11 Ottobre 2026

Portia Zvavahera. Il sogno come processo interiore, la pittura come rito

13 Giugno 2026

Portia Zvavahera. Il sogno come processo interiore, la pittura come rito

Alla Fondazione Memmo di Roma, la prima mostra istituzionale italiana dell’artista Portia Zvavahera apre un percorso intenso sul confine tra ciò che perdiamo e ciò che non smette di parlarci. Un’indagine pittorica e psichica sulla memoria, sull’inconscio e sulla forza trasformativa del lutto.

Esiste un tipo di perdita che non si consuma. Che non segue la traiettoria lineare del lutto — la negazione, la rabbia, l’accettazione — ma si installa invece in un luogo più antico del linguaggio, dove le immagini precedono le parole e i sogni hanno la stessa autorità dei ricordi. Portia Zvavahera abita quel luogo. E la sua pittura ne è la cartografia.

Con Like Flowers We Fade, la Fondazione Memmo presenta a Roma la prima mostra istituzionale in Italia dell’artista nata nel 1985 ad Harare, in Zimbabwe. Curata da Alessio Antoniolli e in programma dal 29 aprile al 1 novembre 2026, l’esposizione non è soltanto una retrospettiva né una celebrazione. È qualcosa di più difficile da definire: un’elaborazione pubblica e visiva del dolore privato.

Il sogno come fonte: pittura e inconscio in Portia Zvavahera

La psicologia analitica ha da sempre riconosciuto nel sogno un canale privilegiato di comunicazione tra la coscienza e ciò che la precede o la supera. Jung lo chiamava “il piccolo teatro nascosto”. Zvavahera lo abita: le sue tele materializzano immagini che appartengono a quella zona di confine in cui il controllo si allenta e qualcosa di più antico prende forma.

I sogni, nella cosmologia Shona — la radice linguistica e spirituale dell’artista — sono qualcosa di più di semplici elaborazioni notturne della psiche. Sono messaggi. Sono il modo in cui chi se n’è andato continua ad abitare la vita di chi resta. Questa concezione trasforma radicalmente il significato della sua pittura: si tratta di restituire al sogno la dignità di una rivelazione.

Le figure nelle sue tele abitano questa dimensione: sono ritratti d’anima più che di corpo, presenze sottratte alla logica del paesaggio e della narrazione. Corpi che emergono da fondi stratificati come memorie che affiorano, che chiedono riconoscimento senza imporsi. Guardarle richiede lo stesso tipo di attenzione che si dedica a un sogno appena svegli: lentamente, con disponibilità verso ciò che ancora resiste al significato.

La nonna, il lutto, la genesi: quando la perdita diventa materia pittorica

Al centro di questo progetto c’è una scomparsa. Quella della nonna dell’artista. Una perdita che in molte biografie rimarrebbe una nota personale, ma che in Zvavahera diventa il punto di origine di un intero universo visivo.

C’è qualcosa di profondamente riconoscibile in questo: la morte di una figura matriarcale — nonna, madre, custode della memoria familiare — non è mai solo una perdita individuale. È la fine di un archivio vivente. La fine di una voce che portava con sé nomi, storie, saperi tramandati a voce. Quando se ne va, se ne va una lingua intera.

Zvavahera risponde a questa perdita nel modo più antico possibile: la trasforma in immagine. Per tenerla viva in una forma diversa, per darle un corpo nuovo. La figura della nonna agisce nelle tele come presenza diffusa, come atmosfera cromatica, come pressione emotiva che guida la mano dell’artista restando sempre parzialmente velata — riconoscibile all’origine, irriducibile alla rappresentazione.

In questo senso, il lutto diventa — paradossalmente — generativo. Come se il dolore, trovando una forma, smettesse di essere solo dolore e diventasse qualcosa di trasmissibile.

La pittura come rito: stratificazione, gesto e memoria psichica

Il processo creativo di Zvavahera è esso stesso un rito. Le sue tele sono costruite per strati sovrapposti di colore, disegno, stampa xilografica e ricamo. Ogni livello porta con sé una traccia di ciò che è venuto prima, anche quando viene parzialmente coperto da ciò che viene dopo.

Questa stratificazione ricorda la struttura della memoria stessa: obliqua, sedimentata, fatta di sovrapposizioni in cui il passato resta sepolto sotto il presente, pronto a riemergere. Gli stencil intagliati a mano, i pattern ripetuti, i motivi ornamentali che attraversano le superfici — tutto questo costruisce un ritmo visivo che ha la cadenza di una preghiera o di un canto ripetuto.

