presta attenzione, ma questa è un’altra storia. Il mio obiettivo è che il racconto lo catturi, lo emozioni.
La cura del design dell’inquadratura orienta la percezione, dà peso emotivo ai luoghi, trasforma uno spazio reale in uno spazio narrativo.
Per fare questo, credo di dover essere consapevole di quello che faccio e di doverlo progettare.
In un altro momento del documentario si racconta di come, per indicare Giancarlo Siani ai killer che avrebbero dovuto ucciderlo, si organizzò un incontro apparentemente casuale con un conoscente di Giancarlo che, vedendolo, lo avrebbe salutato con un abbraccio e un bacio, indicandolo in questo modo ai killer.

Era inevitabile per me pensare all’Arresto di Cristo di Giotto nella Cappella degli Scrovegni. Avevo deciso di utilizzare disegni, realizzati da Giancarlo Caracuzzo, per visualizzare alcuni momenti del racconto.
Chiesi a Caracuzzo di dare ai personaggi di questa scena gli stessi colori che aveva usato Giotto. È ovvio che nessuno ha colto il riferimento e nemmeno mi aspettavo che lo facesse. Ma più di una persona, parlandomi di quel momento, mi disse di avere pensato al “bacio di Giuda”.
La memoria prende forma nello sguardo

Infine, quando dovevo raccogliere la testimonianza di Paolo Siani, fratello di Giancarlo, non sapevo dove organizzare le riprese. La casa dove lui e Giancarlo avevano vissuto non era più disponibile. Qualsiasi altra ambientazione sarebbe risultata “gratuita”, incapace di aggiungere qualcosa alla comunicazione.
Pensai allora di collocare Paolo in mezzo ai giornali che riportavano la tragica notizia del delitto di Giancarlo. Quell’evento aveva sconvolto la vita dei familiari. Collocare Paolo in mezzo ai quotidiani che riportavano la notizia di quell’evento tragico per me era dare l’immagine plastica di quello che avevo letto negli occhi di Paolo la prima volta che lo avevo incontrato.
Poi la cortesia del personale dell’Emeroteca Biblioteca Tucci di Napoli, che ci mise a disposizione una sala con tutti i quotidiani del tempo, fece il resto.
Progettare quindi un’inquadratura significa dare forma visibile a un’intenzione: scegliere cosa avvicinare, cosa lasciare ai margini, quale memoria far emergere e quale atmosfera consegnare allo spettatore. Ogni inquadratura progetta lo sguardo e costruisce, dentro l’immagine, una forma di racconto.

Filippo Soldi è sceneggiatore (Bakhita, regia di Giacomo Campiotti, RAI UNO) e regista di documentari premiati in festival nazionali e internazionali. Tra i suoi lavori più significativi figurano Suicidio Italia, con Dario Fo ed Eugenia Costantini, vincitore del Globo d’Oro come miglior documentario nel 2013; Case chiuse, con Piera Degli Esposti e Mariangela D’Abbraccio, menzione speciale ai Nastri d’Argento 2012; Non so perché ti odio, dedicato all’omofobia, vincitore del Gender Docufilm Festival 2015; e Noi siamo Alitalia – storia di un paese che non sa più volare, premiato con il Nastro d’Argento Cinema e Lavoro 2023. Il suo ultimo docufilm, Quarant’anni senza Giancarlo Siani, prodotto da Combo International in collaborazione con Rai Documentari e con la partecipazione di Toni Servillo, è andato in onda su Rai Tre il 23 settembre 2025 e ha ricevuto il Premio Speciale ai Nastri d’Argento 2026. È docente di Storia dell’Arte al Liceo Artistico Ugo Foscolo di Roma e docente di Istruzioni di Regia presso l’Accademia Viola di Roma.