In molte tradizioni spirituali dell’Africa subsahariana, il rito non è un modo per comunicare con il sacro: è il sacro stesso che si manifesta attraverso la ripetizione codificata del gesto. Zvavahera porta questa comprensione nell’atelier. Ogni tela è insieme oggetto estetico e atto liturgico.

Intimità e universale: ciò che sfiorisce e ciò che rimane

Il titolo della mostra — Like Flowers We Fade — porta con sé un’ambivalenza che si apre a chi la comprende davvero. I fiori che sfioriscono sono un’immagine archetipica della caducità. Ma ciò che sfiorisce cambia stato, piuttosto che scomparire. Perde intensità e resta presente in una forma diversa.

C’è qualcosa di profondamente vero, e insieme di molto difficile da accettare, in questa idea. Noi siamo abituati a pensare alla perdita come a una sottrazione definitiva. Ma alcune perdite — le persone che abbiamo amato, i luoghi che ci hanno formato, le lingue che abbiamo smesso di parlare — non ci lasciano mai del tutto. Continuano ad agire in noi in forme che non sempre riconosciamo come tali.

La pittura di Zvavahera mette in forma visiva questa verità. Le figure che abitano le sue tele sono al tempo stesso specifiche e universali: appartengono alla sua storia, alla sua famiglia, alla sua cultura, ma toccano qualcosa che chiunque riconosce. Il confine tra i vivi e i morti, tra il ricordo e la presenza, tra ciò che è stato e ciò che continua — è un confine che tutti, in un momento o nell’altro, abbiamo cercato di attraversare.

Il colore come rivelazione: arte africana contemporanea e linguaggio cromatico

Nel lavoro di Zvavahera, il colore rivela. I fondi densi, attraversati da campiture intense e trasparenze improvvise, costruiscono uno stato psichico prima ancora che uno spazio. Guardare una sua tela assomiglia all’esperienza di ricordare qualcosa di cui si sente la verità emotiva prima ancora di trovarne l’origine: una certezza senza contenuto narrativo definito.

Questo è uno degli aspetti più originali della sua pittura nel panorama dell’arte africana contemporanea: la scelta di restare fedele alla propria logica interna, di rifiutare la traduzione in un lessico visivo addomesticato all’occhio occidentale. La tradizione Shona viene vissuta come struttura profonda. Emerge nelle opere come sostanza, mai come citazione.

La Fondazione Memmo, che dal 2012 orienta la propria programmazione verso il dialogo tra la città e la ricerca artistica internazionale, ha riconosciuto in questa voce qualcosa di necessario. Roma è il contesto giusto per una pittura che lavora su quegli stessi meccanismi che rendono la città unica: la persistenza, la sedimentazione, il modo in cui il passato continua a darsi forma nel presente. È la stessa logica che anima luoghi come FOROF, dove la Roma sotterranea diventa esperienza viva — archeologia che cessa di essere reperto e torna presenza. In questo senso, la pittura di Zvavahera e la memoria stratificata della città si riconoscono: entrambe custodiscono ciò che è stato senza cristallizzarlo, entrambe lavorano sulla soglia tra visibile e invisibile.

Come si guarda una pittura che viene dal sogno

C’è un modo sbagliato di guardare le opere di Zvavahera: cercando di decodificarle. Di capire chi sono le figure, cosa significano i pattern, dove inizia il simbolo e dove finisce l’ornamento. Quella ricerca porta fuori strada, o almeno porta in ritardo, perché salta il passaggio più importante: la ricezione emotiva che precede la comprensione intellettuale.

Le sue tele vanno guardate come si ascolta un sogno al risveglio: con una certa lentezza, con la disponibilità a non capire tutto subito, con la fiducia che ciò che non si riesce a nominare stia comunque comunicando qualcosa di reale. Il sogno non chiede di essere interpretato per avere effetto. Ha già agito quando ancora non si sa cosa significhi.

In questo senso, ciò che si porta con sé, uscendo dalla mostra, va al di là di un’idea, un concetto, una lettura critica. È qualcosa di meno definito e più duraturo: la sensazione di aver incontrato qualcosa che già si conosceva, in un posto che non si era mai stati.

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